di Dante Schiavon.

Il crollo del Ponte Morandi: quando si “usa” politicamente un “evento luttuoso” e non si condivide “una riflessione” coraggiosa su una tragedia “di stato”.

Morire così, precipitando incolpevolmente per 50 metri da un ponte, è intollerabile in uno stato democratico: è un assassinio di Stato.
E la politica che fa? Si divide. La politica (e i media) trasforma una vicenda tragica e vergognosa per un paese civile in un ring, dove la polemica dei diversi schieramenti, tanto per cambiare, è più attenta alla narrazione mediatica, nello sforzo di gettare in pasto ai media capri espiatori e di allargare il consenso cavalcando l’onda emotiva popolare.
Prevale così una lettura riduttiva, spicciola e semplicistica di quello che è avvenuto e, sempre sull’onda dell’emotività e della fidelizzazione elettorale, si nega un valore fondante della politica: la “progettualità in nome del bene comune”.

Ma le “colpe” non sono così facilmente ascrivibili ora all’uno ora all’altro presunto responsabile, nemico o capro espiatorio del momento, e le “soluzioni” non sono così tranquillizzanti come i diversi schieramenti si affrettano ad indicare, in modo confuso e contraddittorio.
Si grida “manutenzione” e subito dopo si grida “nuove infrastrutture” che è come invocare nello stesso momento l’acqua santa e il diavolo. Da un lato abbiamo la lobby dei Concessionari autostradali, costruttori (emanazione della stessa lobby) e industriali che bussano alla porta di Ministeri, Giunte Regionali e Giunte Comunali e progettano e realizzano nuove grandi opere che condizionano da decenni la politica economica e ambientale del nostro paese. Dall’altro, i “cittadini” e “l’ambiente” sacrificati ad un modello di sviluppo basato sul cemento e sull’asfalto che, oltre a distribuire dividendi a due cifre a chi le opere le progetta e le gestisce, dissemina il territorio di future tragedie annunciate.

Tanto per cambiare è sempre un problema di democrazia: il popolo è spettatore e, come a Genova, vittima innocente di un sistema decisionale per niente democratico e per di più corrotto fino al midollo. Per questo non credo ci sia un solo colpevole, un solo capro espiatorio a cui addossare tutta la responsabilità.
Nessuna forza politica ha avuto il coraggio, a suo tempo, di chiedere la chiusura temporanea del Ponte Morandi per dei lavori di manutenzione straordinaria che, forse, avrebbero evitato la perdita di vite innocenti; mentre tutte, all’unanimità, sono a chiedere l’avvio dei lavori per la Gronda di Genova: 72 nuovi chilometri di autostrada, con 23 gallerie e 13 viadotti e che costerà 110 milioni al chilometro.
Nel 2012 sulla grande opera della Gronda i Cinque Stelle erano contrari e la giunta di centro sinistra di Genova era divisa: oggi tutti emotivamente e irrazionalmente concordi sull’utilità dell’opera con grande soddisfazione di Autostrade per l’Italia, sponsor dell’opera, che gestisce con ricavi astronomici la metà della nostra rete autostradale. Una nuova infrastruttura con gallerie, piloni e viadotti che impatterà su sorgenti idriche e Siti di Interesse Comunitario e che sconquasserà il territorio ligure, un territorio fragile, teatro nei decenni di fenomeni significativi di alluvioni, spesso accompagnate da morti premature, vittime innocenti del “dissesto idrogeologico di stato”.

Manca una lettura diversa di quello che sta accadendo tragicamente al nostro paese. Una lettura che presuppone, in nome della sicurezza presente e futura, la necessità di riflettere e di operare scelte alternative. Partendo dalla tragedia di Genova sono due i punti che devono guidare la nostra riflessione e le scelte conseguenti per giungere a concepire un modello diverso di sviluppo, che crei occupazione senza gettare le infauste premesse di future tragedie annunciate.

1. Nessuno si è chiesto come sia possibile che ancora oggi il 90% delle merci viaggi su gomma e l’80% delle persone usi l’automobile per i propri spostamenti. Perché non si dirottano le cifre destinate a nuove infrastrutture viarie all’efficientamento e integrazione logistica intermodale per merci e passeggeri in cui il “treno” e il “mare” abbiano un ruolo cardine e non marginale? Il volume del traffico merci e persone sul Ponte Morandi e’ mostruoso. Alleggerire il traffico merci sulle nostre strade è vitale anche per aumentare la sicurezza, oltre che a rendere inutili e dannose le grandi e costose nuove opere.

2. L’unica Grande Opera di cui ha bisogno l’Italia è la Manutenzione delle infrastrutture esistenti. Quanti viadotti, quante gallerie, quanti ponti, quante strade nel nostro paese martoriato hanno bisogno di manutenzione straordinaria? Per la manutenzione servono risorse, ne servono tante: decine di miliardi per alcuni anni e la politica deve scegliere: nuove infrastrutture o la manutenzione di quelle esistenti? A meno che non si vogliano fare nuovi ponti e nuovi viadotti al posto di tutti i ponti e viadotti presenti in Italia. È qui che si misura la coerenza fra gli slogan e le scelte politiche coraggiose ed e’ qui dove sta anche la “responsabilità collettiva” quando un po’ tutti assecondiamo questa malsana “stradomania”. Affermare nei media la priorità della manutenzione e un secondo dopo approvare nuove infrastrutture viarie è segno di un deficit culturale, di una “discrasia politica” nella continua ricerca del consenso elettorale basato sugli umori e la superficialità delle analisi costi-benefici. Per diversi anni a venire decine di miliardi all’anno vanno impiegati per la manutenzione di tutte le infrastrutture obsolete, degradate e pericolanti sparse per il nostro paese e devono essere bloccate nuove infrastrutture specie in regioni iper-cementificate e iper-infrastrutturate: la politica ha l’obbligo morale e politico di scegliere qual’è il bene comune.

