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Circa 100 cave continuano la loro distruzione a pieno ritmo nella Alpi Apuane. 

Il saccheggio e la distruzione delle montagne si accompagnano a numerose violazioni del Codice dei Beni Culturali e del paesaggio: si scava in un’area che è anche un Geoparco Unesco, e qui, in questo sito teoricamente protetto, troviamo cave in galleria e cave a cielo aperto, sopra i 1.200 metri di altezza, all’interno di boschi, di circhi glaciali, in prossimità di cavità carsiche e abissi tra i più profondi d’Italia, sulle creste delle montagne anche a 1.650 metri.

Violando il principio di precauzione, si permette di scavare anche quando è provata la diretta corrispondenza tra cave e sorgenti, e i fiumi – dopo la pioggia – sono bianchi come il latte.

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Foto di Andrea Ribolini (guarda galleria su facebook)

In un completo dossier il gruppo “No al Traforo della Tambura” denuncia ed analizza il problema della gestione delle cave in provincia di Massa e Carrara, zona in cui l’attività di escavazione è ritenuta un’eccellenza produttiva del territorio. Ma l’impatto ambientale ormai non è più sostenibile come dimostra la raccolta di dati e l’approfondita analisi contenuta nel documento.

Il Gruppo, nato in seguito all’ipotesi di costruire un traforo tra la costa Apuana e l’Alta Garfagna, ha predisposto questo dossier con l’intento di superare l’accusa che spesso si avanza in casi come questo. Quella di assumere una posizione esclusivamente ideologica. Con una petizione sono state raccolte oltre 9.000 firme ma nonostante questo, come sottolinea il gruppo, un centinaio di cave continuano a pieno ritmo la loro opera di distruzione delle Alpi Apuane.

L’annoso conflitto tra interesse economico ed ambiente

Con la consapevolezza della complessità dei diversi campi di interesse coinvolti, da quello economico a quello giuridico,da quello sociale e a quello tecnico-scientifico, l’analisi parte proprio dall’aspetto economico.
Come conciliare le esigenze del sistema produttivo e quelle ambientali considerando che stiamo parlando di un settore produttivo di eccellenza e al tempo stesso di un territorio con aree montane di alto pregio, un parco e una spiccata vocazione turistica?
Si analizza l’aspetto occupazionale: il settore occupa attualmente un 5/6% del e totale della provincia, la filiera è praticamente scomparsa. Per il resto della popolazione quindi non sono più accettabili i disagi oggettivi che la presenza di un’attività a così alto impatto ambientale inevitabilmente comporta: escavazione, trasporti, discariche, ecc.

Le carenze legislative e politiche

Tra le denunce del documento c’è quella di una chiusura politica e una latitanza di quasi tutti gli enti preposti, sia sul lato dei controlli che su quello della prevenzione, ancor più importante. Nonostante la presenza di un Geoparco Unesco si continua a scavare senza limitazioni: cave in galleria e cave a cielo aperto, sopra i 1.200 metri di altezza, all’interno di boschi, di circhi glaciali e in prossimità di cavità carsiche e abissi tra i più profondi d’Italia.

Anche dall’Agenzia Regionale per l’Ambiente Arpat, che rilascia concessioni e controlla, si conferma come questa attività interferisca nell’ambiente circostante. La stessa ammette come spesso i necessari impianti di depurazione sono solo descritti sulla carta. Mancano anche gli strumenti di pianificazione, tra cui aree di salvaguardia della risorsa idrica. Le associazioni ambientaliste nel pronunciarsi sul Nuovo Piano per le Attività Estrattive avevano denunciato la questione dei rifiuti di cava all’interno del Parco Regionale delle Alpi Apuane. Ma non consola veder riconosciuto il fatto che ciò che molti attivisti hanno denunciato in questi anni, oggi trova riscontro nei documenti ufficiali.

L’impatto dell’attività estrattiva sulle acque superficiali e profonde

L’evoluzione della tecnica negli ultimi anni ha consentito di velocizzare l’estrazione ma non hanno migliorato la tutelare l’ambiente. Oltre all’impatto dei trasporti, c’è soprattutto l’inquinamento da marmettola, la finissima polvere di taglio, che dilava dalle aree di cava.

Questa arriva all’acquifero attraverso le fessure contaminando le sorgenti. L’area dal punto di vista geologico è particolare: è uno dei più importanti comprensori di grotte, abissi, pozzi ben conosciuto dai geologi. Le sorgenti sono alimentate da fratture, inghiottitoi e anfratti anche a km di distanza che a causa dell’attività estrattiva vengono intercettate e spesso seccate in modo irreversibile.
L’escavazione avviene anche in galleria, meno impattante dal punto di vista paesaggistico, ma altrettanto devastante proprio perché altera e devia vene d’acqua.

E contaminati sono anche i fiumi: durante temporali si colorano di bianco latte e rimangono tali fino a quando il carbonato di calcio non si deposita sul letto del fiume.
La marmettola è responsabile quindi di un grave impatto biologico: si deposita sul fondo, distrugge i microambienti e mette a repentaglio l’esistenza di specie animali come il tritone (Triturus alpestris apuanus).
C’è anche un inquinamento chimico a causa dell’alterazione dei parametri delle acque causate dal fatto che la polvere di marmo si porta dietro anche inquinanti pesanti (oli e idrocarburi) provenienti da aree mal gestite. Gestori di cave che hanno anche avanzato la richiesta di declassazione della marmettola da rifiuto speciale a sottoprodotto. Questo per abbattere il costo di smaltimento. Un profitto però non “corretto”, scrive il gruppo, perché fatto sulla salute pubblica.

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L’ulteriore problema dei rifiuti abbandonati

La gestione dei rifiuti da cava è già critica, ma a questo si aggiunge l’ulteriore problema dei rifiuti urbani abbandonati nelle cave dismesse. Senza un piano di ripristino queste diventano vere e proprie discariche. Problema che colpisce le aree limitrofe, come ad esempio le vie di arroccamento di cava.

E’ possibile leggere il dossier completo a questo link. Dopo di che, come dicono gli autori: le conclusioni le possono fare tutti.

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