di Roberto Mazza.
La discussione avviata in questi ultimi mesi da forze politiche, associazioni e cittadini sulla possibile riforma o chiusura dell’Ente Parco Monte Marcello Magra avanzata da esponenti della nuova amministrazione regionale ligure, rianima un dibattito antico e costringe a chiarificazioni didattiche per chi poco sa di ambiente, di ecosistemi e di cultura dei luoghi.

1) Oggi più che mai i parchi rappresentano l’ultima barriera efficace all’imperversare della speculazione edilizia, un valido strumento di tutela ambientale e del paesaggio, una fonte inestimabile di ricchezza. I dati ISPRA sul rapporto tra qualità ambientale e turismo sono inequivocabili e indiscutibili. L’appeal di un territorio è rappresentato soprattutto dalla sue bellezze paesaggistiche, dalla misurata ricettività, dalla storia e qualità dei borghi, dalla naturalità e originalità degli spazi boschivi, dalla limitatezza degli insediamenti urbani.

2) La Liguria è riconosciuta come una della regioni più belle e martoriate d’Italia. La speculazione edilizia è stata la dominatrice assoluta dagli anni ‘60 ad oggi. “Irriconoscibile” scriveva Italo Calvino in un suo saggio degli anni ’70; con una cementificazione “raccapricciante” la definiva quarant’anni dopo Salvatore Settis.

Considerazioni che da sole basterebbero a chiudere qui ogni argomentazione che non fosse lo STOP ad ogni nuovo e scellerato consumo di territorio. Non si tratta naturalmente di considerazioni ideologiche e di estremismi ambientalisti, ma di pura logica e buonsenso.

Piero Ottone, che di certo era un liberale, tuonava ripetutamente come una goccia sulla protezione del promontorio di Portofino esortando tutti a vigilare e non abbassare mai la guardia anche di fronte a tentativi apparentemente “minimi” di violare qualsiasi roccaforte paesaggistica. Fossero i box auto o – come ho scritto più volte – i depositi per gli attrezzi degli impervi terrazzamenti liguri.

Il Parco di Montemarcello va visto come una di queste ultime roccaforti da tutelare dall’invasione speculativa dei barbari, di certo più pericolosa dei cinghiali.

L’atteggiamento protettivo dei molti che si sono susseguiti nei vari interventi delle manifestazioni di piazza hanno anche delineato consapevolmente i limiti delle azioni di tutela e le numerose criticità e difficoltà di gestione del Parco, cui naturalmente dovremo far fronte senza snaturare l’habitat rimasto (quasi) inalterato da secoli.
Francesco Petrarca lo descrive estasiato nel 1351 durante un suo passaggio in barca da Genova alla foce della Magra. E sappiamo quanti dopo di lui hanno raccontato questo angolo sublime di Liguria, da Byron a Montale, dalla Marguerite Yourcenar a Mario Soldati.

Oggi più che allora dobbiamo guardare il Monte con un “grandangolo”, riportando al centro delle nostre riflessioni la bellezza e la storia dei luoghi, connettendo fiume Magra e Lerici, la Tenuta di Marinella e il Parco Campagna, il sito archeologico di Luni e il litorale, le Apuane e i parchi delle 5 terre, Fiumaretta e la Serra, con quello sfondo speciale che è Portovenere.

Il Vara e la Magra rappresentano non solo due importanti risorse idriche ma l’anima del Parco. E la bellezza deve essere tutelata dallo Stato, non dalle beghe di provincia o dall’ignoranza dei molti indigeni che vedono nel parco solo un ostacolo e una spesa.

Si tratta di un comprensorio geografico che dovrebbe ritrovare nel turismo la fonte principale per rinascere e per finanziare uno sviluppo accettabile, rispettoso dei luoghi e delle culture.
E tutti insieme dovremmo batterci affinché il Consiglio Regionale potenzi (e non riduca) le risorse e i progetti attorno ad un’area di impareggiabile bellezza e potenzialità.