Gli ecologisti (nel senso di «gli ambientalisti») hanno sempre torto. E questo lo sanno tutti.
Lo sanno anche «gli ambientalisti» stessi. E lo sanno perché non passa giorno che un presidente del consiglio, un ministro, un sindaco, un assessore, un presidente di regione o di provincia non riesca a trattenere il suo pubblico dileggio di questa sorta di strana genìa che dice dei gran NO, limita il proprio orizzonte al solo giardino di casa, non riconosce il valore economico sopra a qualsiasi esigenza ecosistemica.

Gli ecologisti (nel senso di «gli ambientalisti») hanno sempre torto. Anche e soprattutto quando hanno ragione. Cioè quasi sempre. Perché il giardino di casa è lo spicchio e lo specchio di una emergenza generale, perché l’economia viene dopo la tutela ambientale, perché i NO non sono stroncature aprioristiche ma la base di una «altra» scelta.
Insomma: gli ecologisti (nel senso di «gli ambientalisti») hanno sempre torto, ma solo quando i «potenti» di turno vogliono far prevalere le loro ragioni. Che, spesso, sono le ragioni di pochi a danno degli interessi della collettività e del Bene Comune.

Detto così, il torto degli«ambientalisti» è in realtà una ragione. Eppure le loro – le nostre – ragioni faticano a farsi largo, nonostante dati incontrovertibili, elementi scientifici e statistici, monitoraggi indipendenti, verità difficilmente opinabili.

Antonio Cianciullo, scrittore e giornalista del quotidiano “la Repubblica”, da oltre trent’anni indagatore dei grandi temi ambientali, offre una sua analisi di questa particolare situazione nel suo ultimo lavoro «Ecologia del desiderio. Curare il Pianeta senza rinunce» (Aboca Edizioni) regalandoci molte sollecitazioni per tentare di affrontare l’approccio ad un cambiamento necessario.
La sua tesi di fondo è che siamo sull’orlo della prima estinzione di massa causata da una sola specie, quella che si autodefinisce sapiens: «abbiamo portato l’inquinamento fino alle cime himalayane e stiamo lavorando per un clima più favorevole alle zanzare che agli esseri umani». Disponiamo di dati e rapporti scientifici chiarissimi che dovrebbero portarci a mutare la nostra direzione di marcia. Ma nulla accade. Perché?

Perché gli ecologisti (nel senso di «gli ambientalisti») continuano a vendere solo paura, condita con l’erba amara della rinuncia. Quando, invece, dovrebbero spostare l’attenzione da ciò che non si deve fare a ciò che va fatto, costruire e raccontare luoghi in cui la qualità della vita migliora, in cui l’inquinamento viene ridotto da tecnologie confortevoli, in cui il lavoro viene distribuito in modo più equo allentando le tensioni sociali. Passare da un’ecologia del dovere a un’ecologia del desiderio, appunto.

Un problema di comunicazione, dunque. Serio. Molto serio.
Gran parte dei messaggi ambientalisti sono preceduti dal segno meno: si descrive una entità ostile da ridurre o da eliminare, si ripete di scappare dalla zona rossa ma non si indica il luogo di arrivo, un luogo che susciti emozioni positive. Zero seduzione. Si suggerisce la riduzione del consumo del pianeta senza sforzarsi di mettere in risalto la crescita del piacere, facendo così prevalere la sensazione che si perderà molto e si godrà poco. Invece la proposta alternativa deve dare la carica giusta attraverso un’idea seduttiva: meno paura e più speranza.

