Piano nazionale di ripristino della natura: una sfida concreta che chiama in causa i territori

Il webinar promosso dal Forum nazionale Salviamo il Paesaggio ha mostrato con chiarezza l’importanza del Regolamento europeo sul ripristino della natura e come il contributo di cittadini, associazioni e comitati può diventare parte reale del percorso di realizzazione del Piano nazionale che si apre alla fase di consultazione pubblica il 22 aprile (Giornata della Terra)…

Il webinar del 17 aprile promosso dal Forum nazionale Salviamo il Paesaggio Difendiamo i Territori ha avuto il merito di conferire al Piano nazionale di ripristino della natura una dimensione concreta, sottraendolo dalla pura astrazione normativa. Tempi, procedure, strumenti di partecipazione, ricadute sui territori: il quadro emerso dagli interventi di Laura Facioni, per il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e di Michele Munafò, per ISPRA, è stato nettamente delineato: il Regolamento europeo è già operativo e le sue scadenze sono vicinissime. Il ripristino della natura è quindi già nell’agenda pubblica, il tema cruciale è in quale modo verrà costruito e quanto spazio verrà dato ai territori.

#RipristiniamolaNatura: portare il Regolamento nei luoghi reali

È precisamente da questa esigenza che è nata la campagna #RipristiniamolaNatura: rendere il Regolamento europeo sul ripristino della natura qualcosa di concreto, accessibile e partecipabile. Di fronte a una norma importante ma ancora poco conosciuta fuori dagli ambienti tecnici e istituzionali, il Forum Salviamo il Paesaggio ha scelto di promuovere una campagna civica per raccogliere segnalazioni di aree ed ecosistemi da ripristinare, trasformando il tema del ripristino in una pratica leggibile nei territori, un processo riconoscibile nei luoghi reali, dove cittadini, associazioni e comitati possono contribuire a individuare criticità, priorità e possibili interventi. Per questo è stata predisposta una scheda di segnalazione strutturata, pensata per raccogliere in modo omogeneo dati sul contesto territoriale, sugli ambiti del Regolamento coinvolti, sulle criticità osservate, sulle motivazioni del ripristino e sulla documentazione di supporto.

Non si tratta soltanto di raccogliere denunce. Si tratta di costruire un primo patrimonio di conoscenza civica, utile a mostrare dove il bisogno di ripristino sia già evidente: nei boschi degradati, nei corridoi fluviali frammentati, nelle zone umide compromesse, nei contesti agricoli impoveriti, nei territori sottoposti a pressioni estrattive o a processi di artificializzazione.

Il valore politico della conoscenza dal basso

Le segnalazioni ricevute hanno dimostrato che esiste una disponibilità diffusa a partecipare, a segnalare, a documentare e a costruire conoscenza utile anche per le istituzioni.

Il webinar ha confermato proprio questo: il lavoro civico – suggerito con nettezza nell’articolate del Regolamento europeo – non è esterno o marginale rispetto al processo di costruzione del Piano nazionale di ripristino. Può invece diventare un contributo reale, a condizione che esistano strumenti capaci di accoglierlo.

Il Piano nazionale entra nella fase operativa

Nel suo intervento, Laura Facioni ha ricostruito il quadro istituzionale e temporale del percorso. Il Regolamento è entrato in vigore il 18 agosto 2024. Da allora il lavoro si è concentrato sulla costruzione del Piano nazionale di ripristino, che dovrà essere redatto secondo il format definito dalla Commissione europea. Il cronoprogramma è già molto serrato: il 30 novembre 2025 ISPRA ha predisposto la bozza del rapporto preliminare nell’ambito della VAS; il 30 marzo 2026 è stata redatta la prima bozza del Piano; il 22 aprile 2026 si apre la consultazione pubblica sulla piattaforma ParteciPA (nel momento in cui scriviamo la consultazione non risulta ancora attivata); il caricamento sulla piattaforma europea è previsto per il 31 luglio 2026; l’invio alla Commissione europea dovrà avvenire entro il 1° settembre 2026; la versione finale del Piano dovrà essere definita entro il 31 agosto 2027.

Come funzionerà la consultazione su ParteciPA

Nel suo intervento Laura Facioni ha precisato che la consultazione pubblica verrà realizzata sulla piattaforma ParteciPA, disponibile dal 22 aprile, aperta a cittadini, associazioni e portatori di interesse e offrirà diversi livelli di intervento.

