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L’inchino della politica alla lobby dei concessionari di cave e lo stravolgimento del piano paesaggistico nelle Alpi Apuane: una storia che viene da lontano e si ripete nel tempo.

Nato nel 1997 come Parco con al suo interno un cospicuo numero di bacini estrattivi, ambiguamente e scorrettamente definiti aree contigue di cava, l’area delle Alpi Apuane continua a subire, sotto il falso spettro del ricatto occupazionale (gli occupati diretti non raggiungono il migliaio), una escavazione devastante e selvaggia.

25-b-grotte-in-CarcaraiaQuest’opera di escavazione affetta le creste, inquina le acque di superficie e le grotte carsiche con la polvere di marmo (marmettola) che penetra nelle fratturazioni delle rocce (ben 2.000 grotte sono state accatastate finora), abbassa i passi di 70 metri (la Focolaccia , già 1650 m di altezza tra il monte Tambura e il monte Cavallo), in eclatante contrasto con l’art. 142 del Codice dei Beni culturali, e in palese violazione con il principio di precauzione e le leggi che tutelano le acque e i siti Natura 2000.

In un Parco dove sono presenti oltre 3.000 specie (con 20 endemismi) delle 5.595 viventi in Italia, l’abisso più profondo della nazione e una decina di abissi superiori a 1.000 metri, il complesso carsico più vasto della penisola (antro del Corchia, 53 km di gallerie esplorate) non meraviglia trovare una Zona di Protezione Speciale che copre l’88% della superficie del Parco e ben 18 Siti di Interesse Comunitario che le si sovrappongono.

Ebbene la normativa del Consiglio regionale emanata nel 1997 al momento della costituzione del Parco e che cercava di salvaguardare le vette e i crinali, il reticolo acquifero, le cavità carsiche, non è mai stata rispettata, come scrive nel 2010 il direttore del Parco: ” i contenuti dell’ordine del giorno del 24 luglio 1997 sono stati considerati in termini soltanto orientativi“.

E anche la rete di protezione Natura 2000 è stata tracciata in funzione degli interessi di pochi concessionari: “l’Ufficio di Direzione del Parco – scrive – era riuscito a scontornare, dall’area di protezione, i possibili sviluppi estrattivi, a quel tempo conosciuti e convenuti“. Non ci sono parole!

Così come non ci sono parole nelle ridicole prescrizioni della VIA e della Vinca che riguardano i piani estrattivi: oliare i macchinari per non disturbare gli uccelli, non usare mine nel periodo di riproduzione dell’aquila, avvisare il Parco in caso di intercettazione di cavità (mai successo, come mostrano le foto).

Da due anni, nonostante le cave in funzione (una settantina, la maggior parte delle quali impiega solo due, tre operai), il Parco è diventato Geoparco Unesco. Il Piano paesaggistico voluto da Anna Marson prevedeva la progressiva chiusura delle cave: dovevano cessare l’attività alla fine del piano estrattivo in corso e dopo i tre anni di ripristino ambientale. Abbiamo sperato che andassero a chiusura le cave più piccole, le cave di creste, quelle in corrispondenza con le sorgenti, quelle sopra i 1.200 m, nei circhi glaciali, nei boschi…

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La “cattiva” politica, quella che fa gli interessi economici di pochi e permette la devastazione di un bene comune, ha deciso che tutto resterà come prima e anche peggio: anche nelle aree tutelate dal Codice si continuerà a scavare, ad ampliare e addirittura si potranno riaprire cave chiuse da 20 anni, semplicemente non ce ne saranno di nuove (alla grazia!).

In questa area di fragile e rara bellezza, in questo Parco, i SIC e le ZPS dovrebbero (scrivo dovrebbero, perché non glielo permetteremo) subire ancora scempio e violenza.

Aggiungiamo che nel 2003 una assurda normativa regionale, volta a favorire la produzione di detrito, convalidava e rendeva obbligatorio il rapporto scaglie-blocchi, ora che macchine potentissime tagliano il marmo con estrema precisione e senza scarto. Ogni tonnellata di marmo deve essere composta nel Parco da un 25% di marmo in blocchi e da un 75% di scaglie; nel bacino di Carrara la proporzione è ridotta a 20/80.

Non ci sono limiti all’escavazione e il business del carbonato ha fatto sì che in Garfagnana nel verde di una montagna boscata si aprisse, con i fondi europei, un frantoio per macinare i detriti e produrre pregiato e richiesto carbonato di calcio purissimo, e la Regione costruisse una linea ferroviaria che da Pieve San Lorenzo arriva allo stabilimento Kerakoll di Sassuolo: una scelta ecologica, senza dubbio, perché ha eliminato il trasporto con i camion (ma ancora oggi, all’interno del Parco, in Val Serenaia si consentono 100 passaggi di camion al giorno per alimentare il frantoio) , ma ” è civiltà ridurre i monti in farina?” come si chiede Alberto Grossi nel bellissimo filmato Aut/Out (vedi qui sotto).

Sabato un industriale di Carrara ha precisato al giornale Il Tirreno che si asportano 900.000 tonnellate in blocchi all’anno, ma se consideriamo le scaglie, le terre ecc. allora ogni anno si abbattono almeno 3.600.000 tonnellate di montagna. Una enormità. Perché?

