di Patrizia Pezzuoli.
A ridosso di una delle spiagge più belle e frequentate della costa nord orientale Marina Maria, c’è la discarica di Spiritu Santu. Una storia fatta di promesse mancate, milioni di fondi pubblici e dati allarmanti che qualcuno vorrebbe tenere nascosti.
Quando si parla di discariche, il discorso si fa sempre serio: simili impianti sono spesso associati a gravi forme d’inquinamento ambientale, inoltre i gestori – in molti casi enti pubblici – non sempre mostrano la dovuta attenzione verso le ferree disposizioni di legge su smaltimento e trattamento dei rifiuti.
Questa discarica nasce nel 1991 sopra i resti di un vecchio sito degli anni 80, mai bonificato. Quasi un milione di mc di rifiuti. Le regole europee dicevano chiaramente che doveva chiudere ed essere bonificata entro il 2006. Invece tra proroghe, deroghe e nuove autorizzazioni, l’ultima arrivata a fine 2019, la discarica non solo è rimasta aperta ma è stata anche ampliata. E non parliamo di rifiuti locali.
Nel tempo si è parlato di fanghi e rifiuti speciali arrivati da fuori regione, principalmente dalla Campania, Napoli e Caserta, trasportati nell’isola con mezzi privi di specifica iscrizione all’Albo Gestori Ambientali.
La relazione predisposta da Arcadis Italia (sede di Milano) per il polo rifiuti di Spiritu Santu a Olbia, parte del Piano di Caratterizzazione congiunto tra il Comune di Olbia e il CIPNES Gallura, sviluppata in due campagne di campionamento (la prima nel 2015 e la seconda nel 2017) descrive le indagini ambientali sulle falde e sullo stato di contaminazione dell’area, parla chiaro: 24 pozzi su 29 nella falda acquifera presente sotto la discarica, presentano superamenti massicci dei limiti di legge; nelle falde troviamo benzene, cloroformio, arsenico e idrocarburi, e nell’aria veleni come idrogeno solforato, e l’ombra inquietante dei rifiuti speciali e dei fanghi in arrivo dal continente, oltre alle 15000 tonnellate all’anno di scarti di macellazione autorizzati.
L’impianto Spiritu Santu gestito da Cipnes Gallura nei primi 15 giorni di giugno 2025, ha registrato un record assoluto nella sua storia: 3.200 tonnellate di rifiuti in ingresso, tra secco e umido, contro le 2.550 tonnellate dello stesso periodo del 2024. L’aumento è del 25,5%.
L’azienda è consociata col comune di Olbia e vanta un fatturato di oltre 800 milioni di euro di ricavi.
E qui si chiude il cerchio: negli esposti depositati in procura e firmati dai comitati di quartiere e ufficiali in congedo, emergono legami stretti tra la governance della società, quella che ha operato, le amministrazioni locali e il sindaco; una rete di potere dove chi dovrebbe governare è lo stesso che avvalla ampliamenti e carichi.
Anno dopo anno, si ripete sempre lo stesso copione; tra il 2016 e il 2020, 4,4 milioni di euro di risorse mai spese in soluzioni e bonifiche provocando il peggioramento dell’inquinamento giustificato da interessi e opere necessarie affinché le acque piovane non raggiungessero i rifiuti e dunque disperdessero il percolato nelle acque di falda, sempre per ridurre i costi di gestione.
Ma perché non realizzare opere indispensabili e per di più finanziate? Per la procura la risposta è stata semplice: risparmiare denaro che poi sarebbe stato usato dal Cipnes per attività estranee al settore Ambiente. In parole povere, i fondi regionali e non solo destinati alla messa in sicurezza del sito sarebbero stati usati per altre attività e il Cipnes di attività ne ha tante: oltre a quelle canoniche non dobbiamo dimenticare convegni, fiere, attività di promozione, persino un ristorante in Costa Smeralda.
Lo scorso giugno è stata emessa sentenza di assoluzione per il presidente e il dirigente responsabile del Consorzio accusati di violazioni delle prescrizioni dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) a seguito dell’errore di valutazione dei campionamenti di Arpas l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente.
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