Filippo Pirazzi, uno dei coordinatori di Salviamo il Paesaggio Valdossola, non riesce a contenere la sua energia: «Qualcuno, più di un anno fa in quel di Crodo, ebbe l’ardire di pretendere un plebiscito popolare a favore del SUO progetto di collegamento sciistico tra Ciamporino e il Devero, attraverso la SIC-ZPS “IT1140016 Alpe Veglia-Devero”, tutelata ai sensi della Direttiva EU 92/43/CE e dalla Regione Piemonte (PPR 2017). Ecco la nostra risposta: 75.000 NO raccolti in meno di 7 mesi. Può bastare per difendere il Monte Cazzola, la Rete Natura 2000 e il nostro meraviglioso Paesaggio alpino ? “Prendere le firme e lasciare”: adesso lo diciamo noi…».

Il commento di Filippo avviene in contemporanea con la consegna in Regione delle 75 mila firme raccolte da cittadini e cittadine contrari al piano strategico del giugno 2018 “Avvicinare le montagne” (che prevede un comprensorio sciistico dal grande impatto ambientale), iniziativa promossa dal Comitato Tutela Devero che vede uniti Mountain Wilderness Italia, Lipu nazionale, Salviamo il Paesaggio Valdossola, Legambiente e Italia Nostra Vco, Pro Natura Piemonte e il sostegno di Legambiente nazionale (qui il testo della petizione promossa).

Ospitiamo questo contributo che Italia Nostra ha presentato durante la consultazione:

