Una riflessione sul conflitto tra rinnovabili e paesaggio

In nome della transizione energetica i paesaggi agrari vengono considerati sacrificabili. L’agricoltura viene progressivamente marginalizzata e alla collettività vengono sottratte capacità di produrre cibo e radici culturali dei territori. Con la riforma del 2022 dell’art. 9 della Costituzione si è indebolito il ruolo del paesaggio, favorendo una primarietà dell’ambiente inteso come luogo dal quale trarre le risorse. A prevalere è una cultura che non sa più riconoscere la storia, le tracce, la memoria che rendono unico un paesaggio. Luoghi identitari vengono feriti rapidamente e in modo indelebile, senza che vi sia interesse a riconoscere che un rapporto virtuoso fra transizione energetica e tutela del paesaggio è tutt’altro che impossibile da realizzare. La vera tutela dell’ambiente è quella che salva la terra e non la padroneggia né l’assoggetta.

di Endri Orlandin

Articolo 9 della Costituzione: ambiente versus paesaggio

Fra i dodici articoli della Costituzione, relativi ai principi fondamentali, l’art. 9 afferma che la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Il testo, entrato in vigore il primo gennaio del 1948, è stato integrato nel 2022 con un nucleo di modifiche che potremmo definire di matrice ecologista, attraverso il riferimento alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi (nell’interesse delle generazioni future).

Una riforma accolta con quasi totale consenso ma che, oltre alle difficoltà nel distinguere con precisione tra i concetti di ambiente, biodiversità ed ecosistema, cela un contrasto: la possibilità di mettere l’ambiente in contrapposizione con il paesaggio, favorendo misure che proteggano il primo a scapito del secondo (ad esempio, l’installazione di impianti eolici o solari in aree a elevata tutela paesaggistica). Fino a poco tempo fa, questa eventualità era impensabile, poiché il paesaggio, il patrimonio e l’ambiente erano considerati un tutt’uno. Oggi, però, è importante ribadire con forza questo principio per evitare interpretazioni sbagliate della nuova normativa, che potrebbero portare a conseguenze disastrose.

Tale modifica avrà un ruolo fondamentale nel determinare una contrapposizione tra tutela del paesaggio e tutela dell’ambiente, tra un approccio qualitativo e un approccio quantitativo, che nel momento attuale va nettamente a scapito della tutela paesaggistica. Perché è evidente come l’approccio ambientalista all’uso del territorio, insito nell’idea di transizione ecologica, finisca per minare gravemente l’azione di tutela paesaggistica che si trova quasi involontariamente a costituire l’ultimo, o quantomeno uno dei pochi (insieme ai comitati locali), argini al dilagare delle trasformazioni antropiche che vanno dal consumo di suolo allo sviluppo massiccio degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico ed eolico in primis).

Questa integrazione dell’articolo 9 porta a un palese indebolimento del ruolo del paesaggio favorendo una primarietà dell’ambiente inteso come luogo dal quale trarre le risorse energetiche per raggiungere la tanto agognata autonomia energetica nazionale, ponendo in secondo piano e sfumando alquanto l’originario principio della tutela paesaggistica sancito dall’Assemblea Costituente e dagli apparati legislativi.

Riportando questa contrapposizione all’interno del dualismo cartesiano, con riferimento ai due aspetti del mondo finito, potremmo argomentare che il paesaggio attiene alla “realtà pensante” (il soggetto consapevole di sé) piuttosto che alla “realtà estesa” (la cosa puramente spaziale, non consapevole di sé e possibile oggetto di conoscenza da parte della realtà pensante). Il paesaggio va quindi ricondotto alla semiologia piuttosto che all’ecologia, essendo orientato per sua natura all’integrazione tra identità dei luoghi e cultura materiale, piuttosto che alla conservazione degli ecosistemi.

