Tra Natura addomesticata dagli esseri umani e Natura selvaggia

Da alcuni anni la dinamica casa editrice toscana “Piano B” ha avviato un percorso di approfondimento del rapporto tra la nostra razza umana e la Natura, attraverso una collana di saggi che raccolgono il pensiero profondo di autori come Thoreau, Emerson, Lorenz, Tolstoj, Muir, Leopold, Steel, Berry, Monbiot e molti altri.

Un percorso che stiamo seguendo con interesse, poiché non si limita a rinfrescarci la memoria ma aggiunge, senza tregua, elementi di dialogo su temi del profondo che, a volte, il trascorrere del tempo rischia di avere già ricoperto sotto alla patina di un’abitudine a dare per scontato i segni dell’esistente, privandoci dello sforzo di una ricerca mai finita e mai da esaurire.

Da qualche settimana un’altra pietra miliare si è aggiunta a questa offerta di semi del pensiero, con la pubblicazione di La pratica del selvatico” di Gary Snyder, una raccolta di scritti edita negli USA nel 1990 eppure ricca di freschezza moderna e di stimoli per provare a ragionare attorno alla natura selvaggia intesa – come dovrebbe – nella dimensione dell’essere e non alla stregua di un “semplice” luogo. Perché «il mondo – scrive Snyder – è in fondo un luogo selvaggio, è quella parte del nostro essere che guida il nostro respiro e la nostra digestione e che, se osservato e apprezzato, è una fonte di profonda intelligenza».

Queste di Snyder sono non solo riflessioni (e proposte concrete) legate all’ecologia profonda, ma un autentico viaggio all’interno delle zone selvatiche della mente. Il viaggio di un camminatore e alpinista, la meditazione di un buddista zen attorno alle intimità della civiltà, delle libertà, del linguaggio delle parole, del piacere che è anche abbandono stimolato dall’arte e dal fare all’amore. Perché, suggerisce Snyder «i nostri corpi sono selvaggi. E il linguaggio si impara in casa e nei campi, non a scuola».

Un viaggio, sì. «Camminare è la grande avventura, la prima meditazione, un esercizio per il vigore e l’anima che è fondamentale per l’umanità. Nel cammino c’è l’equilibrio perfetto tra spirito e umiltà» che permette di conoscere – davvero – una certa regione (per Thoreau un’area dal diametro di venti miglia) e di esplorarla senza mai riuscire ad esaurirne i dettagli.

Uno Stato. Anzi, una “nazione naturale” i cui confini non appartengono ai tratti amministrativi di una cartina politico-geografica, ma a catene montuose, fiumi, pianure e paludi.

Un viaggio perenne con l’obiettivo di stipulare un “contratto naturale” su scala mondiale con gli oceani, l’aria, gli uccelli del cielo e portare «tutto il mondo delle “risorse comuni”, ormai preso d’assalto, dentro la Mente dei Beni Comuni. La Natura è ordine. Ciò che in natura sembra caotico, non è che un tipo più complesso di ordine».

Noi oggi chiamiamo “natura” un prato, un bosco, un parco: luoghi non più primordiali ma ampiamente soggiogati dal nostro intervento. Suggerisce Snyder: «un tempo si parlava di “foresta vergine”, un termine eloquente. Poi la chiamarono “vecchia crescita” o in certi casi “climax”. Adesso abbiamo iniziato a chiamarla “foresta antica”».

Gli umani di oggi sono costretti a creare dei Parchi, aree protette, quando la logica dovrebbe indurci a proteggere ogni spazio esistente, tutelarlo, cullarlo come una creatura – fragile e vigorosa allo stesso tempo – fonte di vita. La nostra vita.

Ecco, ricercare il selvatico come essenza di tutto è un esercizio che non dovremmo mai dimenticare di mantenere vigile e attivo. Magari, con la postura e l’invito esplicito di Snyder: «Lascio che il cielo e la terra compiano i loro mutamenti»…

(Recensione di Alessandro Mortarino).