Il terzo post di Roberto Burdese su ilfattoquotidiano.it

La Valpolicella è uno dei tanti bellissimi territori vitati del nostro paese dove capannoni, centri commerciali e abitazioni civili continuano a sorgere come se non ci fosse crisi e la “benedetta” crescita non si fosse mai arrestata.

Ormai quasi tutto il nostro paese soffre di questa soffocante aggressione del cemento, che si divora ogni giorno 75 ettari di suolo agricolo (secondo l’ultimo dossier di FAI e WWF), una risorsa non rinnovabile che in questo modo viene definitivamente perduta.

In Valpolicella questo scontro tra il cemento e la terra assume però un connotato particolare, molto simbolico: più che contro il “cemento utilizzato” qui, infatti, si lotta contro il “cemento prodotto”.

A Fumane, uno dei sette Comuni del territorio, sorge sin dai primi anni ’60 un grande cementificio. Per anni è stata una delle risorse economiche più importanti dell’area, anche in termini di occupazione. La sua presenza, già di per sé molto ingombrante anche se “utile”, diventa non più sostenibile dalla fine degli anni ’90 quando una richiesta di escavazione della collina di Marezzane prima e il progetto di ampliamento del cementificio poi, fanno sollevare i cittadini che si costituiscono in Comitati (Fumane Futura e Valpolicella 2000 in particolare).

Dopo oltre dieci anni di battaglie, sono arrivate nelle ultime settimane un’importantissima sentenza del Consiglio di Stato e un parere della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, che costituiscono un successo per i Comitati e sembrano segnare irrevocabilmente il destino del cementificio. Vignerons e agricoltori della Valpolicella, che negli ultimi anni hanno mostrato una crescente attenzione per il biologico e il rispetto dell’ambiente in generale, hanno oggi la possibilità di vincere la scommessa più importante: creare ulteriori nuovi posti di lavoro e dimostrare fino in fondo che questa è la vera vocazione economica del territorio.

Questa storia rappresenta idealmente il bivio di fronte al quale si trova oggi un po’ tutto il nostro paese: da un lato un modello economico/industriale cosiddetto “capital intensive”, dove di lavoro se ne crea poco, l’impatto ambientale è diventato non più sostenibile, le popolazioni subiscono le conseguenze anche sulla loro salute, la delocalizzazione è sempre lì dietro l’angolo. Dall’altro lato un modello “labour intensive”, che passa per l’agricoltura di qualità e il suo indotto, il turismo, l’artigianato, ma anche una rivisitazione profonda dei settori che hanno più pesato nell’economia italiana dall’ultimo dopoguerra a oggi. Ad esempio proprio l’edilizia, che invece di continuare a realizzare nuove costruzioni destinate a rimanere vuote (ma capaci di consumare il bene più prezioso che è il suolo fertile), può dedicarsi alle ristrutturazioni e al recupero di efficienza energetica dei tantissimi edifici esistenti che hanno un bisogno estremo di interventi di questa natura.

A proposito di edifici vuoti (civili, commerciali, industriali) segnalo il censimento che il Forum Italiano dei Movimenti per la terra e il paesaggio sta promuovendo in questi mesi in tutti i Comuni d’Italia.

Nel nostro bellissimo e malandato paese, bonifiche e ristrutturazioni offrono grandissime opportunità di lavoro per almeno due generazioni. Gli amministratori di destra e di sinistra sembrano incapaci di cogliere queste occasioni, forse nemmeno le vedono. L’idea di un nuovo modello di sviluppo che nasce dal basso, dalla società civile, è mortificata continuamente da scelte inspiegabili (come il decreto annunciato dal Ministro dell’Ambiente per permettere l’impiego di rifiuti come combustibile per i cementifici).

Non ci salverà un bicchiere di Amarone ma è evidente che le due economie non possono più convivere e una scelta diventa obbligata: non si possono bruciare rifiuti per fare cemento e pensare che si possano poi esportare le produzioni alimentari nate sotto i camini di inceneritori e cementifici.

La Valpolicella ha fatto la sua battaglia e sta ora cercando di fare la sua scelta ma tutti i territori d’Italia dovrebbero leggere quella storia come se fosse la loro.

di Roberto Burdese

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