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A inizio 2014 forti piogge hanno colpito il Regno Unito per mesi e hanno causato grandi alluvioni soprattutto in Inghilterra e in Galles. All’inverno particolarmente piovoso si sono aggiunti forti venti e mareggiate, che hanno ulteriormente aggravato la situazione. Quasi seimila abitazioni sono state allagate e una decina di persone sono morte in incidenti legati alle alluvioni. Decine di migliaia di abitazioni hanno subito interruzioni di corrente e per soccorrere le popolazioni colpite sono stati inviati tremila soldati. L’inconsueta piovosità dei primi mesi del 2014 ha rilanciato il dibattito sull’impatto del cambiamento climatico. (BBC)

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Inondati da un fiume di soldi

 Articolo di George Monbiot, “The Guardian” (Regno Unito)

Sappiamo cos’è andato storto, o almeno crediamo di spaerlo: non è stato speso abbastanza per difenderci dalle alluvioni. E’ vero che nel Regno Unito i tagli del governo hanno messo a rischio migliaia di abitazioni e, a mano a mano che gli effetti del cambiamento climatico si faranno sentire, la situazione peggiorerà. Ma la spesa pubblica troppo bassa è solo una parte del problema, messa in ombra da un aspetto che il dibattito pubblico e il governo hanno trascurato: la spesa pubblica eccessiva.

Ogni anno si spendono grosse somme di denaro pubblico, nell’ordine di miliardi, per attuare politiche che rendono inevitabili le alluvioni rovinose. La difesa dalle inondazioni, o almeno così dicono quasi tutti, prevede che non si cementifichi troppo, che non si costruiscano case in punti assurdi delle pianure alluvionali e che si usino tecniche di ingegneria nuove e intelligenti per difendere le case esistenti. Tutto vero, ma quanto mai parziale. Visto il basso livello del dibattito delle ultime settimane, si perdona a chiunque l’errata convinzione che i fiumi nascono nelle pianure, che le sorgenti non esistono, che montagne, colline, bacini imbriferi e spartiacquae sono irrilevanti nell’allagamento di case e infrastrutture.

La nostra storia comincia con un gruppo di coltivatori lungimiranti di Pontbren, dove nasce il fiume più lungo del Regno Unito, il Severn. Negli anni novanta hanno capito che i consueti metodi di allevamento in collina – sovraccaricare la terra con un numero maggiore di pecore più grandi, sdradicare alberi e siepi, scavare più canali scolmatori – non funzionavano. Era insensato dal punto di vista economico, gli animali venivano privati dei ripari e loro si spaccavano la schiena per distruggere la propria terra. Così hanno avuto un’idea magnifica.

Hanno cominciato a piantare cinture di protezione di alberi lungo i perimetri. E invece di drenare il suolo più paludoso hanno creato stagnidi raccolta dell’acqua. Con una parte del legno hanno ricavato giacigli per gli animali, risparmiando una fortuna in pagliai. Infine hanno usato quei giacigli trasformati in compost per nutrire altri alberi.

Un giorno un consulente del governo che si trovava a passare per quei campi durante un’acquazzone rimase affascinato vedendo come l’acqua che sommergeva il terreno sparisse all’improvviso all’altezza degli alberi piantati dagli allevatori.

Da li è nato un importante progetto di ricerca che ha dato risultati sorprendenti: nel suolo sotto agli alberi l’acqua penetra in profondità a una velocità 67 volte maggiore rispetto a quella nel suolo sotto l’erba. Infatti defluisce lungo i canali creati dalle radici degli alberi.  In questo caso il terreno si comporta da spugna, da serbatoio che assorba l’acqua per poi rilasciarla lentamente. Nei pascoli, invece, gli zoccoli delle pecore trasformano il suolo in un pantano rendendolo quasi impermeabile.