Il paesaggio costituisce percezione, stratificazione di conoscenze e saperi, evoluzione culturale dello spazio che ci circonda e non banalmente il sostrato biotico di un territorio. Il paesaggio è il significato che percepiamo del territorio attraverso la lettura dei suoi caratteri costitutivi.

La concezione giuridica di paesaggio non si sviluppa solo attraverso un atto normativo formale, ma emerge dalla fusione e dall’integrazione di varie tradizioni e idee metagiuridiche, possedendo radici profonde sia epistemiche che logiche, oltre che storiche.

Alla base della differenza tra paesaggio e ambiente si trova una sostanziale diversità di approccio: il paesaggio è visto da una prospettiva soggettiva e qualitativa, tipica delle scienze umane, mentre l’ambiente è considerato in modo oggettivo e quantitativo, caratteristico delle scienze esatte e della tecnica.

L’attenzione pressoché esclusiva alle questioni ambientali, introdotte all’art. 9, ha costituito una chiusura ai valori complessivi della società, una riduzione della storia all’ecologia, della cultura alla biologia, scordando che società e identità si alimentano attraverso relazioni evolutive con la storia.

Alla fine del secolo scorso, la Corte Costituzionale ha sviluppato, dopo aver definito nei decenni precedenti l’importanza del valore estetico-culturale come limite alle competenze regionali in materia urbanistica, una concezione unitaria di “ambiente” che include anche il paesaggio. La Corte ha affermato che “la tutela del bene culturale è contemplata nel testo costituzionale insieme a quella del paesaggio e dell’ambiente come espressione di un principio fondamentale unitario che riguarda il territorio in cui si svolge la vita umana” (sentenza n. 85 del 1998), e che queste forme di tutela rappresentano un’endiadi unitaria. In altre sentenze contemporanee, la Corte ha ampliato la definizione di paesaggio, includendo “ogni elemento naturale e umano che riguarda l’aspetto esteriore del territorio”, arrivando a sostenere che la tutela del paesaggio deve essere intesa in un senso ampio, come tutela ecologica, e coincide con la conservazione dell’ambiente.

La giurisprudenza costituzionale, in diverse occasioni, ha seguito una linea che considera ambiente e paesaggio come concetti interconnessi, promuovendo un approccio globale e integrato alla loro tutela. Tale approccio ha portato a una visione di sviluppo sostenibile, in cui gli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili possono essere integrati nel territorio. Tuttavia l’interpretazione della tutela del paesaggio che viene adottata in questo contesto risulta distorta e incoerente, nel senso che non tiene pienamente conto di tutti gli aspetti della tutela del paesaggio, come ad esempio la salvaguardia della biodiversità, dei caratteri costitutivi (materiali e immateriali) di un determinato territorio, o la possibilità di un impatto paesaggistico negativo. Ciò evidenzia la tensione tra la necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile e una corretta tutela del paesaggio.

L’inserimento di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, se davvero necessari, richiede inevitabilmente una valutazione attenta degli impatti sul paesaggio, al fine di garantire un approccio equilibrato e coerente.

Ormai stiamo assistendo a una sistematica distruzione del paesaggio soggetto ai pesantissimi impatti generati dall’estrazione massiva di valore, frutto della spinta spasmodica all’uso delle risorse rinnovabili. Il mondo nel quale avevamo individuato i riferimenti valoriali e nel quale i nostri nonni e i nostri genitori erano cresciuti, frutto di una storia millenaria che si esprimeva anche attraverso l’iconografia del paesaggio, spesso di raffinatissima civiltà, si sta progressivamente disgregando sotto gli assalti di forze non più gestibili né controllabili dalla cultura della tutela dei beni comuni; forze ciniche e arroganti nello sfruttare le occasioni offerte dall’attuale, e dalle facilmente prevedibili, future congiunture.

