Una situazione allarmente: le Alpi Apuane stanno scomparendo.

Conseguentemente alla ormai spropositata estrazione del marmo più pregiato del mondo, un pezzo d’Italia si sta sgretolando sotto, anzi, sopra ai nostri occhi.

Per capire seriamente quello che sta accadendo in Versilia, bisogna andarci, così da rimanere a bocca aperta.

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da Internazionale (29 giugno – 5 luglio 2012)
(Veronique Mistiaen – Reader’s Digest: Carrara: Turning Art History Into Toothpaste. What’s going on at the famed Italian marble quarry)

Attraversare le cave di marmo nei dintorni di Carrara è come fare un viaggio nella storia. Un terzo delle 85 cave nelle alpi Apuane è di epoca romana. L’imperatore Augusto cominciò gli scavi nel primo secolo a.C. perché voleva che le ville e i monumenti pubblici – compresa una parte del Pantheon a Roma – fossero rivestiti da quello che già all’epoca era considerato il marmo più bianco. In alcune cave si possono vedere ancora i segni degli scalpelli usati dagli schiavi.

Michelangelo arrivò a Carrara per selezionare le pietre destinate alle statue del David e della Pietà. Molti secoli dopo, lo scultore britannico Henry Moore visitò le cave alla ricerca della materia prima per il suo lavoro. Sono state realizzate con il marmo di Carrara anche le cattedrali di Firenze e Siena, il museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, Marble Arch a Londra e il Kennedy Centre a Washington. “Non esiste nulla come questo marmo. È insostituibile”, dice lo scultore britannico Antony Gormley.

Eppure un’attività estrattiva poco regolamentata sta minacciando le montagne di Michelangelo, la loro storia e duemila anni di conoscenze su questa preziosissima pietra. E come se non bastasse, i 66mila abitanti di Carrara stanno pagando un prezzo altissimo.

Nel 1920 da queste cave venivano estratte meno di centomila tonnellate di marmo all’anno. Oggi si arriva a più di cinque milioni di tonnellate, per tenere testa a produttori in Cina, Russia e India.

Per ridurre i costi e contenere i prezzi si scava a ritmi serrati, usando le trivelle pneumatiche ed enormi pale meccaniche. “Così il marmo di Carrara ha smesso di brillare. Lo sfruttamento delle cave di marmo sta distruggendo l’ambiente e creando problemi alla salute degli abitanti. Le autorità comunali, però, sembrano incapaci di reagire” dice Veronique Mistiaen (Reader’s Digest, Gran Bretagna).

“Con il marmo estratto in un anno potremmo lastricare un’autostrada a quattro corsie da qui a Stoccolma. Questo è saccheggio”, afferma Elia Pegollo, un ambientalista di Salviamo le Apuane, un gruppo di varie organizzazioni che tentano di preservare le montagne.

“Le nostre montagne diventano ogni giorno più basse: mia madre ha una mia foto di quando avevo sei anni, dietro di me si vede una cima molto alta. Non esiste più. È stata tagliata, come tante altre”, dice Giovanna Berti, una ragazza laureata in chimica.

Gli ambientalisti temono che lo sfruttamento sfrenato possa distruggere la fauna e la lora delle alpi Apuane, oltre che il paesaggio dal punto di vista geologico. “Il passo di Focolaccia, il più alto della zona, è ormai una cava a cielo aperto. Stanno distruggendo anche la storia, perché da lì nel medioevo ci passava la via del sale”, afferma Pegollo.

Carbonato di calcio: il nuovo oro bianco

La cosa che preoccupa di più gli abitanti è che dei cinque milioni di tonnellate di marmo scavato ogni anno, solo un quinto viene estratto in blocchi e usato per realizzare sculture ed edifici. Il resto sono detriti generati dalle moderne tecniche di scavo. All’inizio degli anni novanta, multinazionali come la svizzera Omya o la francese Imerys hanno capito che quei detriti potevano essere molto redditizi se trasformati in carbonato di calcio da usare per sostituire il piombo nelle vernici, l’amianto nei tetti, la fibra di legno nella carta e come riempitivo nei cereali, nei cosmetici, nelle pasticche di vitamine e nel dentifricio. Un quintale di carbonato di calcio costa 10.800 euro, mentre una tonnellata di marmo bianco puro costa 3.300 euro.

Il marmo di Carrara non viene più usato solo per creare opere d’arte o edifici, ma viene letteralmente spremuto da un tubetto di dentifricio per poi essere scaricato nel lavandino.

La legge regionale stabilisce che le cave non possono essere usate solo per estrarre detriti ma, secondo i residenti e gli ambientalisti, è proprio quello che accade in alcuni casi. Il comune di Carrara affitta le cave agli estrattori, ma le ditte concessionarie trattano questi siti come feudi privati: reti stradali interne e nessuna regolamentazione su quanto marmo può essere estratto. Gli estrattori possono influenzare le scelte politiche perché Carrara non ha altre attività industriali. Molti carraresi pensano che sia stato messo in piedi un sistema di corruzione per violare impunemente la legge. “Siamo lontani dai tempi dell’Hermitage di San Pietroburgo”, dice Piero Marchini, presidente della commissione ambiente del comune di Carrara.

Franco Barattini, che ha settant’anni gestisce la cava che fu visitata da Michelangelo, è stato l’unico concessionario a parlare con noi. Respinge le accuse legate alla produzione di carbonato di calcio: “È ridicolo, il carbonato si produce solo con gli scarti. È come se si decidesse di bruciare i mobili per produrre la cenere”. Poi, mentre con un ampio gesto sembra voler abbracciare le enormi cave, aggiunge: “Molti abitanti della zona dicono che siamo qui per divorare le montagne. Non è vero. Per definizione le cave modificano le montagne, come accade con le miniere di carbone, ma in modo più evidente”.

