I beni comuni e il disegno di legge preparato dalla Commissione Rodotà

Il 18 dicembre è stata presentata in Corte di Cassazione la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare “Disegno Legge Delega Commissione Rodotà Beni Comuni, Sociali e Sovrani”. Si tratta di una proposta normativa importante che intende ergersi a difesa dei Beni Comuni secondo lo spirito e le indicazioni che hanno animato i lavori della Commissione Rodotà e che vede tra i principali promotori Alberto Lucarelli e Ugo Mattei, che furono anche tra gli ispiratori dei referendum a sostegno dell’acqua pubblica del 2011.

All’interno del nostro Forum nazionale si è avviata una discussione per valutare compiutamente i contenuti di questa proposta di legge popolare: il testo non è semplice da decriptare per chi non è avvezzo al linguaggio giuridico e non tutto pare coerente con alcune posizioni che la nostra stessa Proposta di Legge per l’arresto del consumo di suolo ha affermato. Quindi, prima di ogni decisione di merito, abbiamo chiesto al nostro miglior esperto in materia, Paolo Maddalena, di offrirci una sua opinione: la pubblichiamo qui integralmente e, come potrete facilmente notare, contiene parecchie critiche all’impianto della proposta normativa.

Apriamo perciò un dibattito, utile e necessario, per cercare di rendere accessibili opportunità e limiti di questa iniziativa a tutte e tutti i nostri aderenti…

Le valutazioni di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”.

“L’Associazione “Attuare la Costituzione”, di fronte all’iniziativa di trasformare in proposta di legge di iniziativa popolare lo schema di disegno di legge della Commissione Rodotà, ha il dovere di far sapere a tutti che lo schema della Commissione Rodotà, come si legge nella relazione della sua presentazione al Senato del 2010, ha la finalità di rendere più agevole i procedimenti di contabilità relativi alla “svendita” e alla “privatizzazione”, nonché alla “vendita e riaffitto” degli immobili pubblici. I beni comuni , in questo schema, sono soltanto “uno specchietto per le allodole” e non viene minimamente sostenuta la loro affermazione e diffusione. Anzi, privatizzando e svendendo, si agisce contro l’espansione di questi beni. Deve inoltre precisarsi che la Commissione Rodotà si è riunita soltanto 11 volte, mentre l’iniziativa di questo schema di disegno di legge è partita dai burocrati del Ministero delle finanze (e probabilmente scritta da questi stessi burocrati). Segue un articolo che contiene la spiegazione particolareggiata di quanto asserito”.

Si è diffusa una concezione estremamente positiva dei “beni comuni” e vari sono i convincimenti espressi, sia in sede accademica, sia dalla gente comune. Ci sembra importante riportare quanto si legge in proposito in un messaggio di alcune persone delle quali si conosce soltanto il nome di battesimo, pubblicato su Labsus del 21 dicembre 2018: “dal nostro punto di vista i beni comuni sono quei beni che se arricchiti arricchiscono tutti, se impoveriti impoveriscono la società nel suo complesso. Che si tratti di una piazza, di un giardino, di un immobile abbandonato, della memoria storica, c’è un riconoscimento attivo da parte della Comunità, che nasce dalla responsabilità universale di cura verso i beni comuni. Una cura da cui tutti possono trarre beneficio, anche chi non può o non vuole attivarsi in prima persona, per tutelarli, mantenerli, valorizzarli”.

Paolo Maddalena, vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale

Come si nota, per queste persone, “i beni comuni” sono beni di valore: “arricchiscono tutti”. E, riguardando “tutti”, sono necessariamente da considerare un bene “nella disponibilità di tutti” (proprietà pubblica, servitù pubblica, compressione delle facoltà del proprietario privato, obbligo del privato di tutelare l’utilità pubblica che la cosa produce). Essi inoltre, “hanno un riconoscimento attivo da parte della Comunità”, in sostanza debbono essere “giuridicamente riconosciuti”, e cioè “tutelati, mantenuti, valorizzati”. E infine richiedono che tutti si prendano cura di loro, “attivandosi in prima persona”, anche se ci sono persone che non possono o non vogliono attivarsi, non ostante ne “traggano beneficio”. Si può aggiungere, sul piano scientifico, che questi beni, come ha affermato il Rodotà, “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona”.