In fin dei conti, come sosteneva Eugenio Turri nel suo Semiologia del paesaggio italiano, la varietà e il sovraccarico di segni che oggi caratterizzano e rendono più “moderno” il paesaggio tendono a farlo apparire più complesso; ma, nel momento in cui si instaura tale condizione, il paesaggio sembra degradare come immagine. Potrà aumentare la sua dimensione di territorio funzionale, di geosistema antropico complesso, ma più difficilmente esso entrerà nelle immagini che si fissano nella memoria, assumendo funzione simbolica e rappresentativa di un paese o di una regione.

Rinnovabili versus paesaggio

Possiamo sostenere che l’incremento annuo finora sia stato di poche unità percentuali, ma queste piccole dimensioni in termini spaziali corrispondono a significative superfici in ettari di paesaggi trasformati e per i quali dovremo attendere un lungo lasso di tempo prima di ritornare a viverli come in origine, o forse con ogni probabilità temo, non li rivedremo o li riavremo mai più come prima.

Potremmo parlare di neopaesaggi, forse, e scegliendo questa accezione metterci al riparo da eventuali critiche rispetto all’approccio alla questione trasformativa del paesaggio; tuttavia, anche così facendo non riusciremo a cancellare facilmente le ferite infertegli.

Che sia eolico, minieolico, fotovoltaico, agrivoltaico (in pieno campo, rialzato, trasparente, ecc.), comunque lo si voglia chiamare (magari anche “paesaggio delle energie rinnovabili” per conferirgli un’accezione più accattivante), rimane un dato di fatto evidente: questo è sempre paesaggio che abbiamo trasformato irreversibilmente ed è un bene comune che con infinite difficoltà potremo tornare a godere nella sua forma e funzione originaria.

E anche la questione che ormai l’agricoltura è marginale nel nostro paese, e quindi è più opportuno riconvertire le coltivazioni permanenti in produzioni di energia da fonti rinnovabili, non può costituire un alibi alla forza devastatrice dell’eolico e del fotovoltaico.

Anche perché, a causa dei valori agricoli, certe coltivazioni sono più facilmente trasformabili mentre altre no (seminativi di costo inferiore, vale la pena eliminarli; vigneti di costo maggiore, rimangono) e di questo passo avremo una divaricazione sempre più ampia tra paesaggi agrari di serie A e di serie B, con conseguenze drammatiche dal punto di vista paesaggistico oltre che sociale.

Ma in realtà viviamo già in questa condizione: alcuni paesaggi agrari li consideriamo già persi o quantomeno territori disponibili/sacrificabili per la trasformazione e inesorabilmente in attesa di essa. Paesaggi fortemente frammentati, che avrebbero potenzialità latenti per tornare a essere integrati nel patrimonio comune ma, per imperizia pianificatoria, preferiamo assimilare al brutto che ci circonda e considerare come “terreno di conquista” per trasformazioni/edificazioni, li vediamo e li consideriamo come una causa persa in partenza, alla quale non è concessa alcuna possibilità di redenzione, restauro, recupero o riqualificazione.

Il rapporto dell’homo sapiens con il resto delle specie viventi (animali o vegetali esse siano) è stato sempre di tipo predatorio, ma al giorno d’oggi lo è ancor di più. Perché le tecnologie ci permettono di depredare le risorse più rapidamente, di trasformare l’ambiente che ci circonda con sempre maggiore impeto, di rafforzare il nostro dominio sulle altre specie.

Stiamo assistendo ormai da tempo a uno scontro tra due visioni opposte: a un estremo “l’ambientalismo industriale e globalista”, a sostegno di imprese che, usando come pretesto dapprima il protocollo di Kyoto e successivamente l’accordo di Parigi (passando per l’emendamento di Doha) sulla riduzione dei gas serra e la lotta al cambiamento climatico, cercano soprattutto profitti immediati. Queste imprese vogliono costruire parchi eolici dove le condizioni climatiche sono più favorevoli (valli montane, appennini, colline, mare, non importa dove) e campi di pannelli fotovoltaici nelle pianure e in collina, dove l’irraggiamento è maggiore.

