A partire dalla metà degli anni ’70, sull’onda dei movimenti socio-politico-culturali di quel periodo, molti (allora) giovani provenienti da varie città italiane in cerca di uno spazio dove costruire uno stile di vita a contatto con la natura ed ispirato ad una sobrietà non-consumistica e a rapporti umani solidali, hanno trovato nei casolari e nei terreni demaniali abbandonati del Monte Peglia (Umbria) e nel loro recupero ad una agricoltura di bassissimo impatto ambientale la possibilità di realizzare i loro progetti.

Si trattava di beni pubblici abbandonati molti anni prima dai contadini – generalmente mezzadri – che vi abitavano, trasferitisi in città sull’onda dello sviluppo durante l’inizio del cosiddetto boom economico italiano, e poi dall’amministrazione pubblica che – altrettanto tesa in quei tempi in un’ottica di sviluppo – li ha trascurati come risorse troppo marginali per esser degne di attenzione e di valorizzazione.

Tra i giovani occupanti e l’amministrazione della Comunità Montana (del Monte Peglia e Selva di Meana) – così come, per una lunga fase iniziale, con gran parte della popolazione locale – c’è stata prevalentemente incomprensione reciproca a causa probabilmente del fatto di muoversi da e verso due prospettive culturali troppo lontane l’una dall’altra e perfino antitetiche. Da un lato i beni demaniali sono stati occupati e tenuti illegalmente e dall’altro gli amministratori di allora non hanno voluto regolarizzare la situazione dando una possibilità reale a coloro che venivano a ripopolare la zona.

Gli occupanti dunque hanno vissuto per circa venti anni in case spesso raggiungibili in macchina con difficoltà, prive di servizi igienici, di riscaldamento e di elettricità (oltre che di telefono, fino all’avvento dei cellulari), senza occasioni di lavoro esterno e lavorando a recuperare gli immobili ed i fondi su cui vivevano in stato di abusività con la prospettiva di poter esserne buttati fuori in qualsiasi momento. Nonostante ciò sono rimasti ed hanno lentamente migliorato le loro condizioni materiali oltre a far nascere in queste case (nella maggioranza dei casi letteralmente – ovvero in casa e non in ospedale) una cinquantina di bambini nel corso di tutti questi anni – una cifra statisticamente rilevante per l’anagrafe del Comune di S.Venanzo dove le nascite erano in caduta verticale.

Dopo un contenzioso legale durato molti anni ed alcuni tentativi concreti di sgombero e dopo alcune iniziative pubbliche da parte degli occupanti culminate nell’occupazione della sala del Consiglio Regionale ed in uno sciopero della fame di una settimana sotto il palazzo della Regione in Piazza Italia a Perugia, si giunse nel ’92 ad un protocollo d’intesa che portò – circa otto anni dopo – ad una concessione decennale da parte della Regione che regolarizzò la situazione fino ad ora, 2010, anno in cui la concessione è scaduta.

In questi dieci anni la condizione di legalità assicurata per un periodo relativamente lungo ha permesso agli abitanti di apportare una serie di migliorie alle case che ora sono dotate tutte di servizi igienici, quasi tutte di elettricità e molte di impianto di riscaldamento a legna e d’altra parte anche la Comunità Montana ha mostrato un atteggiamento più collaborativo intervenendo a migliorare le condizioni di alcune strade di accesso e nella recinzione dei pascoli.

Anche i rapporti con la popolazione locale sono di gran lunga migliorati, al punto che oggi si può parlare di un ottimo livello di integrazione aumentato ultimamente dal fatto che l’ipotesi di alienazione dei beni demaniali da parte della Regione si presenta come un problema comune sia ad ex-occupanti che a famiglie di agricoltori che hanno sempre vissuto qui con contratti d’affitto agricolo ora non più rinnovati. Ci sono stati abitanti ed ex-abitanti delle case ex-occupate diventati assessori al Comune di S.Venanzo e consiglieri comunali a quello di Orvieto come pure il Vescovo di Terni si è espresso in più occasioni pubblicamente in appoggio alla “comunità” degli ex-occupanti del Monte Peglia come persone la cui sobrietà nello stile di vita può essere un esempio ed una risorsa sociale da valorizzare.

Oggi, dei circa 140 casolari del demanio abbandonati che ricadono sotto la giurisdizione della Comunità Montana, i soli ad essere ancora in piedi, in condizioni di abitabilità ed abitati sono quelli ex-occupati.

Attualmente nei poderi demaniali in questione vivono persone che sono qui da un periodo che va tra i quindici e i trent’anni e non si tratta più di giovani sognatori. Ci sono anche figli ormai più che ventenni che sono nati e cresciuti qui alcuni dei quali vorrebbero trovare in questo stesso posto un futuro lavorativo ed esistenziale nel quale poter anche mettere a frutto le competenze che stanno formando ora nei propri studi.

Sull’affidabilità e la convinzione di questi attuali abitanti quanto ad un uso ambientalmente rispettoso di questi beni e alla determinazione a rimanervi e a valorizzarli nonostante qualsiasi difficoltà parla da solo il fatto stesso che sono ancora qui da tutto questo tempo con le difficoltà che ciò ha comportato.

In conclusione non è possibile lasciare come non detto esplicitamente quello che è il punto cruciale di tutta la vicenda delle ex-occupazioni sul Monte Peglia fin dal loro inizio: quello che è al tempo stesso il problema, la necessità e l’aspettativa da parte di chi crede nel progetto di cui qui si parla.