Anche se le accuse relative alla produzione di carbonato di calcio non possono essere provate, appare chiaro che il comportamento di molti concessionari sta avendo un impatto negativo su Carrara. All’inizio del secolo scorso la città era nota per le centinaia di laboratori di scultura, dove gli artigiani eseguivano lavori su commissione per conto di famosi artisti e riproducevano le copie di capolavori. Oggi sono rimasti pochi di quei laboratori. Vent’anni fa la maggior parte del marmo o del granito prodotto nel mondo veniva portato a Carrara per essere rifinito e levigato in lastre destinate alle facciate dei palazzi o ai pavimenti delle abitazioni. Oggi persino il marmo estratto a Carrara non viene rifinito in loco: le aziende concessionarie preferiscono spedire via mare i blocchi grezzi in paesi come l’India, dove il lavoro costa meno.

Tradizionalmente le ditte concessionarie investivano nella città inanziando le opere pubbliche, come i teatri e gli ospedali. Ultimamente, però, le multinazionali si sono opposte a ogni tassa che il comune ha cercato di imporre. Stando a quanto dichiarato dal sindaco della città Angelo Zubbani, il comune di Carrara riceve solo 7,7 milioni di euro all’anno per l’estrazione di blocchi e 8,8 milioni di euro per i detriti. Cifre che hanno contribuito pochissimo alla costruzione della tangenziale da 143 milioni di euro che il comune è stato costretto a realizzare per il transito dei mezzi pesanti che trasportano il marmo fuori dalle zone abitate. Un’opera che ha costretto il comune a indebitarsi negli anni a venire.

La dimensione culturale

“Dovrebbe esserci un valore aggiunto per la città. Dovremmo lavorare qui il marmo e trasformare i blocchi in rivestimenti e sculture”, riconosce Barattini, che è considerato un concessionario illuminato perché crea posti di lavoro nella sua segheria e nel suo laboratorio artistico.

Le ditte concessionarie sono anche accusate di aggirare le leggi sulla salute e la sicurezza, mettendo in pericolo la popolazione. Le 12 fonti idriche di Carrara sono spesso contaminate da segatura, polvere di marmo e altri residui di lavorazione. Inoltre le strade che attraversano alcune zone della città sono invase ogni giorno da duemila camion rimorchio.

Nonostante la città sia vicino al mare, tra gli abitanti di Carrara le percentuali di malattie polmonari sono più alte di quelle delle città che hanno molte industrie. Legambiente ha documentato per anni questi problemi e ha registrato una concentrazione molto alta di polveri di marmo nell’aria. Polveri che causano l’asma, il cancro ai polmoni, a bronchite, disturbi cardiovascolari e altri problemi respiratori. Nel 2008 un giudice ha stabilito che l’amministrazione cittadina avrebbe dovuto adottare le misure necessarie per ridurre l’inquinamento dell’aria. Ma anche le norme più banali, come l’obbligo di coprire i camion che trasportano il marmo, sono regolarmente ignorate. Gli abitanti di Carrara attendono ancora provvedimenti efficaci.

“In città ormai si è difusa un’economia in stile coloniale: poche multinazionali che realizzano enormi profitti senza trasferire nessun beneficio alla cittadinanza, ma solo minacce alla salute e all’ambiente”, dice Riccardo Canesi, un esponente di Greenpeace.

“Il marmo, che un tempo era la nostra ricchezza, è diventato una maledizione”. Il vescovo di Massa Carrara, Eugenio Binini, secondo quanto riportato dal quotidiano la Nazione, durante un’intervista nel giugno del 2010 ha detto che a Carrara “come altrove ci sono sciacalli e l’opinione pubblica non si scandalizza più come una volta”.

Lo scorso autunno, al momento del rinnovo delle concessioni, l’amministrazione si era impegnata a chiedere maggiore senso di responsabilità alle ditte concessionarie, a stabilire norme più severe sulla salute e ad aumentare le tasse in base al valore di mercato del marmo. Ma fino a oggi non è cambiato nulla. Ancora una volta il comune non ha avuto il coraggio di affrontare gli industriali.

Il sindaco Zubbani vorrebbe che i concessionari tornassero a modalità di lavoro più ragionevoli, concentrandosi sulla promozione della qualità del marmo, vendendone quantità minori a prezzi più alti, invece di entrare in competizione con produttori stranieri. “Dobbiamo infondere di nuovo la dimensione culturale nel nostro marmo e venderla come un valore aggiunto che rifletta la nostra storia, le nostre tradizioni, la nostra arte e la nostra cultura. Il nostro marmo è unico, è questa la nostra forza”.

“Le nostre montagne appartengono al mondo, all’umanità”, aggiunge Elia Pegollo. “Hanno parlato a Michelangelo e ad artisti provenienti da tutto il mondo. Vogliamo che il marmo venga usato non solo per sfruttare i detriti e che le nostre montagne tornino a parlare”

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Link per approfondimenti:

• Blog: “Scempio Apuane”
• Intervista al Prof. Elia Pegollo: “Salviamo le Apuane” >
• Gruppo Facebook “Salviamo le Apuane”

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Documentario

Aut Out – la distruzione delle Alpi Apuane il più grande disastro ambientale d’Europa
(cortometraggio di Alberto Grossi presentato al Trento Film Festival)

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