All’altro estremo, comunità che amano e difendono la bellezza dei paesaggi, dove gli abitanti vogliono riscoprire e valorizzare le proprie radici culturali legate alla terra, all’agricoltura e alle tradizioni. Queste vere e proprie comunità di pratica di paesaggio puntano a uno sviluppo più equilibrato, basato sulla filiera enogastronomica di qualità, sull’agriturismo, su nuovi modi di vivere e sulla rivitalizzazione dei borghi antichi. Ciò significa riappropriarsi della propria storia, ripristinare e restaurare il patrimonio culturale, prendersi cura del paesaggio in maniera proattiva e coerente, dando luogo a produzioni agricole e artigianali legate al territorio, riscoprendo saperi, sapienze e tradizioni sia pratiche che orali a rischio di perdita definitiva. Per tale motivo difendono il paesaggio e si assumono una responsabilità collettiva nei suoi confronti, in quanto lo intendono come patrimonio identitario e conoscitivo, memoriale da trasmettere alle generazioni future.

La nostra responsabilità nei confronti dei luoghi è pari al rispetto che dobbiamo all’alterità, all’umanità e alla cultura. In essa risiede, infatti, la salvaguardia delle identità, la tutela delle diversità e l’opportunità di dialogo tra singolarità.

Da tale contrapposizione si evince quanto sia sfuggente e contraddittorio il concetto di “sviluppo sostenibile”.

Qui i valori si scontrano e va compreso quale “sostenibilità” si vuole davvero perseguire: se quella di uno sviluppo locale autentico, che rispetta le comunità e le radici culturali di quei territori, come previsto dalla Convenzione di Faro, oppure una sostenibilità “globale” che, nel frattempo, porta a stravolgere le tradizioni culturali locali, a omologare immagine e forma dei luoghi e a lasciare su di essi cicatrici indelebili.

Quando il paesaggio è segnato da opere di enormi dimensioni, la loro imponenza e la loro percezione visiva risultano quasi sempre sproporzionate rispetto a ciò che esiste già stratificato nel tempo. Spesso questi fuori scala appaiono come una brutale e violenta intrusione nell’orditura naturale.

Un tempo, le trasformazioni del paesaggio procedevano con lentezza, scandite dal ritmo dell’intervento umano, eseguito con pazienza e continuità. Ciò facilitava l’integrazione dei nuovi “segni”, sia nell’ambiente naturale sia nelle comunità, che li assimilavano gradualmente nel proprio contesto territoriale e sociale facendoli propri. Al contrario, quando l’inserimento è veloce e impattante, l’assorbimento risulta più difficile, spesso straniante e con effetti di rigetto da parte delle comunità, e molto spesso, per opportunismo, il problema viene posposto alle generazioni successive.

La razionalità tecnica degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, spinta dalla ricerca di un’invocata indipendenza energetica, si presenta come una logica superiore e indifferente alle peculiarità dei contesti locali; al più cerca di superare le opposizioni attraverso risarcimenti per i danni paesaggistici. La problematica locale è vista esclusivamente in termini economici e ambientali, senza assumere l’essenziale carattere di comunità e di luogo dotato di identità. È evidente come un cambiamento di approccio progettuale alla questione presupponga un mutamento di paradigma, sia teorico-metodologico, ma soprattutto politico.

L’energia prodotta a danno del paesaggio genera iniquità quando le terre vengono espropriate alle comunità locali per generare profitti, che finiscono esclusivamente nelle mani delle imprese e di soggetti che nulla hanno a che fare con i luoghi della produzione.

Questo modo di agire dell’uomo e delle imprese nello sfruttare le risorse e nell’estrarne valore rappresenta un modo di assalire e svuotare progressivamente di significato il paesaggio; è un modo di assumere il territorio come un semplice supporto per invocate esigenze di sviluppo (sostenibile?).

Sembra però che la “transizione ecologica” rischi di trasformarsi, come spesso accade, in un’operazione di greenwashing riproponendo il vecchio slogan della “crescita e sviluppo”, imponendo ulteriori sacrifici ai già sfruttati paesaggi del nostro Paese.