Questo punto centrale è stato ed è tuttora la condizione di perenne precarietà ed incertezza (di durata ormai più che trentennale) in cui ha vissuto chi ha speso gran parte della propria vita in queste case e su queste terre. E’ ben comprensibile a tutti che non avendo un ragionevole orizzonte temporale davanti, non sapendo mai se si rimarrà ancora un anno o tre o cinque o dieci o….più di trenta, non ci si può aspettare che qualcuno compia investimenti (finanziari e non) consistenti sul luogo in cui vive e lavora specialmente in agricoltura dove i tempi sono particolarmente lunghi. Ed allo stesso modo, per le stesse condizioni di precarietà (fra cui ricade anche il rapporto di concessione anziché di affitto), è sostanzialmente impossibile accedere a mutui, prestiti, finanziamenti.

Se, perciò, si può dire che in questi trent’anni e più non molto è stato realizzato – a vedere di alcuni – su questi beni demaniali, si può – forse con maggior ragioni – sostenere che il solo resistere finora è stato già molto. Ripresentarsi anni dopo con un progetto articolato sul quale convergono non solo gli attori delle ex-occupazioni, ma anche diversi proprietari ed affittuari che, in un’ottica imprenditoriale, si affiancano ad essi, è già molto.

Ciò che ci si aspetta a questo punto dall’amministrazione pubblica è che si accorga che finora si sono persi molti anni e molte energie senza né sgomberare le case da chi le ha abitate (salvandole dal crollo) né dando una possibilità a questi (ex nuovi) abitanti di costruirvi davvero qualcosa.

Noi siamo ancora una volta a dire che è ancora il momento di darla questa possibilità ed è chiaro che questa è una precondizione indispensabile per qualsiasi ipotesi di progetto su cui si possa parlare e crediamo che dopo tutti questi anni questa opportunità da dare pienamente per questo e non un altro tipo di sviluppo sul Monte Peglia sia stata guadagnata e che sia stato guadagnato il suo dover prevalere sulla via alternativa della vendita del demanio a qualcuno che con la pura forza del denaro (e solo di conseguenza del diritto) volesse venire a comprare queste case e terre per farne un altro tipo di uso, forse privato, forse speculativo, che passerebbe sopra la testa degli abitanti del luogo.

Tra i quali, ormai a pieno titolo, ci siamo anche noi.

 

Alcune note aggiuntive:

Gli insediamenti neo-contadini del Monte Peglia rappresentano già dagli anni ’70 una comunità diffusa di decrescita applicata ed hanno costituito negli anni anche un presidio di salvaguardia del paesaggio-territorio che ha resistito e di fatto contrastato o perfino impedito speculazioni altrimenti possibili.

Venti anni fa questo è stato il caso di una società (la Mareverde) che aveva preso in affitto migliaia di ettari del demanio che usava come riserva venatoria a pagamento ed era stata costituita come società mista tra investitori privati e la locale Comunità Montana della quale però i personaggi più alti in carica di allora facevano parte del CDA della società a titolo personale. L’affitto dovuto alla CM era irrisorio e tutti i lavori sia di manutenzione che straordinari erano interamente a carico dell’amministrazione pubblica. L’impegno degli occupanti che in quel periodo erano fortemente a rischio di sgombero nell’informare su questa vicenda è stato decisivo nell’impedire a questo progetto di decollare.

Ci sono inoltre buone ragioni per ritenere che la presenza alquanto agguerrita nella determinazione di non essre buttati fuori dalle case e terre dove hanno deciso di passare la propria vita da parte degli abitanti che le hanno salvate dal degrado abbia funzionato come deterrente verso ogni possibile volontà di compiervi speculazioni lungo l’arco di tutti questi anni.

Diversamente da altre zone infatti qui si sarebbe trattato non solo di mettersi d’accordo con qualche amministratore compiacente, ma anche di affrontare una lotta con gruppo di persone piccolo, ma ben intenzionato a vender cara la pelle e senza dubbio a sollevare la questione dandogli la massima risonanza possibile: un buon motivo per pensarci due volte da parte di chiunque non avesse proprio tutte le carte in regola ed intenzioni oneste per farsi assegnare un pezzo di territorio demaniale per un proprio progetto.

Oggi non è affatto chiaro il comportamento della Regione, che parla di valorizzazione e di vendita del demanio, ma continua a non dire né quale genere di ‘valorizzazione’ abbia in mente né a che cifra intende vendere case e terre se le vuole vendere.

L’impressione è che non abbiano affatto un progetto in merito e neanche le idee chiare ed il timore che già ci siano in attesa possibili acquirenti più graditi di coloro che, pur senza dare prospettive di guadagni più o meno ben giustificati, hanno salvato questi beni per tutti questi anni. Il fatto è che, prima di poterli vendere a qualcun altro bisognerebbe trovare il modo di liberarsi degli attuali abitanti, che, come ex-concessionari, hanno ancora un diritto di prelazione sull’acquisto.
Il Monte Peglia è un vasto territorio pochissimo popolato di grande valore naturalistico che probabilmente ben si presterebbe ad agriturimi di lusso e spa in una Regione, l’Umbria, che è ai primi posti in Italia per fenomeni di riciclaggio di denaro sporco.

La posizione degli occupanti, sia per motivi di possibilità finanziarie che di principio, vede l’acquisto solo come una estrema ratio, mentre punta al mantenimento dei terreni demaniali come proprietà pubblica, come bene comune da lasciare in affidamento di lungo periodo a chi li ha recuperati e ad un approccio di una gestione complessiva del territorio del Monte Peglia autenticamente rispettosa dell’ecosistema e della vocazione ad un uso contadino di queste terre.

 

Sergio Cabras
sercabras@gmail.com