superstrada-pedemontanaMentre si contano i morti che l’ennesimo terremoto ha seminato, distruggendo interi paesini del Centro Italia, in Veneto continua la polemica irreale e indecorosa su come portare a termine lo scempio ambientale chiamato Pedemontana Veneta.

La classe politica veneta mostra ancora una volta tutta la sua ignoranza: invece di prendere atto che questa infrastruttura, uscita dal pensatoio “bituminoso” della coppia Galan-Chisso, costa alla collettività, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista ambientale, “ottusamente” fa di tutto per fare un copia e incolla della BREBEMI. Nel dibattito politico veneto di questi giorni trovano spazio polemiche sull’esenzione o meno dei pedaggi per i residenti, sulla velocità massima con cui si potrà percorrere questo serpentone di asfalto, sull’indennizzo agli espropriati, ma non trova spazio la “razionale determinazione a fermare l’opera”, allo scopo di evitare la perdita irreversibile dei benefici ecosistemici e paesaggistici che la Pedemontana Veneta comporta.

Nonostante l’emergere di crepe enormi nella stima del traffico, la politica iper-infrastrutturale del Veneto (un centinaio di strade provinciali e più di trenta strade regionali, più autostrade e passante di Mestre) continua ad essere condizionata dall’opinione dell’automobilista “incazzato” (quello tratteggiato da Gioele Dix in Zelig), quello che sogna di poter percorrere a 130 km/h il tratto da Thiene a Spresiano. Nonostante l’emergere di rilevanti problemi nel reperimento di risorse per finanziarla, la Pedemontana Veneta trova sostenitori anche tra autorevoli esponenti delle forze di opposizione in Regione, che non esitano a sollecitare l’intervento dello Stato, mettendo impropriamente in relazione Pedemontana Veneta e 30.000 posti di lavoro. E Zaia se la ride felice e contento nel vedere accorrere così tanti soccorritori (con i soldi dei cittadini) al capezzale di questa sua opera “agonizzante” e del suo “abortito Project Financing”.

L’automobilista elettore e l’imprenditoria decidono in nome e per conto della collettività, del suolo fertile, degli agricoltori espropriati che lavorano la campagna che Zaia e la Moretti non sono ancora riusciti a ricoprire di asfalto, delle ville palladiane, dei residenti, dei cittadini, dell’eco-sistema terra-acqua-aria-suolo, del paesaggio e la sua attrattività turistica. Mi chiedo: una volta constatati i limiti emersi nella progettazione, finanziamento e pianificazione dell’opera, cosa si aspetta a bloccarne la prosecuzione, saldare i lavori fin qui eseguiti e predisporre un piano B che preveda l’utilizzo e l’implementazione della viabilità esistente? Le centinaia di milioni di euro che lo Stato dovrebbe investire per il completamento della Pedemontana Veneta, perché non possono finanziare altre priorità che valorizzino il territorio, il trasporto pubblico, l’agroalimentare, la tutela ambientale, il turismo?
Un piano B che potrebbe essere benissimo un piano A se avessimo una classe politica illuminata.

Le alternative alla Pedemontana. Nel tratto trevigiano la S.P. 102 “Postumia Romana” collega con un lungo rettilineo (che bravi sti romani) Castelfranco Veneto a Maserada sul Piave, e’ posta un po’ più a sud rispetto al progetto di tracciato della Pedemontana Veneta e incrocia la Pontebbana a Villorba. Nel tratto vicentino la S.P. 111 “Nuova Gasparona” collega Thiene a Bassano per una lunghezza di 24 km.

Trasporto su ferro. A Treviso, in località San Giuseppe, nell’area “Dogana” (che si è mangiata decine di ettari di suolo fertile) RFI ha progettato il nuovo Scalo Merci che dovrebbe sostituire lo Scalo Motta, sito in zona Fiera a Treviso. Lo Scalo Merci in zona Dogana può diventare un nodo per il trasporto “intermodale” nella direttrice Treviso-Vicenza (tangenziale-ferrovia-aeroporto-operazioni doganali). Si può inoltre valorizzare la stazione di Porta Santi Quaranta da cui si dirama la linea Treviso-Montebelluna (e il Feltrino, con lo studio di fattibilità commissionato per il collegamento ferroviario con la Valsugana), la linea Treviso-Vicenza e un tempo la Treviso-Ostiglia. Stazione di Porta Santi Quaranta che si trova anche prossima all’aeroporto.

