urban-sprawl

(di Gianni Sartori)

Con il termine urban sprawl  indica l’estendersi, il dilagare degli agglomerati urbani, in particolare lo “sviluppo a bassa densità, autodipendente, oltre il limite coperto da servizi e infrastrutture urbane”.

Negli Usa sembra essere diventato un vero e proprio “pilastro dell’organizzazione sociale, elemento sostanziale e ineliminabile dell’american way of life“. Commentava impietosamente un ecologista:”Al di là di tutta la retorica che lo circonda, il sogno americano non consiste in nient’altro che in una villetta suburbana con una staccionata, due auto e una vacanza all’anno”. Una casa, un prato (diserbanti e tosaerba), talvolta un albero per “credere di vivere in campagna. Un modello sempre più diffuso, anche nelle numerose “villettopoli” del nostro Nord-est.

Situazione resa possibile soltanto dall’uso quotidiano dell’auto (spesso un ingombrante Suv), indispensabile per ogni spostamento, dato che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di pendolari che lavorano in città.

Scontate le conseguenze: aumentano strade e autostrade, aumenta l’inquinamento.

Secondo calcoli effettuati negli Stati Uniti la casa unifamiliare (la “villetta”) suburbana richiede in media che siano asfaltati almeno dieci metri di strada ogni due famiglie. Ovviamente si moltiplicano anche i chilometri di linee telefoniche, fognature, condotte idriche, a spese di boschi, foreste, terreni agricoli. Negli Usa le aree urbane delle metropoli aumentano ad un ritmo che è doppio rispetto all’aumento della popolazione e lo sprawl fagocita ogni anno circa 4mila Kmq di terra destinandoli a scopo urbano (strade, case, parcheggi, centri commerciali…).

Sul lungo periodo l’ambiguo “amore per la campagna e la natura” degli americani comporta effetti devastanti; distrugge la natura e allarga  enormemente le aree urbanizzate. Per aver un’idea dell’urban sprawl basta vedere uno di quei film dove uomini e donne  a fine lavoro sciamano lontano dai loro uffici di New York per rifugiarsi nel tranquillo New Jersey, in grandi case rassicuranti, “immerse nel verde”, con serramenti in legno bianco, parquet e giardino. Talvolta, mentre si allontanano in fretta dalla downtown, attraverso i finestrini si vedono scorrere immensi e degradati quartieri popolari, progettati da persone che non ci vivrebbero mai. 

Anche la vecchia Europa non scherza. Pensiamo a Londra con la sua serie infinita di case a due piani con vetrata frontale e giardinetto sul retro (nelle due versioni, per benestanti e popolare). Un pezzetto di erba privata garantito per buona parte dei nove milioni di abitanti, un paesaggio urbano sicuramente più suggestivo di quello offerto dai casermoni popolari, ma anche una città che si è estesa a macchia d’olio, inglobando paesi e territori che fino a non molto tempo fa costituivano la caratteristica  e amata “campagna inglese”.

Per quanto ci riguarda, già nel 1979, in “Semiologia del paesaggio italiano“, Eugenio Turri, di fronte alle profonde e rapide trasformazioni in atto nelle nostre campagne e colline (v. la Lessinia), si chiedeva se si trattasse di “trasformazione o distruzione?”.

Confrontando la crescita demografica del nostro paese con l’espansione urbanistica si nota una certa sproporzione.  Dal 1951 al 2006 la popolazione è cresciuta soltanto di circa undici milioni. Invece la cementificazione del territorio nel medesimo arco di tempo è aumentata a dismisura, sconvolgendo l’assetto agricolo e il paesaggio. Città cresciute in modo incontrollato (la “via Gluck”) e campagne urbanizzate, mentre prevaleva sempre di più l’idea di uno “spazio privato” e provvisto di cancelli per ingabbiare un misero brandello di verde.

Lo ricordava anche l’urbanista Georg Josef Frisch: “In Italia, fino alla metà degli anni Settanta, la crescita delle città significava insieme crescita demografica e crescita fisica. Da allora l’andamento demografico ed economico è sostanzialmente fermo. Il consumo di suolo, invece, non conosce inversioni di tendenza“. La causa principale sarebbe “uno stile di vita sempre meno sostenibile” con il territorio concepito soltanto come “oggetto di consumo o mero supporto alle attività economiche”. Il giro di affari delle imprese edili e del settore immobiliare è cresciuto in proporzione, anche se migliaia di case restano invendute e altrettante rimangono sfitte. E poi ci sono le seconde e terze case al mare e ai monti. Talvolta questo processo di “occupazione” del territorio e dell’ambiente naturale, ha assunto i caratteri di una vera e propria colonizzazione, da manuale.

