A cosa servono le parole ? La risposta potrebbe essere scontata: a favorire la corretta relazione tra gli esseri umani. Tanto che l’Antico Testamento ci ricorda che «finché le parole sono nella tua bocca, tu sei il loro Signore. Quando sono uscite dalla tua bocca, tu sei il loro servo», mentre per Buddha le parole hanno il potere di distruggere e di creare.

E a cosa servono le leggi ? Altrettanto scontata la risposta: definiscono le regole al comportamento di tutti i membri di una comunità, stabilendo il perimetro entro cui i diritti individuali si legano ai diritti collettivi.

Le parole e le leggi sono, dunque, i primi capisaldi della convivenza.
Ma non sempre è così.
Ad esempio, se osserviamo l’ambito urbanistico ci accorgiamo che il linguaggio di questa disciplina è divenuto una sorta di lingua straniera.

 

Paolo Pileri nel suo ultimo recentissimo lavoro «100 parole per salvare il suolo. Piccolo dizionario urbanistico italiano» (edito da Altreconomia) prova ad occuparsene, di questa lingua straniera. Lo fa basandosi sulla sua esperienza di studio e sul campo, che lo ha portato alla conclusione che «i consumi di suolo nascano proprio dalla manomissione delle parole dell’urbanistica e dall’ignoranza, dall’abitudine a fare urbanistica in un certo modo e dalla incomunicabilità tra chi abita la città e chi decide del suo futuro. L’urbanista disegna la propria idea appoggiandola sul suolo. Con le parole scrive le leggi. Con le parole redige regolamenti. Con le parole fa politica. Non esiste progetto di città senza parole».
Ma queste parole – essenziali per una comunità, determinanti per la migliore convivenza possibile – sono sempre più straniere. Appunto.
E la domanda che ognuno di noi si pone è se sia un caso dettato da un non ben definito beffardo destino o se risponda ad un preciso disegno immaginato ed eseguito per un fine non collettivo e per un risultato squisitamente economico, in una nazione in cui questa lingua straniera parla 8.000 dialetti (tanti quanti i Comuni italiani) e si articola in 20 diversi strumenti normativi (tanti quante le nostre regioni) per definire un medesimo – a parole – strumento di tutela e regolazione.

 

Paolo Pileri è un addetto ai lavori di prima grandezza: Docente di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, è membro di gruppi di ricerca nazionali e internazionali e consulente scientifico di ministeri, enti pubblici, fondazioni e amministrazioni locali. È ideatore e responsabile scientifico di VENTO, un progetto di territorio attraverso una dorsale cicloturistica tra Venezia e Torino lungo il Po (http://www.progetto.vento.polimi.it). Autore di molti libri (tra cui “Che cosa c’è sotto” – con Matilde Casa – e “Il suolo sopra tutto”), è tra i 75 Esperti multidisciplinari estensori della Proposta di Legge Popolare del Forum Salviamo il Paesaggio, norma «dal basso» che nel libro viene più volte richiamata e suggerita come esempio di buona legge («questa è la proposta più innovativa e garantista per i suoli e per il Paese»).

E il suo libro è davvero splendido. Non lo diciamo solo perchè Paolo è un amico e un compagno di strada e la nostra fratellanza potrebbe indurci ad ingigantire i giudizi. Ma perchè raramente un esperto, a nostra memoria, sa essere comprensibile e piacevole-attraente per un pubblico di lettori curiosi ma poco avvezzi all’argomento portante di un simile dizionario ragionato e, contemporaneamente, anche rispondere all’esigente attesa di tanti addetti ai lavori che, qui, troveranno spunti a ripetizione per riflettere e confrontare situazioni, riconoscere inganni, captare segnali di pericolo.
Entrambi i lettori crediamo troveranno alimento sano nel godere anche delle ironie garbate e pungenti che chiosano le analisi delle singole parole e frasi di questa «urbanistica, linguaggio straniero».

Un libro, anzi un dizionario. Che ammonisce e suggerisce di parlar chiaro, se davvero vogliamo salvare il suolo e quel che resta del nostro suolo. Che tutto deve essere, tranne che una merce.

Un dizionario molto ragionato, che si apre con alcune parole e concetti fondamentali: in primis «suolo, bene comune, risorsa eco-sistemica, scarsa e non rinnovabile». Dovrebbero essere concetti universalmente concepiti, invece il suolo non è lo stesso suolo in ogni Regione italiana. Definito in maniera sbagliata e contraddittoria tra il 1989 e il 2014 e poi non corretto ma solo dotato di una integrazione che consente oggi due definizioni distinte, da applicarsi in due situazioni altrettanto distinte e dimentiche dello status necessario di risorsa ecosistemica e di risorsa non rinnovabile, scarsa, vulnerabile e strategica per la sovranità nazionale.