Agroalimentare e turismo. Se fossero 400 gli ettari netti di suolo fertile risparmiati dalla Pedemontana Veneta si potrebbero fare investimenti (calcolando in 5 ettari la grandezza media di un’azienda agricola) per far nascere o mantenere in vita 80 aziende agricole condotte da giovani agricoltori. Si potrebbero inoltre progettare itinerari ciclabili che colleghino le stazioni ferroviarie alle Ville Palladiane, nonostante le aree adiacenti alle ville siano già gravemente compromesse da deturpanti lottizzazioni.

Sono solo delle idee, dei progetti, su cui investire risorse al posto dell’investimento sulla Pedemontana Veneta e che possono dare un ritorno sostenibile: economico e ambientale. Progetti che disegnano un futuro diverso per il Veneto. L’indice di “saturazione antropica e urbanistica” del Veneto e’ talmente evidente che trovo immorale voltarsi da un’altra parte, non prendere atto delle molteplici e diffuse problematiche che il miracolo del Nord Est ha procurato ai propri territori e perseverare nella distruzione di risorse ambientali necessarie per un futuro vivibile delle giovani generazioni. Nell’epoca della globalizzazione dei mercati una diversificazione delle attività produttive, che includa in modo sostanzioso agricoltura, tutela ambientale e paesaggio, e’ una necessità di politica economica, anche per far fronte a possibili contrazioni del settore manifatturiero. I Veneti devono scuotersi da questa apatia culturale, perché qualcuno, con il loro consenso, li sta prendendo in giro. I soldi che Zaia chiede allo Stato per completare la Pedemontana Veneta possono servire per soddisfare altre necessità dei veneti, come la “messa in sicurezza anti sismica della fascia pedemontana” della regione. Assistiamo ad una sorta di discrasia politica e morale, dove la chiave della buona politica, costituita dall’individuazione di obiettivi primari e risorse per raggiungerli, non riesce a girare nella serratura della porta che si apre verso un diverso modello di sviluppo. Sulla Pedemontana Veneta, nonostante notevoli scricchiolii sulla reale utilità (volumi di traffico), sui costi ambientali e dell’investimento, l’ottusità sta prevalendo sulla ragione.

Non posso non andare alla vicenda del Mose: anche in questo caso i soldi dei cittadini sono stati spesi per un’opera i cui scricchiolii “strutturali” sono stati ignorati dalla politica. Infatti, il 15 marzo 1990 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici valutava affidabili barriere fisse per contrastare le maree (come fanno in Olanda da decenni) e così si pronunciava sulle barriere mobili: “Il Consiglio ricorda le molte incertezze e gli studi ancora necessari per quanto concerne l’affidabilità delle parti mobili, i problemi geotecnici per le fondazioni e relativi costi, il comportamento delle paratoie, il loro collocamento, la loro asportazione per la manutenzione e il loro ricollocamento, i sistemi di alimentazione per l’aria e dei collegamenti elettrici, la rimozione dei sedimenti e delle incrostazioni biologiche sui corpi sommersi.” Poi le pressioni della cattiva politica hanno fatto sì che, nel 1994, la maggioranza di quell’organo tecnico diventasse minoranza. Ci fu anche un ricorso al Tar, poi vinto, dell’allora Presidente della Regione Veneto Galan per superare il “parere negativo” del Ministero dell’ambiente a seguito della Valutazione di Impatto Ambientale. Nel caso del Mose, gli interessi privati hanno condizionato la valutazione tecnica sui rischi di quell’investimento. Inquietante come, nel recente test sul suo funzionamento del Mose, alcune “paratoie mobili” non abbiano funzionato per le ragioni spiegate nella consulenza tecnica del 15/3/1990. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: 6 miliardi di soldi pubblici spesi per un’opera che rischia di non funzionare e che ci lascia in eredità una spese di 80 milioni di euro all’anno per la manutenzione.

Sulla Pedemontana Veneta, al di là dei costi ambientali, le ragioni per non sperperare denaro pubblico ci sono tutte, basterebbe utilizzare e implementare viabilità e infrastrutture esistenti, far decollare veramente il trasporto su rotaia e mettere sotto protezione e tutela agricoltura e paesaggio. Se poi vogliamo essere riflessivi e perdere un po’ del nostro cinismo, fatto spesso di avidita e ignoranza, è il recente terremoto a ricordarci che ci sono altre priorità: mettere in sicurezza gli abitati della zona a rischio sismico della nostra regione, che guarda caso, si colloca nella zona pedemontana del Veneto.

Schiavon Dante, un angelo del suolo