colline del  prosecco

Il Giro d’Italia alla sua 97° edizione ha attraversato anche le colline di Conegliano – Valdobbiadene. Per l’occasione alcuni sindaci locali hanno invitato eliconsorzio e agricoltori a rimandare i trattamenti coi al giorno seguente. Si riaccende il malcontento degli abitanti ai quali le fumigazioni non vengono risparmiate e l’effetto dei pesticidi contrasta con l’immagine delle colline candidate a Patrimonio Unesco.

Mercoledì 28 maggio,  i ciclisti della 97° edizione del Giro d’Italia hanno percorso la tappa numero 17 Sarnonico – Vittorio Veneto, dal Trentino Alto Adige al Veneto attraversando un breve tratto di provincia bellunese. Percorso non particolarmente difficile per gli sportivi, ma di sicuro impatto visivo; lasciate alle spalle le località di Quero e Fener, il Giro si è snodato attraverso le vitate colline del prosecco di Conegliano – Valdobbiadene rinomate per la produzione vitivinicola.

Non che il Giro d’Italia sia nuovo dalle parti del prosecco, che sono meta di ciclisti amatoriali tutto l’anno, ma non tutti gli sportivi ricevono la stessa accoglienza. Il distretto produttivo Conegliano – Valdobbiadene è un successo monoculturale che necessita di numerosi trattamenti a base di pesticidi, diffusi per il malcontento della popolazione anche attraverso irrorazioni aeree. Eppure ai ciclisti del Giro si è cercato di risparmiare il supplizio degli aerosol involontari che tanto tormentano i loro colleghi amatoriali.

Qualche giorno prima del passaggio del Giro nelle colline Conegliano – Valdobbiadene, l’articolo di un giornale locale riportava la notizia che alcuni sindaci si appellavano agli agricoltori affinché i trattamenti venissero anticipati o rimandati di qualche giorno per evitare una figuraccia mediatica in una vetrina importante come quella del Giro d’Italia che attira una moltitudine di spettatori. Sicuramente la candidatura a Patrimonio Unesco delle colline vitate non ne avrebbe tratto alcun giovamento. Nessuna ordinanza scritta, ma calorosi inviti rivolti agli agricoltori per il bene dell’immagine locale.

Le dichiarazioni hanno riacceso il malcontento popolare dei numerosi cittadini che attraverso la rete condividono perplessità e battaglie contro l’uso massiccio dei pesticidi. Sono diversi i comitati ed i gruppi che negli ultimi anni stanno facendo sentire la propria voce accanto ad associazioni storiche come il WWF Altamarca. E se non pochi sono i cittadini preoccupati per gli effetti dei pesticidi sulla salute umana, altrettanti sono gli indignati per i danni arrecati all’ambiente che si traducono in inquinamento del suolo e delle falde e negli sbancamenti a scapito dei boschi, perpetuati nel nome della lunga tradizione vitivinicola locale.

L’ameno paesaggio collinare è stato ritratto nel corso dei tempi da artisti che hanno contemplato la bellezza estetica di una natura “addomesticata” dall’uomo. Così fu per il Cima da Conegliano che ha dipinto il dolce paesaggio agrario e così è stato in tempi più recenti per la fotografia di Fulvio Roiter, ma chi più di tutti ne ha colto l’essenza è stato il poeta Andrea Zanzotto. L’amore per il paesaggio natale era in Zanzotto accompagnato dal crescente malessere causato dai mutamenti repentini dello stesso e per le minacce incombenti rappresentate dai «dispensatori di acidi, tossici,  veleni»

Il caso delle colline del prosecco di Conegliano – Valdobbiadene è paradossale: da un lato la bellezza paesistica delle colline sapientemente lavorate nel corso dei secoli è oggetto di interesse, bene culturale da proteggere tanto da meritare la candidatura  a Patrimonio Unesco. Dall’altro lo stesso bene è vittima della produzione agricola che lo caratterizza e che ne attenta il valore ecologico. La “diatriba” in corso tra  viticoltori locali, politici e residenti mette in luce l’importanza di chiederci cosa sia il paesaggio e a chi appartenga; cartolina costruita ad hoc ai fini del marketing territoriale o luogo dell’abitare?

L’identificazione del paesaggio Conegliano – Valdobbiadene in quanto luogo a vocazione vitivinicola genera un avvicinamento superficiale al territorio ed alla sua storia. Le colline sono state terre di molteplici “saper fare”: agricoltura, allevamento, pastorizia, artigianato, una pluralità di  figure professionali che nel corso dei secoli hanno arricchito le interrelazioni con il paesaggio. Identificando il territorio unicamente con la produzione del prosecco docg lo si riduce a meta ideale per gite enogastronomiche, ignorando il valore degli ancor numerosi seppur a rischio ambiti ecologici e delle molteplici storie che in esso risiedono.

Oggi la principale vittima visibile della monocoltura è lo spazio boschivo, esteso nella bassa montagna prealpina e in alcune zone collinari. La prima è stata abbandonata prontamente nel secondo dopoguerra quando l’economia silvo – pastorale è stata definitivamente scalzata dal capannone nella “bassa” e da un’agricoltura di tipo monoculturale. L’equilibrio tra pascolo e bosco si è spezzato velocemente con l’assenza antropica nel giro dei pochi decenni. Il bosco che avanza ha cancellato alcuni segni della presenza umana, ma ne ha custoditi altri, simboli da mappare e decodificare per ricostruire la memoria dei luoghi, affiancata ai racconti di chi quei luoghi gli ha vissuti.