Ci sarà un questionario generale, pensato anche per chi non abbia una conoscenza specialistica della materia, con domande sui principali aspetti del Regolamento e del Piano. Sarà possibile consultare direttamente la bozza del Piano e intervenire sulle sue diverse sezioni. Per la parte A e la parte B saranno disponibili spazi per inserire commenti e suggerimenti puntuali, sezione per sezione. Per la parte C, dedicata alle misure, sarà invece possibile formulare proposte e indicazioni aggiuntive, che saranno poi analizzate dal Ministero, da ISPRA e dagli enti attuatori.

Facioni ha anche chiarito la struttura del Piano. La parte A contiene le informazioni generali e trasversali, comprese quelle finanziarie; la parte B contiene gli obiettivi, la quantificazione delle aree da ripristinare e le mappe; la parte C riguarda invece le misure di ripristino da attuare. È un aspetto importante, perché significa che la consultazione non sarà un contenitore indistinto, ma un percorso in cui sarà possibile intervenire in modo mirato sui diversi livelli di costruzione del Piano.

Ancora più rilevante è il fatto che, come emerso nel confronto finale, le segnalazioni raccolte dalle associazioni possono essere tradotte nel linguaggio e nel format della consultazione, così da entrare nel processo istruttorio del Piano. Per il Forum Salviamo il Paesaggio, questo è un passaggio decisivo: significa che il lavoro già avviato con #RipristiniamolaNatura può trovare una sponda concreta dentro il percorso istituzionale.

La questione decisiva degli ecosistemi urbani

Se Facioni ha chiarito il quadro della governance e della consultazione, Michele Munafò ha messo a fuoco uno dei nodi più innovativi e più impegnativi dell’intero Regolamento: quello degli ecosistemi urbani. L’articolo 8 stabilisce che, nei territori classificati come ecosistemi urbani, non si debba registrare alcuna perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea tra il 2024 e il 2030. Dopo il 2030, dovranno poi registrarsi tendenze in crescita.

Per l’Italia questa disciplina riguarda 2.761 comuni, cioè il 35% dei comuni italiani, nei quali vive però l’82,2% della popolazione nazionale su circa il 37,8% del territorio. È qui che si concentrano le pressioni trasformative più forti, e proprio per questo il Regolamento individua questi territori come una priorità strategica.

Il cronometro è già partito

Munafò ha chiarito con precisione anche la sequenza temporale di questo obbligo. Il punto di partenza è l’entrata in vigore del Regolamento, il 18 agosto 2024. Ma per gli spazi verdi urbani il dato di riferimento è quello di Copernicus/CLC Plus Backbone 2023, mentre per la copertura della volta arborea il riferimento è il Tree Cover Density 2024. In sostanza, il monitoraggio parte subito, e in parte addirittura da una base precedente all’entrata in vigore del Regolamento per quanto riguarda gli spazi verdi.

La scadenza del 2030 non è quindi un obiettivo remoto: è un vincolo che incide già ora sulle trasformazioni territoriali, sui cantieri, sui piani attuativi e sulle scelte urbanistiche che comportano perdita di vegetazione o nuova artificializzazione del suolo. E dopo il 2030 non basterà fermare le perdite: bisognerà dimostrare una crescita delle superfici verdi e della copertura arborea.

Dal 2031 in avanti, inoltre, si dovrà lavorare anche a un sistema di monitoraggio più raffinato, in grado di correggere alcune criticità degli attuali dataset satellitari. Ma il punto politico è già oggi chiarissimo: il cronometro è partito e non aspetta i tempi lenti dell’adeguamento formale degli strumenti urbanistici.

Secondo le valutazioni del Forum nazionale, dalla data in cui il nostro Paese ha siglato il Regolamento europeo (18 giugno 2024) decine e decine di nuove autorizzazioni edilizie (Permessi di costruire), Varianti a PRGC/PGT e addirittura bozze di revisione di Piani risultano privi di riferimento agli elementi indicati dal Regolamento: la NRL, addirittura, non viene neppure citata. Una condizione che induce a ritenere che tali atti possano configurarsi in uno stato di “vizio di legittimità”, che dovrà essere certamente valutato con attenzione dal Ministero.