L’entusiasmo bipartisan per la Gronda di Genova non è razionalmente ed ecologicamente condivisibile. Quello che ci insegna la “tragedia di stato” del Ponte Morandi è l’insostenibilita ambientale del modo di viaggiare delle persone e delle merci in Italia. Credere che la Gronda con i suoi 72 nuovi chilometri di autostrada, con 23 gallerie e 13 viadotti e che costerà 110 milioni al chilometro sia la soluzione per evitare future tragedie annunciate significa non avere capito nulla del crollo del Ponte Morandi: nuove infrastrutture portano nuovo consumo di suolo, aumentano il dissesto idrogeologico, sottraggono risorse alla manutenzione delle infrastrutture esistenti e posticipano future tragedie.

La Liguria è una Regione soggetta, per la conformazione del suo territorio, per la sua diffusa cementificazione (sprawl) e per gli effetti dei cambiamenti climatici, a frequenti fenomeni franosi, alluvioni, allagamenti, smottamenti che inevitabilmente si abbatteranno anche sui piloni, le gallerie e i viadotti della progettata Grande Opera della Gronda di Genova: abbiamo solo procrastinato il problema. La soluzione può essere l’utilizzazione delle risorse, destinate alla costruzione (ad opera di Autostrade per l’Italia?) della Gronda di Genova, per la ristrutturazione del Ponte (con materiali nuovi, alternativi al calcestruzzo e la chiusura temporanea, già in atto, del Ponte) e per progetti di “rigenerazione urbana e di riorganizzazione logistica intermodale” che, nell’arco di tempo che sarebbe previsto per la costruzione dell’ennesima Grande Opera, possano creare le condizioni affinché una parte considerevole di quelle merci viaggino in quel tratto, e non solo, via “ferrovia” e via “mare”.

La manutenzione è un investimento (non è un costo).

La manutenzione crea occupazione.

La manutenzione fa risparmiare suolo (il rapporto Ispra 2017 quantifica in 47% il consumo di suolo dovuto a nuove infrastrutture).

La manutenzione previene tragedie e le relative proclamazioni dello stato di emergenza e a volte, purtroppo, del “lutto nazionale”.

Viviamo in un paese dove la politica è teleguidata dalla lobby dei costruttori, non solo in Liguria, in tutto il paese e specialmente nella mia Regione, il Veneto. La Superpedemontana veneta e i mondiali di sci a Cortina sono emblematici della “discrasia politica” di partiti e amministratori locali. Da un lato la politica afferma attraverso una comunicazione populista di tipo “accademico” (un’affermazione astratta e logorroica di principi astratti in convegni e tavole rotonde) e “mediatico” (per la fidelizzazione elettorale del mondo ambientalista) l’importanza dell’arresto del “consumo di suolo”, della “manutenzione delle infrastrutture esistenti”; dall’altro si persegue, contemporaneamente (ecco la discrasia politica e mentale), con ostinazione o palesando indifferenza e rassegnazione, la “stradomania”, che in “assenza di una programmazione economica e urbanistica rischia di coprire l’Italia di un’uniforme, ininterrotta, repellente crosta edilizia e di asfalto.” (Antonio Cederna).

Il raccordo della Gronda di Genova, la Superpedemontana veneta, i mondiali di sci del 2021 a Cortina sono facce della stessa medaglia: l’incoerenza o forse l’ipocrisia della politica.
Nella Gronda di Genova si rifiuta di investire su un processo di alleggerimento e decongestione del traffico merci che attraversa la città, preferendo creare nei pendii scoscesi della Liguria nuovi fronti nella battaglia che l’homo sapiens ha ingaggiato da mezzo secolo contro l’ambiente naturale.
Nella Superpedemontana Veneta si esita a fare una seria analisi costi-benefici, a valutare soluzioni alternative per il trasporto delle merci e persone, nonostante ci siano già stati dei crolli nella galleria di Castelgomberto.
Per i Mondiali di sci a Cortina, anziché investire con urgenza per il ripristino della ferrovia Calalzo-Cortina con un costo pari a 1/20 di quello che ci costerà la Superpedemontana Veneta, si ricoprono di cemento e asfalto tratti della Val Boite con gallerie, rotonde, ponti, tombotti, invasi artificiali, griglie di filtrazione in un territorio che ha visto fenomeni franosi vecchi e nuovi a Cortina, ad Acquabona e nel 2009 e 2015 a Borca di Cadore.

Questi tre interventi infrastrutturali continuano nella manomissione del territorio creando le premesse per frane e alluvioni future ed escludono, in modo presuntuoso e sprezzante, vie alternative nel coniugare “sviluppo” e “compatibilità ambientale”, sottraendo colpevolmente risorse alla manutenzione delle migliaia di piccole e grandi infrastrutture presenti nel nostro paese (ponti, viadotti, strade, gallerie, ecc.).
Antonio Cederna scriveva nel 1975: “La costruzione delle strade in Italia ha ubbidito finora alle stesse leggi che hanno guidato gli sviluppi edilizi e ogni altro intervento nel territorio: settorialita’ di scelte, fretta e grossolanità di soluzioni tecniche, ignoranza delle caratteristiche fisiche e ambientali, disprezzo di paesaggio e natura, e quindi dell’uomo, prevalenza di interessi economici che nulla hanno a che fare col bene pubblico.