Non basta un rimedio “tecnico” davanti a uno scenario urbanistico che continua pervicacemente a non dare segnali di cambiamento. Lo dimostrano i fatti, terribili, di fine settembre a Niguarda. Una, due, tre, dieci vasche di laminazione sono interventi vani se nel frattempo non si interrompe il consumo di suolo e non si avvia un diffuso programma di depavimentazione. L’intervento del prof. Paolo Pileri
di Paolo Pileri – pubblicato su Altreconomia 23.09.2025
Premesso che voglio dimostrare tutta la mia vicinanza a chi è stato colpito dai danni delle alluvioni del 22 settembre nel Nord milanese (e non solo), quel che è accaduto ancora una volta ci mette davanti il fatto che continuiamo a sottovalutare i nuovi scenari climatici e metereologici (che poi tanto nuovi non sono): piove tanto e in poco tempo. Sono piogge tipiche di un meteo che non è impazzito ma che reagisce a una situazione climatica fortemente modificata da un lato e a una situazione a terra altrettanto incapace di reagire perché non assorbe più nulla. Quando piove in un’area permeabile gli effetti sono decisamente inferiori e più lenti a generarsi. E torniamo quindi a parlare di impermeabilizzazione ovvero di cementificazione.
I fatti di questi giorni ci dimostrano che la soluzione tecnica della vasca di laminazione tanto invocata da tecnici e politici non può funzionare e non ha funzionato. Quella che è stata inaugurata lo scorso anno trasformando un’area di poco più di un ettaro del parco e che fu causa di proteste da parte degli abitanti da un lato e di proclami trionfalistici da parte del Comune dall’altro, non è riuscita a reggere, insieme alle poche altre esistenti. Presumibilmente non lo sarà neppure nei prossimi anni. Perché?
Perché non basta un rimedio tecnico davanti a uno scenario urbanistico che continua pervicacemente a non dare segnali di cambiamento. Fare una, due, tre, dieci vasche di laminazione e nel frattempo non fermare l’onda di impermeabilizzazione (ovvero di consumo di suolo) da un lato e non avviare un serio, diffuso, esteso e cospicuo programma di depavimentazione della regione territoriale a Nord di Milano dall’altro non fa che rendere vane quelle opere. Non servono a nulla se nel frattempo non si smette di massacrare il territorio a colpi di cemento e asfalto.
Se tracciassimo una linea orizzontale cha va da Novara a Romano di Lombardia passando per Milano e andassimo a vedere il consumo di suolo degli ultimi anni a Nord e a Sud di questa linea, sapete che cosa scopriremmo? Che a Nord, ovvero nelle Province di Monza Brianza, Lecco, Sondrio, Varese e Bergamo il consumo di suolo è cresciuto o si è mantenuto stabile, mentre in quelle a Sud vi è stata una flessione. Vuol dire che a Nord di Milano -area già intasata- si è provveduto a rendere ancor più impermeabile e fragile il territorio, esponendolo a maggiori danni in caso di alluvioni. Che è ciò che è successo e succederà ancora, purtroppo.
Mentre scrivo, sui tavoli regionali e comunali giacciono ancora progetti faraonici di nuove opere stradali e autostradali (una su tutte la Pedemontana nelle sue tratte mancanti), nuove logistiche, nuovi data-center (ad esempio nel vimercatese, ma anche in aree interstiziali brianzole e bergamasche) e, immancabilmente, ancora nuove aree residenziali e nuove strade e parcheggi. E nessuno le sta mettendo in discussione alla luce di quanto appena successo. Domani riprenderanno ad approvarle nei Consigli comunali e in quello regionale, come se nulla fosse stato. In queste ore a Milano il sindaco Giuseppe Sala trionfalmente parla di un nuovo stadio dopo che nei mesi scorsi la sua Giunta ha autorizzato un centinaio di enormi trasformazioni urbanistiche interne alla città di Milano e non certo un centinaio di progetti di depavimentazione che avrebbero migliorato la permeabilità.
Non è servita la contrazione di uso del suolo invocata dalla legge regionale 31/2014 (peraltro mai avversata dalle principali fazioni politiche). Nè è servito o servirà il decreto ministeriale 2 gennaio 2025 sul contrasto al consumo di suolo che distribuisce qua e là una miseria di spiccioli per opere di rinaturazione vagamente definite e che comunque non è detto aumentino sistematicamente la permeabilità. In ogni caso si tratta di una goccia nel deserto delle politiche ambientali ed ecologiche di questo (e del precedente) governo in quanto saranno assegnati 160 milioni di euro per cinque anni per 20 Regioni con criteri di ripartizione che poco o nulla hanno tenuto conto del consumo di suolo (pesa solo il 10%). Una Regione come la Lombardia riceverà in cinque anni 18 milioni di euro da utilizzare per varie azioni il cui esito finale in termini di permeabilità non è dimostrato. Ma comunque tutto ciò, per poco che sia, avverrà in un contesto dove non vi è il minimo accenno a una regolamentazione che fermi il consumo di suolo. Si capisce l’assurdo? Si spenderanno dei soldi (pur una miseria) senza nel frattempo fermare il treno della cementificazione. Lo schianto sarà comunque inevitabile e doloroso. Fatte così, senza il pedale del freno, queste politiche si rivelano meri palliativi. Idem gli incentivi per deimpermeabilizzare i quali non solo sono anche loro miseri ma spesso puntano appena a sostituire una pavimentazione impermeabile al 100% con una che lo è al 70% o al 50%. E nel frattempo si impermeabilizza cento volte di più appena poco più in là. Sempre meglio di niente, dicono, ma infinitamente lontano dagli obiettivi urgenti e necessari che dovremmo avere.
Ci si deve mettere in testa che la crescita dell’urbanizzazione concorre a peggiorare lo stato del clima e a incrementare l’esposizione ai danni ovvero aumenta la spesa pubblica. Quel che c’è da fare è semplice: riutilizzare ciò che già esiste prima di toccare anche un solo metro quadrato di suolo, lavorare a un rigoroso stop al consumo di suolo, avviare una campagna di estesa depavimentazione ovunque (grandi città e piccoli paesi) con conseguente rinaturazione delle aree depavimentate e infine formare tecnici politici e cittadini sul ruolo del suolo nel quadro ecologico e climatico attuale. Ovvio che tutto ciò richiede sforzi e un nuovo modo di abitare le città e i paesi e nuove abitudini che nulla possono avere a che fare con quel che abbiamo vissuto fino ad oggi. Questo ci spaventa? Non ha senso spaventarci delle cose giuste da fare. Piuttosto, ha senso spaventarsi di quelle che non vengono fatte e pretenderle da chi ha scelto di governare il territorio.
Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024).
Immagine di copertina: L’esondazione del Seveso nel quartiere Nord di Niguarda a Milano il 22 settembre 2025 © emadeca / IPA







Da anni il prof. Pileri predica nel deserto. Se la maggioranza della cittadinanza continuerà a non rendersi conto del problema consumo di suolo e voterà politici e partiti cementificatori, ovvero quasi tutti, non ci sarà mai una speranza di cambiamento.