di Jasmine La Morgia, Bene Comune Cernusco – Salviamo il Paesaggio.

Alla base della ricostruzione post bellica, del boom edilizio e dello sviluppo delle infrastrutture c’è un’attività estrattiva forsennata, che ha lasciato ferite profonde nelle aree di estrazione. È quanto è accaduto a Vimodrone alle porte di Milano, dove per decenni milioni di camion hanno portato via milioni di metri cubi di sabbie e ghiaie dagli antichi alvei determinando l’emersione della falda e la trasformazione delle cave in laghi. Poi, una volta esauriti gli orizzonti utili, le cave sono state abbandonate lasciando una pesante eredità sul territorio che si sconta ancora oggi.

Anche il lago Gabbana posto a Nord Est di Vimodrone e che prende il nome dalla contigua cascina Gabbana, un complesso di architettura rurale del XVIII secolo inserito fra i beni culturali della regione Lombardia, era una delle cave più importanti perché la sua vicinanza al Naviglio della Martesana consentiva il trasporto dei materiali sulle chiatte verso Milano. L’attività estrattiva cessa intorno agli anni ’60, il lago di risulta verrà utilizzato per decenni per le attività di pesca sportiva e ricreative del dopolavoro della Cariplo che aveva sede nella vicina cascina Gabbana sino a che una decina di anni fa l’area viene venduta ad una società immobiliare e viene meno la fruibilità al pubblico.

In più di mezzo secolo intanto il lago è diventato un’oasi ornitologica, grazie al notevole sviluppo della vegetazione ed alla presenza significativa di ittiofauna ed avifauna tanto da essere inserito del Parco Est delle cave e costituire uno dei sei specchi d’acqua che caratterizzano l’area protetta di interesse sovracomunale (Plis) istituita nel 2009 dall’accordo fra i cinque comuni contigui proprio per cercare di tutelare il territorio dall’urbanizzazione e dallo sfruttamento estrattivo.

Il lago Gabbana verrà però cancellato, la società proprietaria dell’area (Immobiliare Cascina Rodano) due anni fa ha ottenuto dal comune di Vimodrone l’autorizzazione al suo riempimento con un semplice permesso di costruire. Non c’è stata alcuna valutazione degli impatti che tale intervento provocherebbe sull’ambiente, sui rischi che corre l’acquifero per le potenziali immissioni nella falda di inquinanti che potrebbero trovarsi nei materiali di riempimento soggetti solo autocertificazioni, sull’aumento delle immissioni in atmosfera prodotte da traffico dei camion, sulla strage degli animali presenti nel lago e che gravitano nell’area, né della cancellazione di un elemento che ormai è parte del paesaggio e della memoria collettiva di una comunità. Comunità che ha visto iniziare i lavori da un giorno, perché l’amministrazione comunale non ha informato dell’intervento né i suoi cittadini, né i comuni vicini che sono parte del parco Est delle Cave. È nato così il comitato Salviamo il lago Gabbana il cui obiettivo è la tutela del lago e del suo ecosistema ed è grazie alla sua attività che l’amministrazione è stata costretta a chiedere alla proprietà di mettere in atto alcune delle misure di tutela che avrebbero dovuto essere realizzate prima dell’inizio dei lavori, a partire dal monitoraggio della falda. Mentre rimangono inevase tutte le questioni legate al destino dei pesci presenti nelle acque del lago e degli uccelli che usano il lago come area di sosta e nidificazione.

Nell’ottobre scorso è stato istituito, solo dopo le denunce del comitato, un tavolo di lavoro fra i soggetti coinvolti – proprietà dell’area, istituzioni (comune, città Metropolitana e Regione) e componente civica (associazioni ambientaliste) – da cui però il comitato Lago Gabbana dopo la prima riunione si è chiamato fuori poiché obiettivo del tavolo è solo definire il destino dell’area al termine dell’interramento. Tutto ciò che accade nel frattempo non è in discussione e viene spacciato per riqualificazione ambientale ciò che in realtà è un intervento di distruzione di un ecosistema esistente che costituisce per di più parte del patrimonio collettivo della comunità perché l’acqua del lago e la fauna sono beni comuni.

C’è dunque alla base una grande mistificazione, in primo luogo semantica: nel tavolo si parla di cava Gabbana, quando in realtà cava non lo è più, ma è un lago e dunque come tale deve essere trattato rispetto alle problematiche legate al destino delle sue acque e di zona umida soggetta a tutela.
Nel contempo l’altra mistificazione riguarda il riempimento del lago che viene chiamato recupero ambientale, ma che in realtà è un’operazione commerciale del valore di tre milioni di euro che coinvolge 613.000 mc di materiali fatta a spese di un bene comune.
Quanto al futuro destino pubblico dell’area, oggi privata, anche questa è un’altra mistificazione: la proprietà si impegna a cedere a titolo gratuito l’area corrispondente al sedime “risultante dal riempimento dello specchio d’acqua” solo a fronte de “l’approvazione del progetto attuativo relativo alla riqualificazione di Cascina Gabbana”. Uno scambio che trasforma un bene comune con valore d’uso in una merce con valore mercantile.
Singolare poi l’accusa che viene rivolta al comitato di scarsa serietà per non concedere alternative al riempimento: il comitato intende salvare il lago, dunque ha sempre richiesto il ritiro del provvedimento che autorizzava il suo interramento e la trasformazione in osservatorio per la fauna. Strada che l’amministrazione non intende perseguire per non incorrere in ricorsi da parte della proprietà e, soprattutto, perché sarebbe l’ammissione di aver concesso un provvedimento senza le verifiche ambientali necessarie e senza preoccupazione per le conseguenze legate alla cancellazione del lago, alla perdita del patrimonio naturalistico oggi presente e che domani non è scontato che sarà ricostituito, se e quando avverrà la piantumazione, in quella che forse diventerà un’area pubblica.

La perdita di un bene comune che costituisce parte della storia e dell’identità di un territorio, la cancellazione della biodiversità di un ecosistema che si trova in piena area metropolitana dovrebbero essere le preoccupazioni di chi governa. E pure la pandemia dovrebbe metterci sull’avviso: le forzature del presente avranno ripercussioni pesanti sul nostro futuro.