Dunque dovremmo essere più attenti all’uso delle parole, della comunicazione; avremmo bisogno di un marketing positivo che ci costringa ad accompagnare la denuncia con altre forme di narrazione.
Avremmo bisogno di romanzi, di film, persino di telenovele che disegnino il fascino di un quotidiano nuovo modo di esistere dopo il cambiamento, cioè una realtà possibile che fino ad oggi abbiamo rinunciato a narrare perché troppo impegnati a convincere l’universo mondo che il già conosciuto fosse da abbandonare a piè pari, senza preoccuparci di fornire il quadro di una nuova dimensione sociale e individuale. Senza i vantaggi possibili restano solo i divieti.
Dovremmo provare a esercitare l’antica arte della convinzione, che non è fatta di lunghe sequele numeriche e inviti alla penitenza. Cicerone spiegava che all’oratore non conviene puntare sulla repressione delle passioni ma piuttosto rendere le emozioni «ancora più vive e pungenti» e, allo stesso tempo, «amplificare e abbellire quelle cose che al pubblico appaiono decifrabili e auspicabili». Cioè dare una direzione al desiderio invece di rincorrere le paure.

Cianciullo accompagna la sua tesi perlustrando i temi nodali del nostro odierno malessere ambientale con dovizia di dati, fonti e riferimenti. Racconta come 5 allarmanti rapporti scientifici dell’IPCC, nell’arco degli ultimi 23 anni, abbiano registrato la portata di una crisi epocale ma siano stati abilmente resi innocui dal messaggio rassicurante delle corporation dei combustibili fossili, capaci di minimizzare il problema e «prendere tempo» separando, infine, le sorti del carbonio da quelle del gas, maggiormente adatto alla transizione energetica.

Ricorda la previsione secondo cui a metà secolo ci troveremo con oltre 200 milioni di profughi ambientali costretti ad abbandonare i loro luoghi divenuti inospitali. Il degrado ambientale è già oggi responsabile di una morte su quattro; 12,6 milioni di vittime ogni anno nel mondo: circa 200 volte più dei morti per i conflitti bellici in atto.

Ragiona sui limiti fisici, visti come stimolo anziché freno: «in natura è la difficoltà che crea l’opportunità del miglioramento. Oggi si può aprire uno scenario diverso, basato sull’idea del limite non come una linea che respinge ma come un’area che accoglie».

Mette in competizione la battaglia tra lenti e veloci: fare della velocità (intesa come capacità di consumare risorse in modo progressivamente più vorace) l’unico valore, significa annullare le soste che in natura sono intervalli carichi di funzioni, significa aumentare il rischio di deragliare.
Così come la competizione tra riciclo e rifiuto, tra economia circolare e economia lineare che vede i quattro elementi fondamentali dei filosofi presocratici trasformati in pattumiere: terra (discariche), aria (emissioni), acqua (liquami), fuoco (inceneritori). Viviamo in un continente di plastiche, «una spessa zuppa di plastica abbondantemente condita con fiocchi di plastica con l’aggiunta, qua e là, di pezzi di plastica più grossi».

Un libro dunque utilissimo per riflettere sul nostro modo di agire e, soprattutto, di comunicare e forse anche una risposta all’inquietudine che spesso pervade gli ecologisti (nel senso di «gli ambientalisti») nell’osservare il sempre più ridotto e difficile passaggio generazionale tra i propri «militanti». Il motivo lo possiamo comprendere solo se accettiamo l’idea di trovarci in un vicolo cieco; e il primo cambiamento tocca a noi e alla nostra comunicazione: make it sexy, make it simple, make it personal !

Ricordandoci della vergine Shèhèrazade che andò in sposa al Re di Persia e, come tutte le altre mogli, fu condannata ad essere giustiziata la mattina dopo in segno di vendetta nei confronti dell’incostanza femminile provocata dalla prima sposa adultera.
Ma Shèhèrazade concluse la sua notte da sposa – l’unica notte prevista dal Re – narrando un racconto che proseguì per mille e una notte. Il Re fu attratto dalla storia avvolgente che ogni notte si fermava lasciando un finale in sospeso. Shèhèrazade ottenne la grazia e fu libera.

Noi, con l’effetto Shèhèrazade, potremmo guadagnare l’equilibrio del pianeta…

Recensione di Alessandro Mortarino.

Ecologia del desiderio. Curare il pianeta senza rinunce
di Antonio Cianciullo
Editore: Aboca Edizioni
Anno edizione: 2018
Pagine: 197 p., Brossura
Euro 15,00

 

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