Dirt è un libro talmente importante, pur nella sua monotematicità, che è difficile persino decidere come cominciare a presentarlo. Forse l’introduzione migliore è data da una frase contenuta nel libro stesso:

dirt“Tutto il resto – la cultura, l’arte, la scienza – dipende da un’adeguata produzione agricola. Invisibili durante i periodi di benessere, questi legami diventano evidenti quando l’agricoltura inizia a vacillare.”

Nessuna di tutte le altre cose di cui parliamo – la cultura, la scienza, la pace, la letteratura, gli affetti, la bellezza, la libertà – può esistere se non c’è da mangiare. Senza cibo non possiamo vivere, né migliorare come esseri umani, né coesistere. Sono molti gli elementi necessari affinché noi possiamo disporre di cibo, ma uno dei più importanti in assoluto, se non forse il più importante, è la terra. La sua presenza, cioè il mero fatto che esista e non sia scomparsa lasciando solo roccia nuda, e poi la sua qualità, la sua quantità, e quindi la sua capacità di sostenere la vita che ci sfama – tutto questo è semplicemente fondamentale, eppure ce ne dimentichiamo fin troppo facilmente, soprattutto nei periodi di vacche grasse.

Un’altra introduzione possibile può partire dal titolo inglese (in italiano, per ora, non c’è): Dirt. The Erosion of Civilizations. In inglese dirt significa terriccio, ma anche sporcizia, da cui dirty, sporco, e l’espressione “to treat like dirt” si usa per indicare l’atto di mortificare qualcuno, di trattarlo male, come se non valesse nulla. Proprio come la stragrande maggioranza delle civiltà umane ha sempre trattato il suolo.

Gli esempi forniti da David R. Montgomery, geomorfologo e autore del libro, sono innumerevoli: dall’antica Mesopotamia all’America colonizzata dagli europei, dalla Cina alle Alpi, non esiste grande area geografica o civiltà il cui suolo, prima o poi, non sia stato distrutto dalla deforestazione e dall’agricoltura – in alcuni casi, come in Islanda, in modo irreversibile.

Riassumerli tutti è impossibile, ma probabilmente l’esempio più pertinente, e forse addirittura più convincente, per i lettori di questo sito, è probabilmente quello dell‘Impero Romano.

Nel 1960, il geologo Sheldon Judson trovò vicino a Roma una cisterna costruita nel 150 d.C. le cui fondamenta, un tempo sottoterra, erano ora esposte di circa un metro. Questo significava che, dalla fondazione di Roma, il suolo circostante era sceso di oltre tre centimetri ogni secolo, cioè molto più velocemente di quanto si formava. La terra fertile che copriva i primi campi coltivati dai romani ora giaceva sepolta in fondo ai fiumi e ai laghi, o, depositandosi lentamente, aveva finito per togliere all’antica Ostia il suo porto.

L’agricoltura venne introdotta nella nostra penisola tra il 5000 e il 4000 a.C. Nei millenni successivi si estese gradualmente fino a occupare anche terre marginali e meno adatte alla coltivazione, cioè soprattutto quelle più ripide e quindi più soggette all’erosione se spogliate della loro copertura arborea. La diffusione degli attrezzi in ferrro, cominciata attorno al 500 a.C., facilitò la deforestazione. Nei primi anni di Roma il suolo era fertile, i poderi poco estesi, e l’abilità come contadino un grande vanto per un cittadino romano. Lo stile di coltivazione era quello della cultura promiscua, in cui i campi, lavorati intensivamente a mano e fertilizzati con il letame, consistevano di una stratificazione sullo stesso appezzamento di colture da fieno, olivi, uve, cereali e ortaggi. La combinazione di diverse profondità di radici e diverse altezze delle piante proteggeva il terreno dall’erosione e, aumentando la temperatura in loco, prolungava la stagione vegetativa.