Riprendiamo il filo della storia e ricordiamo quando (1994) una politica regionale diversa, più sensibile alle esigenze del pubblico, aveva stabilito che anche i Comuni di Massa e di Carrara dovessero adeguarsi nell’escavazione alla normativa della Regione Toscana. Massa usava e tuttora usa la legge estense del 1846! Nulla di rivoluzionario la nuova normativa: le cave dovevano essere concesse all’asta al miglior offerente, a tempo determinato (20 anni), gestite direttamente, e dovevano pagare una tassa (10%) proporzionale al valore del marmo estratto. Una legge troppo democratica per Berlusconi che la impugnò come anticostituzionale e anche perché “incide sui diritti immobiliari preesistenti, disciplinati con normativa speciale risalente alla legislazione preunitaria (1751 e 1846)”.

La sentenza della Corte Costituzionale 488/1995 riconfermava la normativa regionale, asserendo che gli agri marmiferi appartenevano al patrimonio indisponibile dei due Comuni, sottolineava “l’allarmante fenomeno (ignoto al legislatore estense) delle subconcessioni di fatto” e dava atto che la Regione Toscana era ben conscia “dell’enorme importanza economica dello sfruttamento degli agri marmiferi nelle Alpi Apuane e della loro rilevanza anche dal punto paesaggistico ambientale …. vincolando i nuovi regolamenti comunali (di Massa e di Carrara) al rispetto della normativa urbanistica, ambientale , paesaggistica , idrogeologica. E aggiungeva che i canoni irrisori chiesti dai due Comuni dovevano essere determinati in base alla caratteristiche dei beni, ma “ad un valore non inferiore a quello di mercato, fatti salvi gli scopi sociali. A questa regola i Comuni di Massa e Carrara devono fin d’ora uniformarsi, indipendentemente dall’entrata in vigore dei regolamenti più volte ricordati”.

Ebbene, in questo lembo della Toscana la legge ha cessato di essere osservata a partire da questa sentenza, sentenza mai fatta propria dal Comune di Massa (qui le cave sono in concessione perpetua, si possono vendere e lasciare in eredità, ci sono lucrose rendite parassitarie, si riscuote un canone annuale pari al reddito agrario moltiplicato per 0,024 euro e per ogni blocco di marmo denunciato alla pesa il Comune ricava 8,30 euro per marmo il cui valore oscilla da 100 a 4.000 euro la tonnellata).

Carrara si era data con l’amministrazione Fazzi Contigli un regolamento che ha progressivamente svuotato e reso non conforme alla sentenza sopracitata; le ultime amministrazioni si baloccano nell’ambiguità di alcune cave censite come “beni estimati” e, nonostante fin dal 1955 alcuni giuristi avessero confermato l’equivalenza con le altre cave, continuano a pagare esperti di diritto perchè producano uguali sentenze: ma nel frattempo ci si barcamena nel più completo e anti-economico disordine, denunciato dai cittadini alla Corte dei Conti.

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Non meraviglia che nel 1997 il Parco fosse stato costituito con le cave dentro e neppure che il piano estrattivo varato dal Parco nel 2003, che prevedeva la chiusura di 5/6 cave, fosse ancora una volta fermato dai Sindaci e non arrivasse mai in Regione per l’approvazione. Il 2003 d’altra parte è l’anno in cui la Regione determina la percentuale 20/80 e 25/75.

Nel 2006, ancora una legge regionale, stabilisce che il piano del Parco deve PRECEDERE il piano estrattivo del Parco, e lo scorso anno abbiamo dovuto fare le osservazioni alla VAS di un piano del parco, già approvato, che non contemplava le attività estrattive: infrangendo in questo modo le regole elementari della pianificazione.

In questo quadro di completa illegalità, non ci sono dati certi sugli occupati diretti, che i sindacati però indicano nel migliaio, e i concessionari propagandano in 12.000 addetti comprensivi dell’indotto. Esiste l’Inail, ma sembra che nessuno voglia realmente accertare il dato. E sappiamo anche che parecchi di questi operai godono nei mesi invernali della cassa integrazione, perché non si riesce a lavorare dove c’è la neve, la sola che protegge e da respiro alle nostre montagne martoriate.

Si fa una serrata, di soli due giorni, ma non si fa certamente per difendere i posti di lavoro degli addetti che potrebbero essere occupati diversamente, in un turismo che renda vivo il nostro Parco.

Sui giornali passano anche notizie delle poche ditte che gestiscono il marmo e che hanno utili netti da due milioni fino a sei milioni di euro, ma il numero di operai occupati è poco in linea con quei ricavi: si tratta di 30, 40 operai. Passa anche la notizia che la famiglia Bin Laden comprerà per 45 milioni 1/3 delle cave di Carrara e i venditori delle concessioni che ne beneficeranno sono solo tre famiglie. Questi dati e molti altri che si potrebbero portare (ancora da studiare e da approfondire) fanno capire perché la legge si è fermata alla disattesa sentenza della Corte Costituzionale del 1995, perché si violino i siti protetti, si distruggano le montagne, si inquinino le acque.

Abbiamo sperato nel Piano Paesaggistico per tutelare l’ambiente e per diventare un paese civile, ma l’inchino obbediente della politica sta cercando ancora una volta di tenere la civiltà lontana da questo lembo di Toscana.

di Franca Leverotti 

 

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