La proposta di accordo territoriale del sistema delle Valli Divedro e Antigorio viene presentato con un titolo accattivante: “Avvicinare le Montagne”.
Ma non è solo il titolo ad essere accattivante, è tutto il progetto, tanto che gli Enti territoriali lo hanno accolto positivamente, accompagnato, come è stato, da una promozione mediatica molto curata.
Nessuno di quegli enti si è sottratto o ha obiettato, Regione diremmo inclusa che ha avuto una parte attiva nella prima fase di formazione del masterplan.
D’altra parte la posta in gioco è alta, il piano finanziario che accompagna il progetto contiene cifre assolutamente importanti, 130 milioni di risorse private, ma anche molto consistenti cifre pubbliche: 42 milioni di euro.
Non è difficile raccogliere consenso con queste cifre, tanto più che la realtà entro la quale il progetto è calato è quella dell’avvenuto spopolamento alpino. I numeri di quelli rimasti sono pochi, 4.700 residenti sparsi tra 4 Comuni, numeri non certo destinati a salire, semmai a scendere ancora, nel meglio ad assestarsi così come sono.
Dentro queste realtà chiunque si presenti con una valanga di soldi, o meglio con una valanga di soldi promessi, e un altro po’ richiesti, riceve applausi.
Chi obietta, chi dubita, chi vorrebbe discutere, confrontarsi prima che sia tutto deciso, parte male.
I quattro Comuni interessati, la Provincia, d’intesa è da ritenersi con la Regione, hanno individuato lo strumento dell’accordo territoriale quale il più idoneo a raggiungere lo scopo.
Non sappiamo se sia il più corretto, qualche dubbio rimane, specie per il ruolo che svolge, in questa fase, il vero soggetto privato promotore che però, alla fine, non deve neppure sottoscrivere l’accordo.
Per il promotore fanno tutto gli altri, questo ci mette solo le carte, o meglio i files. E’ un dettaglio, ma è un dettaglio importante perché fa comprendere bene il ribaltamento di ruoli a cui, complice una certa normativa, si assiste, dove i veri soggetti istituzionali della pianificazione territoriale, cioè i governi eletti, diventano i notai di turno, la cornice giuridica e istituzionale entro la quale si muove, a questo punto ben protetto, il vero soggetto pianificatore di fatto del territorio.
L’Ente Provincia, parte di questo accordo territoriale e che si presenta al tavolo, unico caso nel panorama regionale, senza un piano territoriale provinciale approvato, è chiamato pure a svolgere la funzione di autorità indipendente nell’ambito del procedimento di VAS, quando, in accordo con i quattro comuni interessati, già si è espresso a livello di adesione di principio, con tanto di atti deliberativi assunti da tutti, crediamo all’unanimità.
Curioso quindi come il soggetto decisorio della VAS sarà il titolare “tecnico” di un servizio della stessa Provincia, legato a quel posto da un contratto fiduciario; difficile voglia tradire la fiducia. Ma è un altro dettaglio, magari, anzi è certo, è solo un’incoerenza normativa, non attribuibile alla volontà dei soggetti in campo; è probabile che rilevi sull’esito, anche se a noi, giustamente, non è permesso fare un pronostico circa quell’esito.
Intanto si va avanti e terminata la fase di “specificazione”, da qui a poco, così si dice, dovrebbe iniziare la fase di pubblica consultazione del progetto che sarà il contenuto dell’accordo.
Sugli effetti miracolosi o meglio miracolistici del progetto c’è già tutto scritto, basta leggere la relazione che l’accompagna.
Pure noi se avessimo dovuto scriverne una per un qualche progetto di tutela ambientale non avremmo forse usato termini e linguaggio diverso.
Sotto questo profilo la capacità seduttiva degli autori è ammirevole e in sede di valutazione anche queste cose contano, a dispetto del carattere “neutro” o “indipendente” che dir si voglia, dei soggetti tecnici decisori nella VAS.
Sgomberato il campo dalla promozione mediatica; preso atto dell’acritica o supina posizione, come meglio si crede, dei governi locali; privati sin qui da un confronto sui contenuti; stordita la pubblica opinione elettorale dal miraggio di un facile prossimo eldorado, il margine della ragione si assottiglia sempre più, stretto tra le accuse tradizionali di un ritorno al passato e quelle più attuali di una propensione per l’economia della decrescita.
Il passo della ragione sul banco degli imputati è dunque molto breve, la sua difesa diventa difficile e il ribaltamento delle parti in campo è possibile, anzi da molti è auspicato.
Eppure la conservazione di vaste aree protette è stata per molti anni al centro della politica regionale che ne ha fatto un suo obiettivo importante, traducendolo in una corposa produzione legislativa e normativa.
Nei territori tanto limitrofi a quelli del progetto di cui si discute, quella politica si esprime nelle realtà del Veglio/Devero, cuore di un percorso di valorizzazione che considera la conservazione di questi paesaggi unici e di questi straordinari ambienti naturali, come una grande risorsa.
Questa politica è stata positivamente accolta da un vasto pubblico che è diventato frequentatore assiduo di tali aree. Tuttavia molti degli interventi previsti nel progetto sono destinati a infrastrutturare questa parte delle alpi Lepontine per l’accoglienza di un turismo di grandi masse.
I numeri del progetto parlano chiaro, molto più delle parole, e ciò non si concilia con i valori della conservazione dei territori, ma con la conseguente inevitabile profonda alterazione antropica di ambienti e paesaggi, vera ricchezza non fungibile.
In questo progetto, innovativo solo a parole, di non già visto c’è poco, forse il richiamo accattivante alle contigue aree protette quale brand da spendere nel campo dell’offerta e della promozione turistica, nulla di più.
In un’epoca che cammina veloce verso il mutamento climatico dove la stessa materia prima invernale diventerà scarsa o assente, si riproduce il modello industriale di una grande stazione turistica di massa.
Sta scritto da qualche parte di volerne fare il quarto o addirittura il terzo polo regionale dello sci alpino e questo non è un dettaglio, ma da solo basta a smontare l’illusione green.
E’ un progetto che non nasce da un processo che ha visto i territori partecipi nella sua elaborazione. E’ un progetto redatto senza il coinvolgimento delle comunità, al più esse sono passive, come spesso lo sono, o sono tenute le comunità deboli.
E’ un progetto industriale; come per tutte le grandi stazioni dello sci alpino, esso prevede la massimizzazione della capacità di trasporto su fune: ecco le seggiovie a sei posti da radicarsi sugli incontaminati versanti del Téggiolo o del vallone del Bondolero, ecco “l’innovativo” impianto dell’altrettanto incontaminata valle Cairasca, porta di accesso verso la conca dell’alpe Veglia. Ecco l’insistenza per quel passaggio obbligato sul crinale del Cazzola che il Piano Paesaggistico impedisce e che, nel progetto, viene rinviato, ma non cancellato.
Ma se l’offerta sale, la domanda deve poi essere altrettanto alta, pena l’insostenibilità economica degli impianti con gli immancabili successivi salvataggi pubblici; inutile citarne i casi.
Quindi sono progetti che si sostengono ad una condizione: la massimizzazione della pressione antropica sui territori, la concentrazione di picchi di pressione giornaliera elevatissimi.
Anche la riproduzione, in chiave più moderna, di un sistema già presistente, a basso impatto per l’arroccamento alle terre alte, vedi il progetto della funivia Goglio/Devero, diventa un mezzo moltiplicatore di pressione antropica, non di regolatore di accessi numericamente sostenibili; peccato.
Detto così staremo a vedere come tutto ciò si potrà conciliare con l’illusione green presentata dal progetto e come, in sede di VAS potrà essere verificata e garantita quella condizione che la normativa sovraordinata richiede ossia:

“La valutazione ambientale di piani, programmi e progetti ha la finalità di assicurare che l’attività antropica sia compatibile con le condizioni per uno sviluppo sostenibile, e quindi nel rispetto della capacità rigenerativa degli ecosistemi e delle risorse, della salvaguardia della biodiversità e di un’equa distribuzione dei vantaggi connessi all’attività economica….”.

Sulla insostenibilità dello sviluppo qualche cenno lo abbiamo fatto, ma quanto invece a quel richiamo che pure abbiamo qui sopra riportato “all’equa distribuzione dei vantaggi connessi all’attività economica”, qualche dubbio pure sussiste, se la nebulosità societaria non si riesce a sgomberare dietro la sigla della finanziaria: “mibafin investiment sa” socio unico, di cui Malagoni padre ne è l’amministratore fiduciario.
Eppure qualche informazione in più sarebbe opportuno che le parti pubbliche, tanto emotivamente coinvolte in questo progetto, le acquisissero e le diffondessero.
Ma se il progetto è industriale, se la sua matrice sono tavoli tecnici e finanziari altrove collocati, anche oltre frontiera, se i soggetti pubblici rischiano di essere dei convitati di pietra, se tutto ciò è vero, dove sta la comunità rappresentata ?
Sta altrove.
Sta ipnotizzata dalla multimilionaria prospettiva, non certo ad essa destinata, ma giustamente a remunerare gli investitori dei loro capitali e di quelli che le parti pubbliche, senza indicare dove li prenderanno, dovranno mettere.
Non sta, come invece dovrebbe, dentro un progetto di economia diffusa, equa, legata culturalmente al territorio in cui si radica.
Un’alternativa questa che è possibile ed è credibile, rispetto ai miraggi dei maxi investimenti di risorse, tuttavia più lenta, più attenta, più bisognosa di un progetto veramente pubblico, frutto di esperienze, conoscenze locali, cultura alpina, legami generazionali, modernizzazioni estreme di un modello di vita tradizionale e che l’opportunità della esistenza delle terre alte tutelate, il Veglia/Devero, offrirebbe loro perché terre ambite da quel turismo che vaga nel mondo evitando la omologazione e la banalizzazione degli ambienti.
Questa era ed è l’alternativa possibile, con risorse pubbliche, molte meno di quelle previste nel progetto, ma da seminare sul territorio, non da concentrare, coinvolgendo appieno le comunità, per aiutare a sviluppare un’accoglienza competitiva, diffusa, di qualità, offerta sui portali della rete visitati ovunque, fornendo non solo accoglienza, ma anche servizi, innovativi, qualitativamente e quantitativamente adeguati.
Esperienze in tal senso non mancano altrove.
Una tale visione dell’economia è quella che lega la gente alle sue radici, rendendola consapevole e orgogliosa della grande opportunità di cui dispone, che gli offre reddito e valore e che oggi una società sempre più connessa in rete rende possibile attuare ovunque ve ne siano le condizioni, basta la volontà.
Ma se questo nel progetto di avvicinare le montagne non c’é, come si coniuga l’altro aspetto della VAS di cui abbiamo fatto cenno ? Quello che recita:

“La valutazione ambientale di piani, programmi e progetti ha la finalità di assicurare… un’equa distribuzione dei vantaggi connessi all’attività economica…”.

Non vediamo questo obiettivo nel complessivo progetto di accordo territoriale.
Non vorremmo che le montagne, a furia di avvicinarle a chissà dove, finiscano poi per essere allontanate del tutto dalle loro comunità, estinguendo quest’ultime, certamente culturalmente, e che l’appello di quegli operatori turistici dell’Alpe Devero a preservare questi luoghi, rimanendo inascoltato, si perda poi, così come la loro esperienza e il loro tentativo di affermare che “diversamente” è possibile.

Piero Vallenzasca, presidente dell’Associazione Italia Nostra Sezione provinciale VCO.

 

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