L’avvento dell’aratro trainato dai buoi permise di risparmiare ore di lavoro umano ma richiese maggiori estensioni di terra coltivata a parità di rendimento. La deforestazione e l’aratura dei pendii scatenarono un’erosione tanto massiccia da intasare i fiumi e portare alla creazione di paludi dove prima erano valli coltivate, come l’Agro Pontino.

A seguito delle guerre puniche, la fuga dei contadini dalle campagne e l’aumentata disponibilità di schiavi permisero all’agricoltura romana un’ulteriore evoluzione: in questa nuova fase una classe emergente di grandi proprietari terrieri impiegava eserciti di schiavi nella coltivazione di grandi tenute monocolturali – principalmente viti e olivi. Il loro unico obiettivo era massimizzare il profitto, e quindi i raccolti. Un eccesso di arature, soprattutto sui terreni più pendenti, spingeva la terra a valle e la lasciava esposta all’erosione della pioggia e del vento. Lentamente, il suolo di Roma scivolava via.

Alcuni osservatori del tempo, come Plinio il Vecchio, accusavano i grandi possidenti, che anziché prendersi cura delle loro terre le abbandonavano al lavoro degli schiavi, di causare la rovina dell’impero.

Per parte loro i contadini presero ad abbandonare la terra ormai erosa e non più fertile, che quindi rendeva impossibile con le sue basse ripagare i loro debiti. Il fenomeno dell’abbandono delle campagne diventò così grave che furono passate leggi che legavano la terra a chi la coltivava, gettando forse le basi della servitù medievale.

Lucrezio, come altri autori contemporanei, lamentava il calo della fertilità di Madre Terra. Ai tempi della nascita di Cristo, la campagna romana era già così sterile che Tito Livio si chiedeva come avesse potuto sostenere un impero: ormai non era più nemmeno in grado di sfamare i cittadini di Roma, il cui numero peraltro continuava ad aumentare. Proprio come l’Italia di oggi, Roma finì per dipendere dal cibo importato.

In particolare, il grano per sfamare l’impero proveniva dal Nord Africa. Nel secondo secolo dopo Cristo Tertulliano, che viveva a Cartagine, scriveva: “…i campi coltivati hanno avuto la meglio sui boschi… Stiamo sovraffollando il mondo. Gli elementi faticano a sostenerci. I nostri desideri aumentano e le nostre richieste sono sempre di più, mentre la Natura non ci può reggere.”

Duemila anni dopo, le colonie romane del Nord Africa e del Medio Oriente mostrano ancora nei pendii nudi e nelle città abbandonate le tracce dell’erosione causata dall’Impero Romano e dai Fenici. Tunisia, Algeria, Israele, Siria, Libano… ovunque deforestazione, continue arature e un eccesso di pascolo avevano trasfomato terre fertili e coperte di foreste in deserti. Irreversibilmente. Dove non era rimasta terra, i famosi cedri del Libano non sarebbero mai più potuti ricrescere.

Montgomery non sostiene che l’erosione del suolo abbia causato, da sola, il crollo o meglio il lento declino dell’Impero Romano – sicuramente, però, vi contribuì. Soprattutto, stiamo ripetendo gli errori causati dai nostri antenati, e questa volta su scala globale. I progressi tecnologici hanno prodotto aumenti nelle rese, ma a un prezzo altissimo dal punto di vista ambientale, sociale, e del suolo, oggi più eroso che mai.

Si stima che ogni anno vengano perdute globalmente ventiquattro miliardi di tonnellate di suolo – più di tre tonnellate per essere umano. Le riserve globali di cereali sono calate negli ultimi anni: l’umanità intera dipende per la sopravvivenza dalla buona riuscita del prossimo raccolto.

Inoltre, l’attuale forma di agricoltura, basata sulla meccanizzazione, sui combustibili fossili, sulle modifiche genetiche e sulla fertilizzazione artificiale non solo sta causando l’erosione dei suoli, senza i quali nessuna agricoltura è possibile, non solo non è sostenibile a lungo termine, ma non è nemmeno riuscita a cancellare la fame a livello globale. Più crescono le rese, più cresce la popolazione.