Ciò che gli anziani non dimenticano è la fatica di una vita esperita in verticale, l’economia sviluppata in salita e discesa. E’ la stessa fatica provata sulle rive, la parte alta e soleggiata delle colline coltivate a prosecco, sforzo disumano che giustifica l’uso dell’elicottero per spargere i pesticidi. Il bosco locale,  ha la sua seconda chance: da “improduttivo” a produttore di uva, nel nome del passato maggior sfruttamento agricolo.

Eppure numerosi residenti non ci stanno e poco importa loro se si vuole radere al suolo e coltivare per ristabilire il paesaggio storico locale. Dapprima hanno visto i campi a rotazione, la medica, il mais ed i prati sparire a favore delle vigne che spesso e volentieri vengono erette con pali di cemento, per sostenere le fragili radici delle piante fatte crescere in fretta e furia a suon di diserbanti. Ora è il turno dei boschetti, degli angoli dietro casa che gli avevano portati a scegliere di vivere in collina, a due passi dalle città ma pur sempre in mezzo alla natura.

C’è a chi piace il paesaggio “vignetizzato” e il senso di ordine dettato dai filari, ma di sicuro questo impatto visivo è o forse era efficace perché aveva una sua controparte nei prati incolti e nei boschi, custodi di nicchie di biodiversità, di anfratti, di piccole sorprese riservate a chi scende dall’auto e decide di andare attraverso i luoghi con lentezza.

Il paesaggio però è principalmente creato e percepito da chi lo vive e in questo caso, come in molti altri, le percezioni divergono in quanto gli abitanti albergano interessi diversi. Da un lato chi vi ha un tornaconto economico e dall’altro chi lo abita. Il paesaggio collinare assume qui due connotazioni diverse: paesaggio agricolo e lavorativo per i produttori di prosecco, paesaggio del rischio per gli abitanti spaventati dall’aumento di patologie tumorali riconducibili all’uso dei pesticidi.

Le ragioni di questo ennesimo conflitto ambientale  sono in parte da ricondurre allo sprawl incontrollato che qui come nel resto del Veneto ha segnato le sorti del paesaggio regionale, dove cemento, deregulation  ed assenza di una ragionata pianificazione territoriale hanno generato il disordine territoriale nel quale spaesamento e individualismo fanno da padroni. I vigneti, sorti ovunque per incrementare gli utili, sono inframmezzati ai centri abitati, agli edifici pubblici, adiacenti alle case. Le ridotte dimensioni di molte proprietà agricole, incrociate alla necessità di produrre il massimo possibile, fanno sì che le viti siano piantate anche ai bordi delle strade.

Eppure in questo scenario segnato dalle divergenze e dal malcontento, l’eventualità che le colline del prosecco entrino a far parte del Patrimonio mondiale Unesco è una possibilità abbracciata dalle diverse controparti. Soprattutto gli agricoltori riuniti nel Consorzio del prosecco Conegliano – Valdobbiadene  e sostenuti dalle giunte comunali (che hanno presentato il report per la candidatura) hanno interesse nel riconoscimento delle colline come paesaggio storico – culturale. La qualità del vino in Europa si misura ancora valutando il terroir di provenienza ed un simile riconoscimento potrebbe dare la spinta giusta  al turismo di stampo enogastronomico possibilmente sostenibile.

La speranza che accomuna agricoltori e residenti è il tornaconto, ma se per i primi si tratta di introito economico per i secondi il tornaconto è piuttosto di carattere ambientale; che il turismo possa essere in qualche modo “la mano invisibile” forza motrice di buone pratiche. Se anni di lotte a suon di filmati, denunce, analisi di residui chimici autofinanziate, strilli dei quotidiani locali non sono serviti a stemperare il largo uso di pesticidi, ne tantomeno fermare nuovi disboscamenti e piantumazioni, si spera che una vetrina importante come quella dell’Unesco a lenire i danni. Dopotutto se per il Giro d’Italia qualcosa si è fermato, questa speranza potrebbe non essere vana.

Sarà solo l’eventuale elezione a Patrimonio Unesco a dimostrare se l’immagine costruita può incidere nel risanamento del territorio al quale appartiene, quasi fosse un progetto territoriale da portare a termine, oppure restare un ingannevole miraggio, un bel paesaggio in dissonanza con il suo stato di salute ambientale. Ma questo ci induce a pensare che il paesaggio sia cosa altra dall’ambiente che lo ispira ed è questo ragionamento quello che porta allo scollamento tra bellezza paesistica e situazione ecologica che perpetua operazioni di green washing basate su parole suggestive e foto patinate. Come se il paesaggio fosse cosa altra dallo stato delle sue falde, dall’aria e dalla terra avvelenate da residui chimici, fosse altro dal senso di estraniamento e dalla paura percepite da chi lo abita.

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Fonti:

http://www.oggitreviso.it/%C2%ABpassa-giro-fermate-pesticidi%C2%BB-88404

http://www.ecceterra.org/index.php/terra-e-cibo/cronaca/nazionale/1251-vino-e-paesaggio-la-valsana-ai-tempi-della-glera

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