Cava cementificio

Un effetto è diffuso e visibile a tutti: il cemento che avanza ingrigendo le campagne, deturpando bellezze naturali e architettoniche, tranciando le poche zone verdi rimaste, coprendo terra fertile. Su questo tema finalmente si sta aprendo un dibattito nazionale e stanno nascendo, dal basso, sempre più movimenti di protesta.

Mentre si discute di consumo di suolo e di scempio paesaggistico, non bisogna però dimenticare l’altro lato della medaglia dell’assalto del cemento al nostro paese, costituito non dalla costruzione, ma dalla produzione di materiali per essa.

I danni causati da cave e cementifici, in un paese sempre più sfruttato e sempre più popolato, colpiscono l’aria, l’acqua, la terra, la biodiversità, la salute e la qualità della vita di chi abita vicino… e causano ferite non rimarginabili al nostro paesaggio: se è possibile abbattere un ecomostro, non è possibile ricomporre una montagna, che impiega milioni di anni a formarsi e pochi decenni a sparire sotto i colpi della foga estrattiva.

Nonostante l’eufemismo per cui si parla di “coltivazione” delle cave, neanche fossero campi da seminare di anno in anno, la roccia mangiata non torna mai più, e con essa il patrimonio che si trovava sopra – o sotto.

E, per finire, spesso le cave dismesse si trasformano in discariche.

“Un paese fondato sulle cave”: così nel 2008 il mensile Altreconomia definiva, giustamente, l’Italia. Queste le parole con cui veniva presentata l’inchiesta (http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=1797&fromRivDet=93):

Le incontrate lungo le autostrade, le inquadrate dal finestrino del treno, oppure sono incorniciate nella finestra di casa vostra. L’Italia è disseminata di 6mila cave attive, e 10mila abbandonate. Sono ferite che squarciano le montagne e le colline, o aprono voragini nella terra. Da lì si ricava il materiale per costruire case, strade, opere pubbliche. Poche, pochissime norme regolamentano le attività estrattive. Risultato: un territorio svenduto per poco ai cavatori. All’estero, anziché continuare a scavare, si punta sul riciclo dei materiali da demolizione.

La rivista si è occupata spesso del tema cave, come anche della questione dei cementifici e delle preoccupazioni per il loro impatto sulla salute.

Abbiamo preparato una rassegna degli articoli più rilevanti comparsi su Altreconomia negli ultimi anni riguardo a questi argomenti, per raccogliere un lavoro d’inchiesta che non si ferma, per non dimenticare che il consumo di suolo è solo l’ultimo anello di una catena massiccia di estrazione, lavorazione e produzione che presenta problemi a ogni passaggio, e per aprire un dibattito sulle alternative, che siano riuso, riciclo o utilizzo di materiali più sostenibili.