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Parchi, aiuole e boschi sono essenziali per la salute e la vivibilità, soprattutto nelle aree urbane. Con opportune scelte, tecnice e politiche, possono rappresentare la miglior risposta alle esigenze della cittadinanza con un approccio sostenibile dal punto di vista economico e ambientale.

Aumentare il verde in ambiente antropizzato: obiettivo migliorare salute e vivibilità

E’ ormai ampiamente dimostrata, ma è sempre bene ricordarla, l’importanza degli spazi verdi e degli alberi in ambiente urbano: producono ossigeno, abbattono i rumori e bloccano le polveri.

Per questi motivi, oltre che per l’esigenza di avere spazi pubblici ricreativi dove questi scarseggiano, cresce sempre più la richiesta e l’attenzione sulle aree verdi: parchi, aiuole, boschi e orti urbani, anche se molte scelte politiche ancora non comprendono, o peggio, trascurano tale aspetto.

Ancor più profonda quanto fondamentale per la vita dell’uomo è la conservazione della biodiversità che si traduce in recupero ambientale e di qualità in quelle aree dove l’azione antropica ha generato una riduzione e un appiattimento. E’ sicuramente più bello e colorato un ambiente naturale e vario ed è certamente più utile per la regolazione climatica e la salute, avendo inoltre un più alto grado di mitigazione degli impatti inquinanti.

Riqualificazione sostenibile degli spazi verdi: obiettivo diminuire i costi di manutenzione

Per i comuni rispondere a questa esigenze aumentando le aree a verde urbane e quindi la vivibilità vuol dire inevitabilmente aumento dei costi, a meno che non si adottino tecniche e colture che consentono una riqualificazione sostenibile degli spazi verdi.

Risparmiare nei consumi d’acqua e nei costi di gestione è possibile. Se n’è parlato lo scorso 31 maggio a Roma, nell’ambito dell’evento “Specie erbacee spontanee mediterranee per la riqualificazione di ambienti antropici: rendere sostenibile il verde urbano e aumentare la biodiversità” organizzato presso l’Istituto Nazionale di Economia Agraria dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e della Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana (SOI)

E’ possibile risparmiare acqua e cure colturali – dicono gli esperti di architettura del paesaggio – Il verde urbano è spesso banale, omologato, si vedono ovunque le stesse piante che non sempre sono autoctone e vi si insediano malvolentieri in un contesto che non è il proprio. Si pensi al “prato all’inglese” che è climaticamente fuori luogo nelle città mediterranee. Se il prato sempreverde è un classico nelle umide pianure britanniche, negli ambienti mediterranei diventa un estraneo, un ecosistema in perenne crisi, sempre assetato, sempre bisognoso d’acqua e strepitosamente costoso. E dal punto di vista morale c’è da domandarsi se un Paese in difficoltà possa permettersi spese cospicue derivanti da irrigazioni e da cure eccessive del verde o se non debba, invece, trovare il modo di portare la semplicità, la biodiversità, il “verde di casa nostra” dentro le zone urbane non solo per ridurre i costi ma anche per rendere la scena urbana, come è logico che sia, una naturale continuità del paesaggio extra muros.
Il messaggio che si vuole diffondere è che le piante erbacee spontanee non solo non sono erbacce ma rappresentano uno strumento indispensabile per camminare verso la sostenibilità del verde.

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Tecniche e scelte che sono già realtà. L’esempio forse più conosciuto a livello internazionale è l’ High Line di New York: un parco lineare che attraversa parte della città essendo realizzato sul tracciato di una linea ferroviaria sopraelevata da tempo abbandonata. Un progetto di recupero che si basa sulla scelta di piante erbacee spontanee, a bassa manutenzione e irrigazione ridotta.

Portare il paesaggio dentro le città: obiettivo la tutela del territorio

Non solo aiuole e parchi. Tornando in Italia, in molte zone del milanese, prendono forma da tempo importanti interventi di forestazione urbana. Il bosco, che una volta copriva gran parte del territorio, è anch’esso serbatoio di ossigeno e biodiversità, ancor più importante per creare una difesa “di legno” dove il cemento avanza.

Quindi i pochi ambiti boschivi rimasti devono essere conservati e dove è opportuno, anche ricostruiti, con la possibilità per i cittadini di trarne vantaggio attraverso una fruizione “leggera” dell’area e non intensa come avviene invece per i più classici parchi urbani. Una buona soluzione che, quando la normativa renderà obbligatoria la compensazione delle emissioni per le aziende inquinanti, potrebbe diventare addirittura fonte di guadagno per le casse pubbliche con la cessione di crediti di CO2. Così da compensare i costi di manutenzione e consentire, anche in questo caso, una gestione sostenibile delle aree.

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Con la speranza che parallelamente si possa conservare e recuperare spazio vitale per l’agricoltura, anch’essa in sofferenza a causa dell’urbanizzazione. Scegliendo quindi di puntare sulla strada più “colorata” della rinaturalizzazione e dell’uso sostenibile del territorio ed abbandonare definitivamente quella irreversibilmente “grigia” della diffusione del cemento.

 Luca D’Achille