Molte delle terre ancestrali degli indiani, ora segregati nelle riserve, sono state ricoperte dall’edificazione urbana. Sui territori palestinesi, gli israeliani hanno costruito un paese tecnologicamente moderno, con insediamenti costituiti da nuclei abitativi compatti, impenetrabili, quasi avamposti militari. Per realizzarli sono stati abbattuti migliaia di ulivi secolari e la maggior parte degli abitanti va tutti i giorni a lavorare in Israele percorrendo autostrade destinate esclusivamente ai coloni.

Tempo fa, in un articolo pubblicato su “Le Monde diplomatique”, il geografo e orientalista Augustin Berque si era scagliato contro les rurbains, quei cittadini dei paesi ricchi che scelgono per la loro residenza un “habitat de type campagnard”.  Una tendenza che, mentre si autorappresenta come desiderio di “vivere a contatto della natura”, si rivela un modello molto più vorace di risorse naturali rispetto a quello della “ville compatte”.

Secondo Berque, l’urbanizzazione diffusa, aumentando la pressione umana sull’ambiente, sta diventando una delle maggiori cause di distruzione dell’ oggetto stesso di questo desiderio, la “natura”.

Il geografo distingue quello che avviene in Europa, Stati Uniti o Giappone dal sempre maggior numero di megalopoli che si sviluppano nei paesi poveri,  ricordando che comunque i rurbains rimangono sociologicamente dei cittadini “in fuga” dalle città. Invece nelle megalopoli del terzo mondo si rifugiano le popolazioni in fuga (non metaforica) dalle campagne e dalla miseria.

Insieme all’automobile, l’abitazione individuale è diventata “il leitmotiv di un genere di vita la cui smisurata impronta ecologica implica un consumo eccessivo delle risorse naturali“, insostenibile sul lungo periodo. Si pensa con rimpianto ai progetti di Le Corbusier e alla sua maison radieuse.

I termini della questione sono molto chiari: “L’impronta ecologica è sicuramente minore con abitazioni di genere collettivo e con trasporti pubblici. Al contrario l’urbanizzazione diffusa dilapida il capitale ecologico dell’umanità“.

In sostanza un suicidio collettivo.

QUESTA TERRA E’ ANCORA LA NOSTRA TERRA?
QUANDO I RICCHI SI IMPADRONISCONO ANCHE DELLA BELLEZZA DELLA NATURA

In un suo articolo Barbara Ehrenreich  (“Questa terra è di tutti”) aveva evidenziato un altro aspetto della distruzione ambientale, affermando che i ricchi possono togliere ai poveri anche il diritto alla bellezza della natura”. Per la giornalista di “The Nation” (nota come autrice del libro “Una paga da fame: come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo”) dagli anni novanta in poi si sarebbe imposta una regola generale: “Se un posto è veramente splendido chiediti se te lo puoi permettere”. Con qualche rara eccezione “la maggior parte dei punti panoramici sta sparendo molto rapidamente inghiottiti dalle grandi proprietà“. Cita luoghi ben precisi (Driggs nell’Idaho, Key West in Florida…) da lei conosciuti prima che “arrivassero quelli con i soldi” e ormai trasformati in maniera irreversibile.

Gli stessi che si arricchiscono “inquinando tutti i paesi dove non hanno le loro terze o quarte case” sono arrivati con i loro aerei privati, hanno fatto salire a 7 cifre i prezzi delle case e hanno costruito i loro residence. E mentre i poveri si disperdono in sovraffollate periferie urbane o si riducono a vivere in roulotte, gli allevamenti di cavalli dei miliardari si espandono.

Edward O. Wilson parlava di “biofilia come di un innato bisogno umano di interagire con la natura”. Lasciare che i ricchi “si impadroniscano di tutti i posti più belli della terra potrebbe avere serie conseguenze anche sulla salute mentale” di larghi strati della popolazione, man mano che diventa sempre più difficile “poter spaziare con lo sguardo su ampie distese d’acqua, orizzonti liberi e montagne che svettano nel cielo“. Almeno “per una o due settimane all’anno”, si accontenterebbe la Ehrenreich. Se, come sostiene la psicologa Nancy Etcoff “il bisogno di bellezza naturale è codificato nel nostro patrimonio genetico” (in quello di ogni essere umano, non  di pochi privilegiati) c’è il rischio che un gran numero di persone possa cadere “vittima di una claustrofobia cronica e crescente“.

Oppure, in alternativa, che si diffondano ulteriormente i gruppi ecologisti radicali  come l’Earth Liberation Front  da anni stanno dando filo da torcere anche all’FBI con le loro “azioni dirette in difesa della terra” contro  Suv, case di lusso, aziende del legname e cantieri di espansione urbana.

Gianni Sartori

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