di Clara Zanardi

«Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto», recita uno degli slogan che da anni accompagnano le manifestazioni di piazza francesi. Un’amara realtà da cui sembra muovere anche Paola Somma, ex docente di Urbanistica presso lo IUAV di Venezia ed autrice di diversi contributi sulla realtà lagunare, nel suo ultimo volume, Privati di Venezia. La città di tutti per il profitto di pochi. Il testo, ospitato nella freschissima collana Antipatrimonio, diretta per Castelvecchi da Maria Pia Guermandi e Tomaso Montanari, ha un titolo che non lascia ombra di dubbio, giocando a propria volta sulla duplicità semantica del termine “privati”: in un senso, soggetti agenti ed attivi portatori di interesse, in grado di plasmare con straordinaria destrezza i destini e le forme delle nostre città; nell’altro, i loro abitanti, vittime (solo apparentemente) passive di una sottrazione sistemica di luoghi e risorse che prima gli appartenevano, di fatto e di diritto. Tra i due, i tutti e i pochi, uno iato che sembra ampliarsi sempre di più, a prima vista inesorabile come i processi trasformativi che investono i centri urbani contemporanei.

Se la progressiva privatizzazione degli spazi collettivi è un fenomeno globale e ormai radicato nel tempo, legato al cappio del debito pubblico e al trionfo dell’urbanistica contrattata di stampo neoliberista, soffermarsi sul caso veneziano è tutt’altro che arbitrario. Già negli anni ‘70, infatti, si era compreso come Venezia costituisse un formidabile esperimento per l’Italia intera, quando la Legge Speciale aveva istituzionalizzato il ruolo diretto dello Stato nelle operazioni di rivitalizzazione dei centri storici condotte da privati. Di lì a poco, come ricorda la Somma, «i seguaci del credo neoliberista decisero che le città valevano troppo per essere lasciate alle comunità che vi abitavano e lavoravano e che bisognava trasformarle in portafoglio di occasioni di investimento». Venezia, quindi, come insostituibile laboratorio di pratiche di espulsione massiva delle classi medie e popolari e di valorizzazione economica dello spazio pubblico, alimentate dal declino del modello produttivo industriale e dall’inarrestabile ascesa del turismo. Una storia quasi disneyana, in cui la Cenerentola decadente delle città storiche italiane, afflitta dalla miseria e dallo squallore abitativo, si trasforma in tempi rapidissimi in una lussuosa vetrina internazionale; drenata di voci, storie e saperi, ma traboccante di corpi, il cui rapido transito alimenta la ruota del profitto come in un malefico sortilegio. È infatti «a Venezia che l’esperimento di distruggere una comunità per venderne le pietre è stato condotto con più sistematicità e compiutezza».

L’analisi di Paola Somma parte proprio da qui, da un tempo in cui l’esodo ha già dato i suoi drammatici frutti e la speculazione sui beni collettivi può procedere ormai senza troppi ostacoli o remore; con l’intento di raccogliere in un unico quadro coerente un’impressionante serie di episodi di privatizzazione e spoliazione del patrimonio collettivo lagunare, a vantaggio del profitto di pochi e potenti soggetti. Un’esigenza che nasce dalla constatazione che, anche se «le vicende di cui si parla nel volume sono note, non sembra sufficientemente diffusa la consapevolezza di come i  singoli casi siano tra loro collegati e tutti trovino una logica collocazione nel progetto di ridisegnare la città per renderla appetibile agli investitori».

Dalle isole della Laguna, convertite in oasi a sette stelle, al cuore urbano di Piazza San Marco e Rialto, trasformato in un unico recinto commerciale esclusivo; dagli innumerevoli palazzi storici, sottratti alla fruizione comune e destinati all’ospitalità alberghiera di alta fascia, alla storica area dell’Arsenale, fagocitata da una Biennale sempre più tentacolare: nulla sembra sfuggire alla furia cieca della messa a reddito attraverso la (s)vendita ad attori privati. È una carrellata continua, esasperante e a tratti angosciante nella sua oggettività, nel suo lineare ed algoritmico dispiegarsi, senza appigli o possibili fratture, compatta come un pugno sferrato alla nostra coscienza civica. Non c’è una zolla d’isola, per quanto sperduta nei meandri della Laguna Nord, né un riquadro d’intonaco sul Canal Grande che oggi possiamo considerare al sicuro, saldamente nelle mani della comunità che qui, seppur residuale, ancora vive ed opera. 

Ma altrettanto disarmante è la catena delle responsabilità, che non risparmia nessuno. Stato, Demanio, Regione, Comune, Soprintendenza, Cassa Depositi e Prestiti, Università, Biennale, fondazioni, giornali locali: tutti, in modo sinergico e sistemico, hanno promosso e concretizzato per decenni il paradigma secondo il quale «lo smantellamento del nostro patrimonio è diventato una sorta di imperativo morale», e «fanno a gara per cedere beni che non sono di loro proprietà, ma di cui sono fedifraghi tutori, comportandosi come consigli di amministrazione di una qualsiasi multinazionale, la cui missione è di far sì che la vendita del prodotto, cioè la città, produca sempre maggiori utili e dividendi agli azionisti».

Ed è proprio la restituzione, pratica e puntuale, della compattezza di questo pensiero unico sulla città l’elemento più interessante (e desolante) del libro; la presa d’atto, cioè, che ormai da un secolo ogni livello amministrativo condivide la stessa visione estrattivista del patrimonio naturale e urbano di Venezia, ed opera attivamente per tradurla in realtà.

Eppure, se la lente di Paola Somma scandaglia abilmente le menti e le tasche dei pochi e dei loro grotteschi galoppini locali, c’è un’altra metà del mondo che rimane inesplorata: quella dei tutti. Chi ha visto passare sopra di sé la falce delle privatizzazioni, infatti, non sempre è rimasto inerte, o indifferente. Molti negli anni si sono organizzati, a volte in piccoli, a volte in grandi gruppi, per presidiare sale pubbliche, palazzi, servizi fondamentali o isole; e molti nel percorso hanno imparato a riconoscere il reale valore di ciascuno di questi elementi per la vita comune. Come le molte associazioni che, nel 2018, in una gremita sala (allora pubblica) hanno sottoscritto la Carta sul patrimonio pubblico e collettivo, denunciando l’inadeguatezza, l’ignavia e l’inerzia degli amministratori e riconoscendo negli spazi di riunione, nei luoghi di aggregazione, nei parchi pubblici e nelle aree verdi «l’ossigeno di questa comunità».

Tuttavia, nonostante la voce della collettività sia ben più matura e consapevole di quella di chi la governa, essa rimane purtroppo ancora inascoltata, disperatamente gettata nel vuoto come il grido di Eco. È una voce che certo non ha saputo divenire corale, né organizzarsi in una resistenza maggioritaria di fronte agli evidenti ed espliciti piani del grande capitale internazionale, ma che ancora non si è taciuta. Ed anche se il libro di Paola Somma rinuncia a «suggerire ricette per il futuro di Venezia, ormai nelle buone mani di chi sa farla fruttare», e non ha facili speranze da offrire, esso ha il grande pregio di darle ulteriore forza, fornendo un prezioso strumento di conoscenza e  riflessione, in difesa di «una versione dei fatti alternativa a quella dominante, affinché la nostra storia non sia scritta dai vincitori. Come è noto, in guerra, la prima vittima è la verità».

Tratto da: https://emergenzacultura.org/2021/09/30/privati-di-venezia-un-assalto-alla-citta-durato-decenni/