Ma, al di là del greenwashing, quello che veramente dobbiamo chiederci è se sia ancora necessario frammentare, consumare, trasformare nuovo paesaggio. E ancor di più considerare il paesaggio alla stregua di una fonte da cui estrarre valore in maniera “artificiale”.

Tuttavia rimane una questione in sospeso ed è quella che attiene al bilanciamento tra produzione energetica e agricola, con tutte le relative ricadute in termini di strategia economico-territoriale e gli impatti sulle ecorisorse. Tale scelta, ovviamente, determina un’indispensabile riflessione sul futuro della nostra economia e del nostro assetto spaziale, ma anche sulla società e sul paesaggio che vorremmo e che avremo nel prossimo futuro.

I segnali non sono incoraggianti: tra il 1970 e il 2020 (data del settimo censimento generale dell’agricoltura condotto dall’Istat), la superficie agricola utilizzata nel nostro paese è diminuita del 28% a fronte di una ben più significativa contrazione del 34% della superficie agricola totale. Se a questo associamo il numero degli addetti, che nell’intervallo intercensuario 2010-2020 è calato del 29%, e la loro età media, in costante aumento (54 anni), comprendiamo bene come l’agricoltura si stia progressivamente marginalizzando nell’economia nazionale e stia via via perdendo il suo indispensabile ruolo di presidio territoriale in termini di manutenzione costante e di cura del paesaggio.

Non dimentichiamoci che il terreno agricolo utilizzato per la produzione di energia da fonti rinnovabili riduce costantemente le superfici per le colture cerealicole, oltre ad assottigliare quelle destinate a filiere altrettanto strategiche, come la zootecnia.

Il vero errore è lasciarsi guidare dalle speculazioni; le grandi aziende energetiche pagano per occupare i campi, promettendo rendite immediate ai proprietari, ma sottraendo inesorabilmente alla collettività la capacità di produrre cibo.

Eppure il numero dei giovani che dimostrano un crescente interesse verso l’agricoltura, attratti da un desiderio di vita più sostenibile, contatto con la natura e opportunità di innovazione, sono in aumento. I millennial farmer stanno imparando a integrare la conduzione agricola tradizionale con la tecnologia e a proporre attività multifunzionali come la vendita diretta e l’agricoltura sociale mettendosi in contatto diretto con le comunità.

Contrapporre il paesaggio all’ambiente è un gioco a somma zero, in cui privilegiare l’uno a scapito dell’altro finisce solo per andare a detrimento della nostra qualità di vita. Siamo più disposti a sacrificare la “bellezza” di quanto ci circonda a favore della produzione di energia da fonti rinnovabili, oppure preferiamo che la produzione di energia green avvenga in zone paesaggisticamente già compromesse (ad esempio aree produttive dismesse e non) senza consumarne di nuove?

Ecco è questa la domanda che dovremmo porci prima di ricorrere a qualsivoglia nuova decisione che richieda di impegnare nuovi spazi per la produzione di energia da fonti alternative.

Il rapporto virtuoso fra transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio e gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua) e tutela del paesaggio è senz’altro complesso, ma è tutt’altro che impossibile da realizzare.

È in atto un’azione irreversibile per la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili (fotovoltaico/agrivoltaico, eolico onshore e offshore) tanto da prefigurare la sostanziale sostituzione paesaggistica e culturale, la sostituzione identitaria e la sostituzione economico-sociale con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno previsto.

Perché non si prende in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti degli edifici e si privilegiano invece i grandi impianti eolici e fotovoltaici?

Come indicato dal quadro normativo di riferimento in materia di individuazione di superfici e aree idonee per l’installazione di impianti a fonti rinnovabili, in tutta Italia, fra le aree idonee dovrebbero essere individuate le zone industriali dismesse e altre aree compromesse, aree abbandonate e marginali, e dovrebbero essere privilegiate e incentivate le soluzioni relative al posizionamento di pannelli fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici, capannoni, aziende, edifici privati, ecc.

