di Guido Montanari, docente Politecnico di Torino ed ex assessore.

In questi giorni di ripresa dopo la pausa da epidemia di Corona virus, molti si interrogano sulla città del futuro. La riflessione è necessaria e urgente, ma deve essere svolta con i piedi per terra.
È curioso notare che alcuni sostenitori della città dei grattacieli, ora propongano la città giardino, dispersa nel territorio, come soluzione all’inquinamento e alla insalubrità delle città.

La città dei grattacieli e la città giardino sono due facce della stessa medaglia: espressione dell’incapacità di guardare all’urbanizzazione come fenomeno complesso che mette in gioco salute, ambiente, lavoro, trasporto, residenza, servizi, beni culturali, spazio pubblico e privato.
La città dei grattacieli è affascinante per sfida tecnologica ed estetica, ma è una città disumana, basata sulla difficoltà di relazioni sociali, della mancanza di rapporto con la natura e con i contesti storici. La città giardino è molto bella sulla carta: tante casette nel verde, disposte intorno alla città, ma nei fatti, quando applicata diffusamente, si trasforma nell’incubo delle città americane dove sono necessarie ore e ore di trasporto giornaliero in auto su impressionanti autostrade urbane per raggiungere i luoghi di lavoro (ricordate il film “Un giorno di straordinaria follia”, con Michael Douglas?).

La soluzione è sotto gli occhi di tutti, ma non la vediamo. Non è altro che lo sviluppo urbano storico europeo, articolato in città di medie dimensioni, organizzate in quartieri e in borghi circostanti. Cosa c’è che non ha funzionato? Il fatto che abbiamo forzato questo modello creando un ibrido insediativo senza senso che ha assunto gli aspetti peggiori della città dei grattacieli e della città giardino.

Da un lato abbiamo diffuso la residenza sul territorio (sprawl) con esteso consumo di suolo, dall’altro abbiamo concentrato i servizi di alto rango (scuole, ospedali, centri di ricerca) tralasciando quelli a scala di quartiere e di nuclei minori, dove sono state chiuse strutture sanitarie e socio assistenziali decentrate. Abbiamo costruito enormi centri commerciali nelle periferie delle città, distruggendo il piccolo commercio locale e allontanando i cittadini dai centri storici. Abbiamo incentivato l’uso dell’automobile privata con autostrade e parcheggi urbani, tralasciando il trasporto regionale e interregionale su ferro e il trasporto pubblico locale.

Invertire questi processi non sarà facile, ma si può iniziare a rendere più umano ed efficiente il nostro territorio. Il quartiere e il borgo devono tornare a diventare i nuovi centri urbani. Per esempio ripristinando da subito il legame tra residenza (o luogo di lavoro) e asilo e scuola di quartiere, inoltre aprendo strutture sanitarie intermedie e poi riqualificando spazi pubblici di prossimità (giardini, orti, centri di incontro, piccole case protette per anziani e persone in stato di fragilità, residenze per studenti). Il telelavoro ci ha insegnato che si possono di molto ridurre gli spostamenti. Le attività artigianali, produttive e commerciali piccole e medie a scala di quartiere, messe in forse dalla chiusura dovuta all’epidemia, vanno incentivate.

Muoversi a piedi e in bicicletta deve diventare normale per la maggior parte dei cittadini. Non c’è nulla di utopistico in tutto ciò. Negli anni Sessanta a Torino l’architetto Franco Berlanda ha costruito un quartiere studiato per permettere ai bambini di andare a scuola a piedi, in sicurezza. Tutti i progetti INA Casa del “Piano Fanfani prevedevano ambulatorio e centro civico a scala di quartiere (poi malauguratamente non realizzati). Pedonalizzare piazze e strade, moltiplicare i percorsi in sicurezza per pedoni e ciclisti è possibile a costi contenuti. Da un punto di vista urbanistico è necessario pianificare il territorio in modo multidisciplinare, riaccorpando norme e saperi, riducendo la burocrazia, superando la frammentazione amministrativa e politica a scala locale che ha dimostrato tutta la sua inconsistenza operativa, a fronte della crisi sanitaria.

C’è molto lavoro da fare, ma è possibile concretizzare questa visione di “città giusta”, condivisa, sostenibile e responsabile socialmente, lontana dagli slogan e basata sulla concretezza dei fatti.