Erosione delle coste: le opere di difesa rigide sono parte del problema

Crescono le opere rigide di difesa delle coste italiane, ma ostacolano il ripascimento naturale. Clima estremo e coste sempre più fragili richiedono una pianificazione differente. Ispra pubblica il geodatabase, mettendo a disposizione la mappatura delle strutture di difesa costiera esistenti.

A cura di Maria Cariota (comitato torinese del Forum Salviamo il Paesaggio)

Ampi tratti delle coste del nostro Paese stanno vivendo una fase di profonda crisi, sotto il peso di fattori di varia natura: erosione costiera, subsidenza naturale e antropica, aumento dell’intensità del consumo di suolo, perdita di ambienti di transizione, minacce alla biodiversità, intrusione del cuneo salino. La crisi climatica, oggi evidente, renderà nei prossimi anni ancora più acuti tali problemi, sottoponendo territori già fragili a stress senza precedenti.

Per pianificare nuove soluzioni oggi abbiamo a disposizione potenti strumenti analitici e di intervento, tra i quali il nuovo database realizzato da ISPRA, che, prendendo in esame l’intero assetto nazionale, fornisce la mappatura in alta risoluzione di tutte le opere di difesa costiera rigide presenti lungo il litorale italiano, soluzioni che possono offrire protezione in alcuni siti specifici, ma che allo stesso tempo rappresentano una delle cause dell’erosione dei paesaggi costieri.

Un quinto delle spiagge sparirà entro il 2050, quasi la metà entro il 2100. Consumo di suolo, porti e turismo le dinamiche che hanno reso le nostre coste rigide e fragili

La Società Geografica Italiana, con il XVII Rapporto intitolato Paesaggi sommersi – Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani e pubblicato nell’ottobre 2025, ha lanciato l’allarme per il nostro Paese. In Italia nel 2050 circa il 70% delle spiagge risulterà in erosione e sarà quasi completamente sommersa il 20% della loro superficie attuale. Spiccano in questo scenario le regioni Sardegna e Friuli-Venezia Giulia (che già al 2050 rischiano di perdere un terzo o più delle loro spiagge). Entro il 2100 la quota di spiagge a rischio di una quasi completa sommersione sale al 45%.

L’Italia nel 2100? – XVII Rapporto della Società Geografica Italiana, “Paesaggi sommersi. Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani” – ottobre 2025

La crescente artificializzazione di tratti sempre più ampi dei nostri litorali, la «marittimizzazione» di buona parte delle strutture insediative, gli interventi che sia a monte che a valle determinano processi di erosione e di degrado ambientale, sono le dinamiche che hanno reso le nostre coste estremamente rigide e quindi inevitabilmente vulnerabili.

La fascia costiera è la zona in Italia con la maggior percentuale di suolo artificiale e urbanizzato. Il suolo consumato (la quantità complessiva di superficie a copertura artificiale) presenta i valori maggiori nella fascia 0-300 metri dal mare (il triplo rispetto alla media nazionale), dove si registra una media del 23% con picchi in Liguria (47%), Marche (46%) e Abruzzo (37%). Il consumo di suolo in questa fascia è cresciuto di più di 1.600 ettari dal 2006 al 2021.

Negli ultimi decenni la crescita dimensionale dei porti e delle navi, attraverso la realizzazione di nuove banchine, di bacini di evoluzione via via più grandi e profondi e di ampie aree di retro-porto, hanno profondamente trasformato la costa.

L’industria turistica ha esercitato la sua pressione proprio su aree estremamente fragili, determinando l’urbanizzazione diffusa delle coste (con la moltiplicazione di seconde case, alberghi, villaggi turistici, parcheggi), la creazione di nuove attrazioni (piscine, campi sportivi, parchi di divertimento), la realizzazione di nuove promenade e accessi al mare; ma anche lo spianamento sistematico delle dune, la semplificazione ecosistemica della spiaggia (per garantirne una valenza estetica  rispondente al modello dominante espresso dalla domanda turistica – si pensi, per esempio, alla rimozione delle fanerogame spiaggiate) e la realizzazione di opere rigide di protezione per assicurare la stabilità del litorale.

