Sogin è la società di Stato responsabile dal 2001 del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, compresi quelli prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare. Un compito non facile che l’Italia persegue dal 1990 e che pareva dovesse compiersi già nel 2003 con l’identificazione del luogo dove avrebbe dovuto prendere asilo il deposito nazionale di tutte le scorie radioattive: Scanzano Jonico. Sappiamo tutti che la reazione della popolazione locale impedì che l’iter “funebre” fosse portato a compimento e da allora Sogin non ha trovato un’alternativa.

Negli ultimi mesi la società e l’ISPRA hanno impresso un’accelerazione e proceduto a mappare le aree dotate dei requisiti essenziali per garantire la massima sicurezza ad un deposito nazionale: luoghi poco abitati, in aree non sismiche, senza vulcani né pericoli geoidrologici, in altitudini non troppo elevate (non oltre i 700 metri sul livello del mare), su pendenze non eccessive, non troppo vicine al mare, non molto vicine a autostrade e ferrovie ma sufficientemente facili da raggiungere per riversare tutti i carichi di materiale da stoccarvi.

Ne è conseguito un elenco, reso noto poche ore fa, che individua 67 zone rispondenti ai 25 criteri di selezione e ora riportate nella CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico.

Eccole:

PIEMONTE – 8 zone tra le province di Torino e Alessandria (Comuni di Caluso-Mazzè-Rondissone, Carmagnola, Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento, Fubine-Quargnento, Alessandria-Oviglio, Bosco Marengo-Frugarolo, Bosco Marengo-Novi Ligure, Castelnuovo Bormida-Sezzadio)

TOSCANA-LAZIO – 24 zone tra le province di Siena (Comuni di Pienza-Trequanda), Grosseto (Campagnatico) e Viterbo (Comuni di Ischia di Castro, Canino-Cellere-Ischia di Castro, Montalto di Castro 1, Montalto di Castro 2, Canino 1, Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Piansano-Tuscania, Piansano-Tuscania, Tuscania, Canino-Montalto di Castro 1, Canino 2, Arlena di Castro-Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Tuscania 1, Arlena di Castro-Tuscania 2, Canino-Montalto di Castro 2, Tarquinia-Tuscania, Soriano nel Cimino, Soriano nel Cimino-Vasanello-Vignanello, Gallese-Vignanello, Corchiano-Vignanello, Corchiano-Gallese, Corchiano

BASILICATA-PUGLIA – 17 zone tra le province di Potenza, Matera, Bari, Taranto (comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Gravina, Altamura, Matera, Laterza, Bernalda, Montalbano, Montescaglioso)

SARDEGNA – 14 aree tra le zone in provincia di Oristano (Siapiccia, Albagiara, Assolo, Usellus, Mogorella, Villa Sant’Antonio, Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Ortacesus, Guasila, Segariu, Villamar, Gergei e altri)

SICILIA – 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi-Segesta, Castellana Sicula, Petralia Sottana, Butera).

Le dimensioni del deposito sono notevoli e occuperanno un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al Parco. Il deposito è stato concepito come una sorta di “matrioska”; all’interno ci saranno 90 costruzioni in calcestruzzo armato (celle) in cui verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale (moduli), che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici contenenti circa 78 mila metri cubi di rifiuti radioattivi già condizionati. Una volta riempite, le celle saranno ricoperte da una collina artificiale di materiali inerti e impermeabili. L’impianto riceverà rifiuti per 40 anni per custodirli fino a che non avranno perso la loro radioattività, tempo stimato in circa 300 anni. In un’apposita area del deposito saranno stoccati anche 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività, quelli che rimarranno radioattivi per migliaia di anni, che dovranno poi essere sistemati definitivamente in un deposito sotterraneo – ancora da individuare – probabilmente a livello europeo.

Ovviamente l’operazione viene “narrata” come occasione ghiotta per un rilancio occupazionale, poiché creerà oltre 4.000 posti di lavoro l’anno per 4 anni la durata prevista dal cantiere. E un costo finale di oltre 900 milioni di euro, finanziati con la quota delle bollette elettriche destinata allo smantellamento degli impianti nucleari.

Certamente un’operazione molto pesante sotto il profilo del consumo di suolo e del danno paesaggistico, che rischia di essere particolarmente drammatica semplicemente scorrendo l’elenco dei Comuni potenzialmente selezionati, tra cui spiccano località patrimonio Unesco, parchi archeologici, luoghi d’arte, aree caratterizzate da produzioni agroalimentari a denominazione d’origine protetta (ad esempio Pienza, Segesta, Caluso, Altamura, Tarquinia, giusto per citarne alcune…).

Nei prossimi giorni capiremo le motivazioni di queste scelte, dato che nelle linee guida tecniche risultava ben evidente l’esclusione di aree ricadenti in zone caratterizzate da “produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico.

Da ognuno dei comuni indicati dal CNAPI si sono già sollevate proteste e si prevedono sollevazioni (di popolo e anche dei loro rappresentanti eletti).
Sogin si è premurata di tranquillizare i territori sostenendo che la scelta definitiva «sarà il risultato dell’aggiornamento della CNAPI sulla base dei contributi emersi durante la consultazione pubblica; sarà una procedura fortemente partecipata e trasparente, condotta coinvolgendo gli amministratori e i cittadini tutti, e al termine della quale potranno pervenire le candidature dei comuni».

Insomma, le prossime settimane e mesi (ma potremmo anche pensare ai prossimi anni…) si preannunciano intensi.
E c’è ancora qualcuno che pensa che l’energia nucleare rappresenti una strada da non abbandonare per garantire all’umanità tutta l’energia necessaria per mantenere i suoi consumi indispensabili.

E i rifiuti radioattivi?…