Conta lo stato di fatto, non solo la carta urbanistica

Uno dei passaggi più importanti della relazione di Munafò riguarda il modo in cui il Regolamento guarda al territorio. Ciò che conta è lo stato di fatto dei luoghi, rilevato anche attraverso dati satellitari, e non soltanto la loro destinazione urbanistica. Questo significa che anche un’area formalmente classificata come parco o come verde urbano può subire una perdita effettiva di vegetazione; e quella perdita rileva comunque ai fini del Regolamento.

È una chiave di lettura molto forte anche per molte vicende locali: aree verdi compromesse da cantieri, suoli ancora permeabili trasformati, riduzione della copertura arborea, interventi che erodono spazi naturali pur dentro contesti già urbanizzati. Tutto questo non è più leggibile soltanto come una scelta locale di pianificazione, ma come un tema che entra direttamente nel campo di applicazione di un atto europeo vincolante.

Munafò ha richiamato anche un dato già preoccupante: un primo monitoraggio ha stimato, negli ecosistemi urbani italiani, una perdita di circa 4.000 ettari di spazi verdi e di quasi 600 ettari di copertura arborea. È il segno che il punto di partenza non è neutro, ma già segnato da una regressione ecologica che rende ancora più urgente l’attuazione del Regolamento.

Ma nel suo intervento Munafò ha inserito anche un altro punto molto forte, di natura giuridica e politica: il ripristino della natura non discende soltanto dal Regolamento europeo, ma si innesta direttamente anche nel dettato costituzionale. Ha richiamato infatti la legge costituzionale 11 febbraio 2022 n. 1, che ha modificato l’articolo 9, inserendo tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, e l’articolo 41, stabilendo che l’iniziativa economica privata non possa arrecare danno alla salute e all’ambiente e debba quindi essere indirizzata anche a fini ambientali. Nella sua lettura, il combinato disposto tra Regolamento europeo e Costituzione impone un criterio di urgente e rapida esecutività delle misure di ripristino.

Senza i territori il ripristino resterà incompleto

La campagna #RipristiniamolaNatura non è soltanto un’iniziativa di sensibilizzazione. È anche un tentativo di costruire un ponte tra il quadro normativo europeo e i territori reali, mettendo a disposizione delle istituzioni un patrimonio di osservazioni, conoscenze e segnalazioni che non dovrebbe restare ai margini.

Il punto, adesso, è fare in modo che questo patrimonio venga davvero trasmesso e valorizzato nel confronto con MASE, ISPRA e Regioni, come contributo civico alla costruzione del Piano nazionale di ripristino della natura. Perché una politica di ripristino può essere solida solo se sa ascoltare i territori e riconoscere il valore della conoscenza che da essi proviene.

Resta naturalmente aperta una questione più generale: la partecipazione non può esaurirsi in una finestra temporanea di consultazione online (oltre tutto con tempi estremamente ridotti). Se il ripristino della natura vuole essere davvero all’altezza delle ambizioni del Regolamento europeo, deve diventare un processo pubblico più stabile, continuo, capace di intrecciare conoscenze tecnico-scientifiche, responsabilità istituzionali e sapere civico organizzato.

Dal ripristino come obbligo al ripristino come scelta pubblica

Il ripristino della natura non può restare soltanto una prescrizione normativa, né una materia riservata agli addetti ai lavori. Deve diventare una pratica pubblica, territoriale, condivisa. Una politica che riguarda i luoghi reali, le trasformazioni reali, i conflitti reali.

Il Regolamento europeo ha già fissato una cornice forte e vincolante, tocca ora alle istituzioni dimostrare di saper aprire davvero il percorso ai territori. E tocca anche alla società civile far valere la propria capacità di osservare, documentare, proporre.

Perché il ripristino della natura, oggi, non riguarda soltanto le istituzioni o gli esperti. Riguarda tutti. E diventerà una politica efficace solo se saprà riconoscere che nei territori esiste già una domanda concreta di cura, di ricostruzione ecologica e di responsabilità condivisa.

Scarica qui le presentazioni dei relatori:

LAURA FACIONI

MICHELE MUNAFÒ

Guarda qui la registrazione integrale del webinar:

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