Ciò sarebbe più che sufficiente a soddisfare le necessità energetiche nazionali.

Gli impianti fotovoltaici andrebbero collocati quantomeno dove non esiste un conflitto con l’uso agricolo (sui tetti di capannoni e stalle, sugli edifici pubblici e privati, sulle coperture degli impianti industriali dismessi, ecc.). Un ulteriore elemento localizzativo, finora non adeguatamente preso in considerazione, potrebbe essere costituito dalla collocazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade e superstrade).

Energia che si potrebbe produrre senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali; energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle realtà locali interessate.

Forse la risposta sta proprio in questo: una produzione realizzata con impianti collocati in tali contesti danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica, che ne perderebbero facilmente il controllo a favore delle comunità locali.

La vera questione, come spesso accade, è di tipo epistemologico: forse la veratransizione ecologica non è quella della cosiddetta green economy, che è ancora troppo legata alle vecchie logiche di profitto e crescita del prodotto interno lordo, ma è prima di tutto una questione legata al paradigma culturale di riferimento che vogliamo assumere.

Si tratta di abbracciare un nuovo modello di pensiero e di visione del mondo, di adottare uno stile di vita diverso, di recuperare il senso del limite e di ripensare profondamente i valori, abbandonando il consumo fine a sé stesso e il falso slogan dello “sviluppo sostenibile”.

L’obiettivo dovrebbe consistere nel trovare un equilibrio stabile e duraturo.

La vera transizione ecologica è quella che porta i giovani a tornare a lavorare la terra, non quella che sfrutta il territorio per installare pannelli solari e alimentare il business della filiera della mobilità elettrica.

Tuttavia, questa nuova visione sembra essere completamente fuori portata rispetto all’attuale modo di pensare della politica comune.

Anche se alcune associazioni ambientaliste sono disposte a sacrificare il territorio in funzione di uno sviluppo sostenibile, fondato sullo sfruttamento delle fonti rinnovabili, non è detto che questa sia la via da percorrere perché, giunti a un certo punto e guardando indietro, sicuramente ci accorgeremo che abbiamo finito per devastare il nostro paesaggio.

Come osservava Rosario Assunto, nel suo Il paesaggio e l’estetica, dalla salvaguardia dei paesaggi (e non dall’adozione di un modello di approccio scientistico-quantitativo) discende la tutela e il ripristino della natura. La vera tutela è quella che salva la terra e non la padroneggia né l’assoggetta. Gli ecologisti, al contrario, sovente argomentano restando sullo stesso terreno dei produttivisti, ai quali oppongono unicamente una difesa di risorse materiali. Essi si battono in nome dello stesso benessere materiale fine a sé stesso, in nome del quale la cultura tecnologica e industrializzante aveva mosso guerra alla natura.

Ma forse non occorre volgere lo sguardo al futuro, in quanto stiamo già vivendo questa situazione nel presente: basta guardare dall’alto alcune delle nostre pianure o certe zone collinari, in cui i campi fotovoltaici hanno già significativamente compromesso l’assetto agronomico e pesantemente trasformato la forma e l’immagine dei paesaggi. Oppure osservare cosa si sia già realizzato nei territori alpini e appenninici, in termini di impianti eolici che hanno irrimediabilmente stravolto la struttura e la percezione di questi luoghi, infliggendo ferite mortali non solo al paesaggio ma anche all’ecosistema.

Se questo è il segno del nostro passaggio terreno che vogliamo lasciare sui paesaggi e il lascito culturale, in termini di immagine e assetto strutturale, che tramanderemo del nostro Paese alle generazioni future, stiamo commettendo errori gravi, imperdonabili e irreparabili.