Le opere di difesa, che interessano un quinto della costa italiana, bloccano il trasporto di sedimenti, limitando il ripascimento naturale delle coste

La costa vissuta come motore dell’economia ha generato maggiore domanda di protezione costiera dai fenomeni di innalzamento del livello del mare e di erosione, la quale comporta rischio di instabilità per le coste alte e particolare sensibilità delle spiagge alle variazioni del bilancio sedimentario.

Opere di difesa costiera per km di costa nelle regioni Italiane, 2000 e 2020 – Società Geografica Italiana su dati ISPRA 2023

I processi di trasporto di materiale eroso dai versanti attraverso la rete idrografica sono potentemente alterati dalle azioni antropiche, a causa della regimazione delle acque, degli invasi artificiali e delle casse di espansione, del prelievo degli inerti. La frazione più grossolana dei sedimenti si deposita sulla foce, mentre quella fina si espande al largo, dove le onde e le correnti verso terra la distribuiscono sulle spiagge. Il litorale è definito «instabile» quando gli asporti (dovuti all’azione erosiva delle onde verso il largo, soprattutto durante le tempeste, nonché dei venti verso terra) sono maggiori rispetto ai sedimenti.

Le opere costiere, anche con finalità di protezione, provocano l’interruzione della deriva litoranea, cioè del flusso longitudinale dei sedimenti e la riflessione del moto ondoso. Nel lungo termine le barriere artificiali rischiano di aggravare complessivamente i processi erosivi presso le coste contigue e sottoflutto; aumentano quindi complessivamente il grado di esposizione e di vulnerabilità dei litorali sabbiosi, aumentandone la rigidità e impedendone l’adattamento e l’arretramento naturale.

Oggi quasi un quinto della costa italiana è interessato dalla presenza di opere rigide di difesa: al 2020 si trattava di più di 1.500 km di costa, pari al 18%, con una crescita sui dati del 2000 del 27%, oltre 200 km di costa. La Calabria, più di altre Regioni, ha visto crescere la costa interessata da queste strutture del 66% (dati ISPRA).

Le tipologie più diffuse sono:

  • le scogliere parallele alla riva (scogli o elementi in cemento armato): utili a ridurre l’energia del moto ondoso, comportano spesso una accentuata erosione dei segmenti di litorale sottoflutto, come è particolarmente evidente lungo la costa adriatica;
  • i pennelli (scogliere perpendicolari o oblique alla riva, allineate alla direzione delle onde prevalenti, realizzate in pietrame, legno, calcestruzzo o palancole metalliche, numerose in Sicilia, Puglia, Liguria, Veneto e Molise): riducendo il flusso sedimentario portano all’espansione della spiaggia sopraflutto e all’erosione di quella sottoflutto;
  • le scogliere aderenti (realizzate sulla battigia, con materiali di risulta, calcestruzzo o altro, numerose in Sicilia, Liguria, Calabria, Campania, Veneto e Friuli): oltre agli effetti negativi in termini paesaggistici, accentuano l’erosione e provocano un progressivo approfondimento del fondale antistante.

Pubblicato il Geodatabase ISPRA

Il nuovo geoDB di ISPRA pubblica i dati che identificano e caratterizzano i tratti di costa italiana interessati dalla presenza delle opere di difesa rigide installate sul nostro territorio. Il geoDB, che si affianca a quella sull’“Assetto Costiero” e che sarà prossimamente aggiornato grazie ai risultati del PNRR-MER (Marine Ecosystem Restoration), si pone come riferimento italiano nell’ambito della definizione della linea di costa, rispondendo alla necessità di conoscere lo stato attuale delle coste per pianificare l’applicazione di strategie più «naturali» e adattive rispetto al passato e quindi più efficaci.

GeoDB ISPRA sulle Opere rigide di difesa delle coste