di Letizia Palmisano.

Quella ambientale è una delle branche del diritto più giovani e la sua evoluzione è sicuramente di interesse, anche per capire come sia cambiata la nostra società (anche oltreconfine) negli ultimi anni.

Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Tullio Berlenghi, esperto normativo di tematiche ambientali ed estensore di molteplici leggi in tali ambiti e autore del libro “Storia del Diritto Ambientale” (Primiceri Editore, 2018).

 

Quando nasce il Diritto Ambientale? Nasce come una materia autonoma o come appendice di altre branche del diritto, a esempio il diritto alla salute?

Nel libro cerco di delineare l’evoluzione delle norme che possono essere astrattamente collegate alla tutela dell’ambiente, ma è chiaro che, per molti secoli, l’oggetto della tutela è stato soltanto ed esclusivamente la salute delle persone o il valore patrimoniale di un bene (ad esempio le prime norme di tutela dei boschi). A mio avviso, temporalmente, il cambiamento culturale e scientifico, prima ancora che giuridico, del nostro rapporto con l’ambiente si può fissare nell’anno 1972, quando avvenne la pubblicazione del rapporto “I limiti dello sviluppo”, commissionato dal Club di Roma al System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (MIT) e, nel medesimo anno, si tenne la Conferenza ONU di Stoccolma, ovverosia la prima conferenza delle Nazioni Unite sulla protezione dell’ambiente naturale. L’anno successivo il celebre giurista Massimo Severo Giannini scrisse un fondamentale studio dal titolo “Ambiente, saggio sui diversi suoi aspetti giuridici”, che rappresenta ancora oggi un fondamentale punto di riferimento per chi si avvicina allo studio del diritto ambientale.

Ci può indicare una o due normative che secondo Lei rappresentano la pietra miliare del Diritto ambientale e che indicano anche un cambio culturale?

Me ne vengono in mente due, una che c’è – magari imperfetta come tutte le leggi – e una di cui abbiamo bisogno e che spero venga approvata quanto prima. La prima è la legge n. 394 del 1991, la legge quadro sulle aree protette, che può sembrare una legge “minore” di fronte a tematiche di peso come i rifiuti o l’inquinamento, ma che, invece, testimonia la moderna concezione del diritto ambientale poiché prevede la tutela diretta del bene ambiente in sé, prescindendo da altri aspetti, come la tutela della salute. Possiamo affermare che questa storica norma suggella il passaggio dalla visione antropocentrica a quella biocentrica. La legge di cui abbiamo bisogno, invece, è quella che fermi il consumo di suolo. Dopo i timidi tentativi delle due scorse legislature, auspico che la proposta di legge predisposta dal Forum Salviamo il Paesaggio venga fatta propria dalle forze politiche in Parlamento e ci dia finalmente una legislazione che permetta di salvaguardare quella parte del territorio ancora libera dal cemento ed indispensabile per limitare il rischio idrogeologico e garantire la nostra indipendenza alimentare.

Secondo Lei quanto è importante una (corretta) informazione ambientale per far progredire il diritto ambientale? Ci sono esempi a riguardo che Le vengono in mente?

Il quadro normativo è strettamente legato alla sensibilità ed alla cultura prevalenti, che, a loro volta, dipendono da fattori come la formazione scolastica ed universitaria e – in misura significativa – dal variegato mondo dell’informazione (radio, tv, giornali, web, social). Il ruolo dei “media” è centrale poiché questi hanno una responsabilità enorme che, troppo spesso, non è ricoperta in maniera adeguata. Il modo talvolta grossolano di fare informazione riesce ancora a farci ancora gridare “al lupo” – che non mi risulta abbia fatto vittime negli ultimi decenni – ma non ci fa temere abbastanza l’inquinamento, che invece provoca 90mila decessi ogni anno. È giunto il momento di cambiare registro.

Quanto ha senso al giorno d’oggi un diritto ambientale diverso in ogni Stato? Possiamo dire che l’esperienza europea ci insegna che è fondamentale che le linee guida siano condivise anche oltreconfine?

Ha poco senso, in effetti, visto che spesso gli effetti delle attività antropiche non si preoccupano di rispettare i confini territoriali. Uno dei primi casi di inquinamento transfrontaliero risale all’inizio del secolo scorso quando la Corte di giustizia internazionale intervenne in una controversia tra Canada e Stati Uniti per una fonderia sul fiume Oder in territorio canadese, le cui emissioni danneggiavano gli USA. Su questo fronte sono stati fatti molti passi in avanti, sia attraverso l’impulso delle Nazioni Unite, che ha dato vita ad un importante percorso di dialogo e confronto sull’importanza globale dei temi ambientali (basti pensare alla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992), sia attraverso il lavoro dell’Unione Europea che ha dato vita ad un rigoroso quadro normativo ambientale che detta norme omogenee per tutti gli Stati dell’Unione.

Tratto da: http://www.envi.info/blog/2018/03/21/non-si-puo-difendere-lambiente-e-la-salute-senza-il-diritto-ambientale-intervista-a-tullio-berlenghi/

 

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