Pur essendo stato rimboschito appena il 5% dei terreni di Pontbren, uno degli articoli della ricerca calcola che se tutti gli allevatoridel bacino imbrifero facessero lo stesso, il picco delle alluvioni a valle si ridurrebbe del 29%, mentre il pieno rimboschimento lo ridurrebbe del 50%. Per gli abitanti Shrewsbury, Gloucester e delle altre cittadine devastate dalle innumerevoli piene del Severn equivarrebbe, più o meno, alla soluzione del problema. (…)

Molti anni fa si pensava che il modo migliore per prevenire le alluvioni consistesse nel raddrizzare , canalizzare e dragare i fiumi per buona parte della loro lunghezza così da aumentarne la portata. Ben presto si è scoperto che la pratica era non solo inefficace, ma addirittura controproducente. Un fiume può trasportare solo una minima parte dell’acqua che cade nel suo bacino: il grosso deve finire nelle piane alluvionali ed essere assorbito dal suolo.

Costruendo argini sempre più alti, riducendo la lunghezza dei fiumi attraverso l’eliminazione delle anse e rimuovendo gli alberi morti e ogni altro ostacolo, gli ingegneri hanno involontariarmente aumentato la velocità del deflusso, così che l’acqua si riversa nei fiumi e nelle città molto più in fretta. E deviando i fiumi dai terreni agricoli che attraversavano, hanno ridotto enormemente la superficie delle piane alluvionali funzionali.

L’esito, oggi riconosciuto dalle autorità del mondo intero, è stato disastroso. In molti paesi gli ingegneri pentiti stanno ricollegando i fiumi alle terre disabitate che possono essere inondate senza causare danni e permettendogli di intrecciarsi, curvare e formare meandri morti. Tutto questo consente di intrappolare sedimenti, tronchi e sassi – che altrimenti si accumulerebbero sotto i ponti della città – e di sottrarre al fiume gran parte della sua energia e velocità. Come ha detto chi ha riportato un fiume del Lake District (nel nord-ovest dell’Inghilterra) al suo stato naturale, ai fiumi “serve qualcosa con cui distrarsi”. (…)

A Owen Paterson, Ministro dell’ambiente inglese, è stato ripetutto più volte che ha più senso pagare gli agricoltori per inondare i loro campi invece di proteggerli dirottando l’acqua verso le città. (…)

Anche se dal 2007 si sono susseguiti uno studio, un’inchiesta parlamentare, due disegni di legge e nuovi progetti per la gestione delle alluvioni, quasi niente è cambiato.

Visto il modo in cui amministriamo la terra e i fiumi, le inondazioni restano inevitabili. Paghiamo una fortuna in sussidi agricoli e progetti di scempio dei fiumi per ritrovarci con città inondate e case e vite distrutte. Paghiamo di nuovo per difenderci da alluvioni in parte dovute a queste politiche folli tramite assicurazioni extra imposte ad ogni abitazione. E paghiamo anche con la perdita di tutto quello che hanno da offrire i bacini imbriferi: bellezza, serenità, flora e fauna e addirittura quella robetta da nienteche è l’acqua corrente nelle case.

L’insieme delle disastrose forme di gestione delle zone collinari sta aiutando i fiumi a straripare, con il risultato che il governo e i cittadini delle aree colpite hanno dovuto investire pesantemente in progetti di difesa delle alluvioni.

Ma, paradossalmente, questo sfacelo causa anche il prosciugamento dei fiumi in assenza di pioggia. E’ il rovescio della medaglia di una filosofia convinta che la terra esista solo per sostentare chi la possiede. Invece di un flusso mantenuto costante per tutto l’anno dagli alberi delle colline, da metodi di allevamento adeguati, da fiumi che possono stabilire il proprio corso e livello, filtrare e trattenere l’acqua tramite anse, canali intrecciati e ostacoli, ci tocca un ciclo di inondazioni e siccità, di acqua sporca e falde vuote, di premi assicurativi esosi e di moquette da buttare.
E tutto con i soldi pubblici. 

Parte del contributo, tradotto da sdf, pubblicato sulla rivista settimanale “Internazionale”, pag. 96-97, n. 1039 del 21/27 febbraio 2014.
Articolo originale del “The Guardian” (Regno Unito), scritto da George Monbiot.

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