Perché l’iconografia presente e futura del nostro Paese, vale a dire il complesso dei motivi e dei criteri che distinguono e rendono percepibile la sua immagine dal punto di vista culturale, non può essere lasciata al paesaggio della produzione di energia da fonti rinnovabili; neppure se inventassimo la tecnologia più raffinata e meno impattante dal punto di vista paesaggistico. Mi rifiuto di credere che, dopo millenni di storia e cultura della cura della forma del nostro territorio, ci possiamo arrendere e sacrificare tutto ciò in funzione di un’illusoria autosufficienza energetica.

Determinare l’inserimento di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, siano essi di piccole o grandi dimensioni, rappresenta un grave errore di visione e pianificazione, oltre che una mancata comprensione di quel che una società responsabile dovrebbe fare per rallentare il riscaldamento del nostro pianeta. Dimostra anche la profonda incapacità di comprendere il valore simbolico e affettivo che il paesaggio ha per una comunità, un valore che non può essere sacrificato sull’altare dell’indipendenza energetica.

Non possiamo nemmeno pensare che interventi di mitigazione o integrazione paesaggistica oppure di camouflage di simili impianti possano minimamente attutire il loro impatto sul paesaggio; e ancora meno possiamo immaginare una loro sedimentazione sul territorio come segno dell’evoluzione antropica e risignificazione percettiva. Perché l’inautenticità dei nuovi elementi, veri e propri “corpi estranei” introdotti artificialmente, malamente assimilati e sempre mal sposati con quelli locali (nati da profonda e assoluta coerenza con il contesto paesaggistico), può facilmente determinare effetti di rigetto da parte dell’organismo ricevente, originando effetti di estraneazione o rifiuto da parte delle comunità locali, che possono portare, nei casi più estremi, a percepire il paesaggio come privo di significato strutturale, funzionale, estetico ed emotivo.

Perché in fin dei conti il paesaggio non è un allestimento scenografico, bensì un organismo vivente che rispecchia la cultura di chi lo abita. Quando questa cultura smarrisce il linguaggio del luogo, quando non sa più riconoscere la storia, le tracce, la memoria che rendono unico un paesaggio, allora esso smette di parlare a chi ci vive.

I beni comuni, come il paesaggio, sono beni fragili che vanno tutelati e protetti attivamente. Non si può distruggere il paesaggio per salvare l’ambiente. Le soluzioni che vanno elaborate devono essere fondate sul consenso per intersezione, su quei valori più profondi che uniscono e determinano una comunità di paesaggio. Non si possono tollerare scorciatoie utilitaristiche che sacrifichino gli interessi di una collettività a vantaggio del tornaconto di un’esigua minoranza.

Prima di utilizzare nuove fonti di energia c’è sempre la possibilità di usare meglio, o di risparmiare, l’energia prodotta dalle fonti tradizionali.

Rinunciare alla tutela del paesaggio per conseguire l’obiettivo della decarbonizzazione è una contraddizione, in quanto la decarbonizzazione è un mezzo per preservare paesaggio (e biodiversità), non un fine in sé.

Chi interviene nel paesaggio pensando di conoscerne la semantica oppure credendo di modernizzarlo diviene un distruttore consapevole di questo bene e sta cancellando coscientemente ciò che lo rende unico.

2 commenti

  1. Il mio timore è che fino a quando si continuerà a consumare nuovo suolo per costruire nuovi quartieri residenziali e nuovi poli tecnologici invece di recuperare e rifunzionalizzare quelli esistenti, l’azione di salvaguardare il paesaggio sarà puramente velleitaria. Fino a quando sapremo rispondere alla crescente domanda di energia dei data center e della AI (per non parlare delle insostenibili criptovalute) con le attuali tecnologie per produrre energia rinnovabile, il paesaggio sarà sacrificato sull’altare dello sviluppo. Sempre più insostenibile.

  2. Concetti nobili e sacrosanti: ma perchè usare 200 parole dove ne bastavano 40 ? Così si scoraggia la lettura e si perde l’effetto dei contenuti, ciò che si voleva comunicare ai lettori.

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