cementificazione

La Regione Veneto sta copiando, sul piano legislativo, la normativa regionale lombarda sul “contenimento del consumo di suolo” e partorirà una legge che, in mezzo a dichiarazioni retoriche sul valore inestimabile di una risorsa non rinnovabile, massimizzerà la “rendita fondiaria”.

Il cavallo di Troia introdotto nella legge per realizzare tale operazione si chiama “Tessuto Urbano Consolidato”, si scrive: “l’insieme delle parti del territorio già edificato, comprensivo delle aree libere intercluse”, si legge: “Tessuto Urbano da Cementificare”.

L’Ispra nel rapporto 2015, evidenzia un dato sconcertante riguardante la Regione Lombardia. “I P.G.T. (Piani urbanistici comunali) di quella Regione mostrano un sovradimensionamento irragionevole delle potenzialità urbanizzative: dal 2007 ad oggi contengono un potenziale di nuova urbanizzazione pari ad oltre 53000 ettari (nel decennio 1999-2009 in Lombardia sono stati antropizzati suoli per oltre 43000 ettari)”. Ciò significa che nei prossimi dieci anni potrebbero essere trasformati per usi antropici suoli attualmente agricoli o naturali per una “quantità addirittura superiore a quella consumata in una fase di eccezionale dinamicità del settore edilizio e immobiliare”. Infatti, dei 53000 ettari, ben 33000 riguardano aree libere interne al Tessuto Urbano Consolidato. Questo consumo sfugge sia alla verifica di sostenibilità della Valutazione Ambientale Strategica (VAS), richiesta dalla normativa regionale lombarda, sia al suo computo nella verifica di compatibilità delle quote massime di suolo urbanizzabile definite dal Piano Territoriale Regionale…..e il Veneto è pronto a fare “copia e incolla”.

È l’Ispra ad ammonire gli amministratori locali: “ non solo gli ambiti agricoli e naturali esprimono un valore rilevante per l’efficienza ecologica e per i valori paesaggistici del territorio, ma anche i suoli liberi urbani acquisiscono un valore insostituibile rispetto alle loro vocazioni ecosistemiche nella performance ambientale della città.” Per queste ragioni il progetto urbanistico deve prevedere dei “parametri ambientali ed ecologici” che ne condizionino le priorità d’azione e ne misurino gli impatti.

L’analisi dei servizi ecosistemici ci dice che il depauperamento del suolo, compreso dentro questo stramaledetto “Tessuto Urbano Consolidato”, comporta una riduzione delle funzioni ecologiche essenziali alla vita biologica degli esseri viventi (uomini, animali, insetti, piante, sole, acqua, aria, ecc.). Sempre l’Ispra ci ricorda che “la relazione fra suolo e clima è sempre più evidente: il suolo regola la quantità di carbonio presente in atmosfera e fissa il particolato presente nell’aria, filtra gli inquinanti presenti in falda, assorbe l’acqua, fornisce cibo”. Dobbiamo quindi trarre con rapidità le dovute conclusioni: il Tessuto Urbano Consolidato non può diventare il nuovo Eldorado della rendita fondiaria, un modello di “densificazione urbana” indifferente al valore e alle funzionalità ecosistemiche dei suoli liberi nei nostri centri abitati.

Nel mio Comune, a Casier, la densificazione urbanistica sta già avvenendo in modo pesante. In un campetto di circa 1000 mq., rimasto indenne dall’alluvione cementizia, stanno costruendo ben quattro villini (foto 1) e ingenuamente mi chiedo: in caso di piogge intense dov’è scorrerà l’acqua che veniva assorbita da quel campetto? Nel mio comune hanno costruito una residenza per anziani fuori dal centro abitato (tipico esempio di sprawl urbano) collegandola con una strada e portando i servizi di urbanizzazione. Ora, stanno sorgendo, nei pressi della Residenza per anziani, una serie di villette a schiera che finiranno per creare uno “spazio verde libero intercluso”  tra il centro del paese e le villette stesse. Ovviamente tale spazio, se viene ricompreso nel famoso Tessuto Urbano Consolidato, potrà essere lottizzato come “spazio libero intercluso” e non potrà più garantire le funzioni ecosistemiche dei suoli liberi nei centri abitati.

Ignorare questi aspetti fondamentali per l’equilibrio biologico della vita umana nelle zone urbanizzate non è più tollerabile dopo che l’Ispra (organismo tecnico indipendente) ci avverte ripetutamente nei suoi rapporti statistici in che direzione stiamo andando. Se fosse la mancanza di risorse economiche a spingere i comuni a consumare suolo fertile, per trasformarlo in edificabile ed avere la quota di oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente, il problema dovrebbe essere affrontato in altro modo. Nel mio comune, ad esempio, la mole di consulenze e collaborazioni che gravano sul bilancio è considerevole. Perché una parte di quelle attività non possono essere svolte da dipendenti comunali, formati ad hoc e/o consorziando i servizi fra più comuni? Mi chiedo: perché il sindaco del mio comune, che percepisce una indennità di carica di 2788 euro, deve, per la durata del suo mandato a tempo pieno, avvalersi di un “addetto alla comunicazione” il cui costo di 15000 euro grava sul bilancio comunale?

Cercare di razionalizzare e ridurre certe spese può essere un modo per evitare di considerare il consumo di suolo come un “bancomat” per rimpinguare le risorse del comune. Su qualsiasi lembo di terra libero amministratori e costruttori procedono compatti nelle loro mire cementificatorie: gli uni alla ricerca di risorse economiche, gli altri di profitti. È immorale considerare quel poco suolo libero rimasto nelle nostre città come una merce di proprietà di una giunta o di un costruttore: appartiene alla collettività di oggi e di domani. Bisogna garantire e preservare quelle condizioni ecologiche e ambientali (permeabilità dei suoli, densità arborea, disponibilità di aree verdi anche non fruibili) quali nuove priorità per la qualità e vivibilità dell’ambiente urbanizzato. Responsabilmente sono altre le leve da azionare: ci vuole coraggio e fantasia.

Dante Schiavon
(un “angelo del suolo”)

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