Poi, ovviamente, si prosegue con «consumo di suolo» e qui la questione si fa ancor più seria: le definizioni normative sono molto diverse tra loro e non sono mai del tutto rivolte al suo contrasto. «Sono sempre parole morbide, arrotondate, accompagnate da avverbi che le depotenziano o prevedono tempi lenti, anzi lentissimi. E a volte generano addirittura l’effetto contrario», tanto che alcune leggi regionali per il governo del territorio non definiscono il «consumo di suolo» pur introducendo il concetto nelle proprie norme.
E quando lo definiscono lo fanno dipendere da un «primo livello» (quello di suolo, superficie agricola, urbanizzato, superficie urbanizzata ecc.) così le differenze regionali, a cascata, modificano lo stesso concetto di «consumo di suolo» e il modo di calcolarlo. Con risultati indecifrabili e utili soltanto per chi il suolo vuole continuare ad «usarlo».
Già, perchè «il suolo è vivo in quanto in diretto contatto con il mondo di sopra, mentre l’asfalto e il cemento uccidono il suolo in misura tale che quel che c’è sotto un mantello di asfalto non è più suolo» …
In Puglia, ad esempio, si parla di «consumo di suolo agricolo», in provincia di Trento di «artificializzazione», in Emilia Romagna di «perimetro del territorio urbanizzato» (ma chi definisce il perimetro ? …), in Veneto di «impermeabilizzazione» e poi di «compromissione di funzioni ecosistemiche, il che comporta che qualcuno dovrà prendersi la briga di definire queste funzioni, di controllare l’impermeabilizzazione prima e dopo e stabilire se e quanto i suoli siano stati compromessi».
Differenze sostanziali che, in assenza di una definizione nazionale, favoriscono deroghe e silenzi.

C’è spazio per il concetto di «consumo di suolo netto» come suggerito dall’Unione Europea: se in un’area comunale o regionale consumo una misura di suolo e ne riporto in vita una quantità identica, il consumo di suolo non esiste.
Ma non è vero: non si ferma in questo modo il consumo di suolo, ci si limita a consumarlo in altri spazi se parallelamente vengono liberate aree già cementificate.
Un concetto, dunque, ambiguo. Che, non a caso, piace molto alle nostre amministrazioni che nelle loro norme sono corse a riprodurre l’orientamento europeo con quella salvifica scadenza del 2050 per lo stop al consumo di suolo !
Scordandosi, però, di dire che quel documento prevede anche di porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici, con traguardi intermedi (il famigerato obiettivo 20-20-20) di riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra, incremento al 20 % della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e di risparmio energetico: il tutto entro il 2020.

Tra le parole sempre più straniere dell’urbanistica moderna c’è «Piano urbanistico comunale», cioè il glorioso «Piano Regolatore». Che, però, in Lombardia si chiama ora «Piano di Governo del Territorio», in Calabria «Piano Strutturale Comunale», in Veneto «Piano di Assetto del Territorio» e così via. E ogni Piano si porta dietro il suo zainetto di strumenti che lo compongono e di parole che lo confondono.

Dopo i lemmi fondamentali, ecco il dizionario in rigoroso ordine alfabetico da «àmbito» a «urban sprawl», passando per molti termini oggi in grande spolvero. Come «ambito di ricomposizione del margine urbano», che significa nuovo consumo di suolo ma “solo” negli spazi liberi tra edificato e edificato. Come i complicati calcoli per la «capacità insediativa» che spesso portano in dote un eccesso di offerta abitativa e quindi di suoli che andranno perduti e si basano su metodi molto variegati (demografia, attrattività, bisogno di dimensioni abitative più elevate e molto altro).
Come il «calcolo del consumo di suolo» che Pileri paragona «a una legge che fissa il limite di velocità ma non si occupa di tachimetri» e che ogni Regione misura con un metodo individuale. Con sorprendente fantasia.
Come «compensazione», parolina purtroppo non più legata alla tutela ambientale ma anche, ad esempio, alle premialità connesse agli espropri; in teoria dovrebbe essere l’ultimo stadio di un processo che vede prima il tentativo di evitare la trasformazione, poi di ridurne l’impatto e in ultimo di compensare tutto ciò che non sia stato possibile evitare, ridurre, mitigare …

 

Ogni parola del dizionario è analizzata con puntuali esempi tratti dalle norme di amministrazioni comunali, provinciali o regionali e aiutano a comporre il complicato puzzle urbanistico del nostro tempo italico. Ne esce un saggio da tenere sempre in tasca come aiuto dotto nel decifrare le parole e, soprattutto, per capire dove determinate parole condurranno l’idea di un Piano: inevitabilmente sempre e solo nel sacrificio di suolo.

Dopo decenni di battaglie per contrastare il consumo di suolo, oggi sappiamo di essere diventati «di moda»: tutti ne parlano e tutti gli amministratori e legislatori ne fanno una bandiera. Ma le parole sono lì a sentenziare il limite ambiguo o addirittura antitetico.

Occorre una legge nazionale ? Noi continuiamo a dire che non ci occorre una legge parziale.
Perchè ciò che ci occorre davvero è una BUONA legge nazionale.
Il Forum Salviamo il Paesaggio, grazie anche a questo importante libro di Paolo Pileri, è oggi ancora più consapevole di avere fatto la cosa giusta.

E chiunque si trovi a contrastare Piani dalle previsioni sbagliate o fantasiose, può contare ora su uno strumento di conoscenza del reale, sempre pronto per l’uso come un’arma per far trionfare la forza dell’intelligenza sull’imposizione mascherata.
Grazie Paolo !

Recensione di Alessandro Mortarino.

 

100 parole per salvare il suolo. Piccolo dizionario urbanistico italiano.
di Paolo Pileri
Editore: Altreconomia
Collana: I saggi di altreconomia
Anno edizione: 2018
Pagine: 190 p., Brossura
Euro 14,00

 

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