Dialogo con Angelo Antolino, fotogiornalista, che con il suo sito web da anni denuncia l’Italia degli scempi e del cemento. “Ho maturato la volontà di realizzare un reportage per mostrare il vero volto dell’Italia di oggi”, ci dice, “ben lontana dalla cartolina del Belpaese fortemente radicata nell’immaginario collettivo. Perché è proprio adagiandosi su questa immagine che vengono perpetrati i maggiori crimini ai danni del paesaggio”.

Tor Pagnotta 2, Roma sud. “L’espansione di Roma, senza alcuna pianificazione urbanistica, continua senza sosta dal secondo dopoguerra”, si legge nel sito di Angelo Antolino. “La speculazione immobiliare sta divorando l’Agro Romano, territorio destinato all’agricoltura e alla pastorizia sin dai tempi di Roma Antica. In questa immagine nuovi quartieri costruiti dall’Immobil Dream di Roberto Carlino e dal Gruppo Caltagirone“. Foto © Angelo Antolino

Tor Pagnotta 2, Roma sud. “L’espansione di Roma, senza alcuna pianificazione urbanistica, continua senza sosta dal secondo dopoguerra”, si legge nel sito di Angelo Antolino. “La speculazione immobiliare sta divorando l’Agro Romano, territorio destinato all’agricoltura e alla pastorizia sin dai tempi di Roma Antica. In questa immagine nuovi quartieri costruiti dall’Immobil Dream di Roberto Carlino e dal Gruppo Caltagirone“.
Foto © Angelo Antolino

Un viaggio d’immagini attraverso ciò che di peggio l’Italia offre a se stessa e al mondo. Un’overdose di verità lontana dagli scorci da cartolina che ancora, a stento, sopravvivono nel mare di cemento che è diventata negli anni l’Italia. Un grido costituito dagli scatti di una macchina fotografica, quella di Angelo Antolino, laureato in storia dell’arte e fotogiornalista, innamorato come tanti di un’Italia che sta morendo, quella della natura che si fa cultura e dei paesaggi amati dagli artisti di ogni epoca, uccisa dall’ignoranza e dalla speculazione.

Per salvare l’Italia migliore, o quel che ne rimane, è necessario però dare corpo a quella peggiore e oscura, darle un volto e saperla guardare. Come un malato, che prima d’ogni cura, deve prendere coscienza del proprio male, per sconfiggerlo.

“Studiare Storia dell’Arte”, dice Antolino, “significa viaggiare per andare a vedere le opere dal vivo e capire il contesto in cui sono nate. E ad ogni viaggio in ogni regione d’Italia mi rendevo conto della spaventosa distanza che c’era tra le opere e il paesaggio circostante. Non solo la campagna veneta o quella senese dipinta da Bellini e Lorenzetti era sparita sotto il cemento, ma era venuta meno anche la cultura in cui queste opere erano nate. Parlo di quella cultura fondata sul principio, tramandato per secoli, per cui il paesaggio è l’habitat nel quale si vive e da cui la vita discende, attraverso l’agricoltura e la pastorizia, e che pertanto è un bene comune da salvaguardare e tutelare”.

“Inoltre”, prosegue, “con questo reportage ho cercato di inquadrare il problema della cementificazione in una prospettiva nazionale, poiché fino ad oggi le battaglie in difesa del Paesaggio – eccezion fatta per la Val di Susa – sono rimaste confinate nei singoli ambiti locali. Mentre, ad esempio, la costruzione di un albergo sulle colline ricoperte di ulivi a Portovenere, o la realizzazione di un centro commerciale su suolo agricolo in Campania, è un problema che riguarda l’intero Paese”.

Sono molteplici i luoghi comuni da sfatare per far sì che il paziente prenda coscienza della malattia: dalla bellezza dei territori italiani, intesa come una sorta di credito infinito ed inesauribile di cui godrebbe la penisola quasi per volontà divina, fino all’idea che la cementificazione sia un fenomeno legato esclusivamente al boom economico.

“Come in stato di ipnosi”, aggiunge il fotografo, “continuiamo a ripetere il mantra l’Italia è il Paese più bello del Mondo e contemporaneamente, con sistematicità, lo distruggiamo. A partire dal secondo dopo guerra, con raccapricciante metodo, si è deciso per un suicidio collettivo, e nell’arco di 60 anni si è riusciti a distruggere un paesaggio modificato costantemente per migliaia di anni ma che era rimasto sempre identico a se stesso nella sua magnificenza”.

“Un altro dei miti da sfatare”, sottolinea, “è quello legato alla cementificazione come fenomeno tipico del boom economico: in realtà i dati dimostrano che dal ’95 a oggi è sparito sotto il cemento l’equivalente di Umbria e Veneto messe insieme, un processo ancora più aggressivo di quello avvenuto tra gli anni ’50 e ’60. Il cortocircuito che oggi impedisce la difesa del territorio o lo derubrica a problema di serie b rispetto a temi come lavoro, salute, sicurezza, è determinato anche dal fatto che il concetto stesso di paesaggio viene troppo spesso confuso con quello di panorama. Salvaguardare il paesaggio come grande risorsa strategica significa porre le basi per un reale progresso sociale ed economico di questo Paese”.

Sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del consumo di suolo e del rispetto dell’ambiente come primo passo per convincere il malato a prendere le medicine. Per iniziare un dialogo con le persone tuttavia, è fondamentale prendere contatto con i territori. “La mia collaborazione con Salviamo Il Paesaggio, Italia Nostra, Wwf e tanti altri comitati locali”, dice ancora Antolino, “nasce dalla necessità di mettermi in ascolto con i singoli territori. Prima di recarmi in una determinata area, mi mettevo in contatto con le sedi locali delle associazioni raccogliendo segnalazioni relative ai casi più eclatanti di scempio del paesaggio. Gli attivisti di Salviamo il Paesaggio con cui ho collaborato, si sono rivelati tra i più competenti e disponibili durante il mio Grand Tour. Ho anche ricevuto molte offerte di ospitalità, ne cito una a titolo di ringraziamento, come ad esempio il favoloso agriturismo Il Cignale di Rita Rossi di Salviamo il Paesaggio di Penne (PE)”.

Fare squadra, quindi, con tutte le realtà quotidianamente impegnate per difendere quell’Italia migliore che ancora sopravvive al degrado. L’unico modo per raggiungere un obiettivo comune.

Fare questo reportage mi è costato un’enorme fatica”, conclude il fotogiornalista, “soprattutto perché nei due mesi e mezzo di viaggio ad ogni chilometro percorso mi rendevo sempre più conto che le aree di paesaggio non stuprate dal cemento sono davvero esigue, e al termine di ogni giornata alla fatica fisica si aggiungeva un senso di sconforto. Tuttavia questo reportage mi ha dato la possibilità di conoscere, ad ogni tappa, alcune delle tantissime persone che tramite associazioni e comitati combattono, da anni e nel silenzio, una guerra quotidiana per la salvezza dell’Italia. Senza quelle donne e quegli uomini che gratuitamente mi hanno dedicato il loro tempo, non avrei potuto realizzare questo reportage”.

Ed è proprio di quel genere di donne e uomini che l’Italia migliore ha disperato bisogno per non soccombere alla demoralizzazione, prima ancora che alla devastazione fisica del proprio territorio. Su col morale, non è ancora detto.

Marco Bombagi
Salviamo il Paesaggio Roma e provincia
www.salviamoilpaesaggio.roma.it

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Guarda le foto sul sito di Angelo Antolino >

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