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Trigno, il ponte crollato e il Regolamento europeo sul ripristino della natura

Il crollo del ponte sul Trigno ha ricordato la condizione di estrema fragilità idrogeologica in cui si trova gran parte del nostro paese e la natura di infrastruttura viva e dinamica dei fiumi, che però continuano ad essere compressi, attraverso pressioni e trasformazioni che ne modificano la capacità di sopportare gli effetti degli eventi meteorologici estremi. Il Trigno, insieme a numerosi altri corsi d’acqua, è tra gli ecosistemi segnalati dal territorio nell’ambito della campagna del Forum #RipristiniamolaNatura. L’articolo 9 del Regolamento UE 2024/1991 riguarda infatti i corsi d’acqua, imponendo agli Stati membri di riportali dentro una logica ecosistemica.

A cura di Jasmine La Morgia (referente Campagna NRL Nature Restoration Law del Forum SALVIAMO IL PAESAGGIO DIFENDIAMO I TERRITORI)

Per giorni, tra Abruzzo e Molise, nella settimana di Pasqua c’è stata allerta meteo a causa del ciclone Erminio: è caduta una quantità d’acqua eccezionale, in alcune zone fino a 534 millimetri di pioggia, più di quanto normalmente cade in sei mesi, insieme a nevicate che hanno raggiunto i tre metri. Non un normale episodio di maltempo, dunque, ma un evento fuori scala per intensità e durata.

In questo quadro si è consumato uno degli episodi più simbolici: il crollo del ponte sulla SS16 sul Trigno, nel territorio di Montenero di Bisaccia, dopo che il fiume si era già ingrossato al punto da imporre la chiusura della strada. Il crollo (nel quale è rimasta purtroppo coinvolta un’auto, il cui conducente è disperso da settimane) esprime iconicamente tutta la fragilità di un territorio che il maltempo ha portato allo scoperto con brutalità.

Il Trigno è un corso d’acqua a regime torrentizio, con pendenze elevate e forte vulnerabilità idraulica e, dunque, con piogge molto intense che insistono per giorni su territori già esposti, mentre i corsi d’acqua tornano a occupare lo spazio che la pianificazione dovrebbe saper riconoscere e rispettare.

A pochi chilometri di distanza, quasi negli stessi giorni, a Petacciato si è riattivata la storica frana, con pesanti ripercussioni sull’autostrada A14, la statale SS16 e linea ferroviaria adriatica.

Si tratta di due manifestazioni diverse della stessa fragilità idrogeologica, resa esplosiva dalle piogge torrenziali di Erminio lungo il corridoio adriatico tra Abruzzo e Molise: da una parte, una crisi fluviale e idraulica, dall’altra, una crisi geomorfologica su un versante instabile.

E qui la cronaca incontra la politica del territorio. Perché sul Trigno è arrivata una segnalazione nell’ambito della campagna #RipristiniamolaNatura, promossa dal Forum Salviamo il Paesaggio, come un ecosistema da ripristinare all’interno della Nature Restoration Law. L’articolo 9 del Regolamento (UE) 2024/1991 riguarda i corsi d’acqua e il ripristino della connettività naturale dei fiumi e delle funzioni naturali delle relative pianure alluvionali e prescrive di ricostruire continuità fluviale, restituire funzionalità alle pianure alluvionali, intervenire sulle barriere artificiali e riportare i fiumi dentro una logica ecosistemica, non solo emergenziale.

È un’indicazione che dovrebbe fare riflettere proprio alla luce di quello che è successo sul Trigno. Perché la sicurezza non si costruisce soltanto con l’intervento a danno avvenuto. Si costruisce prima, riconoscendo che i fiumi non sono canali da stringere, corridoi marginali da occupare o spazi vuoti da sacrificare. Si tratta di infrastrutture ecologiche vive, che regolano deflusso, trasporto solido, biodiversità, ricarica, espansione delle piene e connessioni territoriali. Quando questa dinamica naturale viene compressa o ignorata, gli eventi estremi diventano più pericolosi.

Per questo non stupisce che tra le segnalazioni arrivate a #RipristiniamolaNatura compaiano numerosi corsi d’acqua. I territori stanno indicando con chiarezza dove si concentrano le ferite più profonde: alvei alterati, sponde degradate, escavazioni, rifiuti, perdita di naturalità, frammentazione ecologica, barriere e artificializzazioni.

Tra queste segnalazioni c’è anche quella relativa all’Alta Valle del Trigno e al Rio Sente, uno degli affluenti che più chiaramente raccontano la vulnerabilità di questo sistema. Nella documentazione inviata alla campagna, il Sente viene descritto come un corridoio ecologico importante tra Appennino e mare; e proprio in questi giorni le immagini del torrente in piena, così diverse da quelle abituali di magra, mostrano con evidenza la sua forza e la sua funzione vitale. L’indicazione che arriva dal territorio è netta: il ripristino non riguarda solo il paesaggio o la biodiversità, ma anche la sicurezza e il futuro delle comunità che vivono in queste valli.

È una riflessione che non può essere archiviata come emotiva o contingente. Perché se un territorio fatica a reggere eventi estremi di questa portata, allora diventa inevitabile una domanda più ampia sulla sua capacità di sopportare ulteriori pressioni e trasformazioni senza una visione d’insieme. Si tratta di rifiutare l’idea che aree interne già fragili possano continuare a essere trattate come superfici disponibili, senza una seria valutazione della loro capacità di carico ecologica e idrogeologica.

Il Trigno è diventato tristemente noto in questi giorni, dopo un ponte crollato e una vittima, ma ci ha mostrato ancora una volta che continuare a parlare dei corsi d’acqua solo quando rompono gli argini o abbattono infrastrutture è miope, oltre che costoso. Mentre il ripristino della natura non è un lusso ambientalista, né una postilla decorativa delle politiche pubbliche. È una condizione di sicurezza, di responsabilità e di buon governo del territorio, oltre che una norma europea vincolante.