Se poi questa popolazione è composta da ex contadini costretti ad abbandonare o vendere le loro terre e ad affollare le bidonville delle nuove megalopoli, allora non importa quanto cibo in più verrà prodotto: loro non potranno permettersi di comprarlo.

La proposta di Montgomery, invece, è questa: ridarre la terra ai contadini, coltivarla in appezzamenti piccoli e medi, più efficienti di quelli grandi, e adottare tecniche di conservazione del suolo.

Secondo Montgomery, non sono necessarie altre modificazioni genetiche e un’ulteriore meccanizzazione dell’agricoltura. Queste pratiche creano immense monoculture dipendenti dai combustibili fossili e da altre fonti non rinnovabili e sono difficilmente adattabili alle infinite diversità locali, e alla lunga rovinano il suolo.

Come si è visto in innumerevoli esempi storici, i grandi proprietari terrieri o gli affittuari hanno come unico obiettivo il profitto a breve termine. Questo, però, può valere anche su scala più piccola, se chi coltiva si pone soltanto il problema di guadagnare, e non di conservare. L’agricoltura non può essere trattata come un’industria qualsiasi. Dato che la terra è di tutti e che non è giusto lasciare un suolo depauperato in eredità alle generazioni future, sono indispensabili politiche che portino alla sua tutela sul lungo termine, scoraggiando pratiche agricole dannose e incoraggiando quelle conservatrici – come, dove possono essere applicati, i terrazzamenti, il no-till (senza aratura), la consociazione, i cover crops (coltivazioni di copertura del terreno, come il trifoglio), il recupero dei nutrienti presenti nel letame e persino nelle deiezioni umane (pare che nella provincia cinese dello Shaoxing, i contadini del secolo scorso non vendessero il surplus di riso ma se ne riempissero le pance per poi ‘restituirlo’ ai campi sotto forma di fertilizzante attraverso eleganti bagni pubblici).

Sarebbe poi il caso di smetterla di cementificare terreno agricolo, ma questo, dal libro appare chiaro, è solo l’ultimo dei problemi. Persino negli ambienti più avanzati dell’ambientalismo italiano l’agricoltura viene idealizzata al punto che non ci si rende conto che essa stessa, prima ancora delle villette, dei parcheggi e dei centri commerciali, è la principale responsabile della distruzione del nostro suolo.

Leggere Dirt in un paese alpino che sta ancora facendo i conti con lo spopolamento, l’avanzata del bosco, l’abbandono dell’agricoltura tradizionale, ha rappresentato per me una sfida mentale non indifferente. Da un lato, mi spingeva a lottare contro i pregiudizi universali secondo cui la massima espressione della montagna è il prato, il bosco un nemico, lo spopolamento una sciagura; contro le pratiche abituali, che portano a lasciare i campi nudi per lunghi periodi (fortunatamente, spesso, protetti dalla neve) e a coltivare sempre le stesse colture negli stessi appezzamenti. Dall’altro, mi aiutava a riconoscere il valore di alcune pratiche tradizionali solo parzialmente abbandonate: la fertilizzazione con il letame, la costruzione di muretti e terrazzamenti, la fienagione.

Alcuni, più anziani, mi hanno raccontato come funzionavano i bagni quando erano giovani. Sotto al bagno non c’erano le fognature, ma dei semplici raccoglitori. Quando erano pieni si svuotavano manualmente, aiutandosi con degli elmetti per la parte liquida. La parte solida andava a fertilizzare i campi. Spiazzando gli interlocutori, che volevano solo raccontare una storia estrema, io mi entusiasmavo: “è quello che voglio fare io!”. Voglio ricominciare a vedere l’agricoltura come parte di un grande ciclo naturale, anziché come un’industria. Un ciclo che passa anche per i nostri corpi e per la terra sotto ai nostri piedi.

Gaia Baracetti

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