Appare evidente da quanto poco sopra riportato che, non è possibile offrire una “definizione” onnicomprensiva di detti beni, non essendo logicamente ammissibile includere nei limiti di un concetto una idea che, in sostanza, rappresenta tutto quello che è naturalmente “bello e buono” per l’uomo.

D’altro canto, è da sottolineare che questa attenzione da parte di tutti i cittadini verso i beni comuni trae origine dal fatto che negli ultimi decenni si è proceduto alla svendita quasi totale dei beni del Popolo, mediante: le micidiali “privatizzazioni” (si trasforma il soggetto pubblico proprietario in una SPA di diritto privato e , “occultamente”, diremmo, si trasferisce la ricchezza di tutti a pochi soggetti non si sa come prescelti), le “delocalizzazioni”, con i conseguenti licenziamenti del personale (la disoccupazione ha raggiunto livelli impressionanti) e le “svendite”, un vero e proprio accaparramento (legalmente riconosciuto) da parte dei governanti di beni di tutti ceduti a prezzo vile a singoli privati. Di qui la nascita, nell’immaginario collettivo di una tendenza a richiedere sempre più spazi liberi per la fruizione di tutti, una tensione, diremmo, a ricostituire il “patrimonio pubblico” del Popolo, dannosamente svenduto.

Queste aspettative sono completamente disattese dallo schema di disegno di legge sui beni comuni, che si vorrebbe trasformare in una legge di iniziativa popolare. Tale disegno, infatti, lungi dal voler perseguire un ampliamento della tutela dell’interesse pubblico per la fruizione dei beni comuni, persegue il fine opposto di “privatizzare” e “svendere” i beni che sono in proprietà pubblica del Popolo, e, in genere, i beni di “interesse pubblico”.

Questa finalità è espressa a chiare lettere nella relazione di accompagnamento alla presentazione al Senato di questo disegno, avvenuto il 24 febbraio 2010 (Atto Senato n. 2031), nel quale si legge: “La Commissione sui beni pubblici, presieduta da Stefano Rodotà, è stata istituita presso il Ministero della giustizia, con decreto del Ministro, il 21 giugno 2007, al fine di elaborare uno schema di legge delega per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici. Una simile iniziativa era stata proposta già nel 2003 da un gruppo di studiosi presso il Ministero dell’economia e delle finanze. L’idea era nata in seguito al lavoro che era stato avviato in quella sede per la costruzione di un “conto patrimoniale” delle amministrazioni pubbliche basato sui criteri della “contabilità internazionale”. Nello svolgimento di tale compito, e alla luce dei primi processi di valorizzazione e “privatizzazione” di alcuni gruppi di cespiti pubblici (immobili e crediti), era emersa la necessità di poter contare su un contesto giuridico dei beni che fosse al passo con i tempi e in grado di definire criteri generali e direttive sulla gestione e sulla eventuale “dismissione” dei beni in eccesso delle funzioni pubbliche, e soprattutto sulla possibilità che tali “dismissioni” (ed eventuali operazioni di “vendita e riaffitto” dei beni) fossero realizzate nell’interesse generale della collettività facendo salvo un orizzonte di medio e di lungo periodo”. Basta pensare che il fine del disegno è quello della ”costruzione di un conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche basato sui criteri della contabilità internazionale”; che nel passo citato i concetti sono quelli della “privatizzazione” di alcuni gruppi di cespiti pubblici; che la parola “dismissioni” è usata due volte; e che si parla di “operazioni di vendita e riaffitto” (considerato che l’Amministrazione ha l’abitudine di vendere gli immobili pubblici, per poi riaffittarli a cifre stratosferiche), per rendersi conto quanto è errato il convincimento secondo il quale questo disegno di legge serve a realizzare la migliore fruizione dei “beni comuni” e quanto sia sbagliato ripresentare al Parlamento questo schema di legge, conferendogli la veste di una proposta di legge di iniziativa popolare.

Che si tratti di una finalità contabilistica e burocratica e non di sistemazione giuridica volta alla migliore gestione e fruizione dei “beni pubblici”, emerge poi dalle singole disposizioni, le quali appaiono in palese contrasto con quanto dispongono la nostra Costituzione e i principi generali del nostro ordinamento giuridico.

Un esame particolareggiato delle singole norme, al fine di dimostrarne la illegittimità e la incostituzionalità, non è possibile, poiché sono tali e tante le contraddizioni e gli errori, da renderne estremamente delicata e farraginosa la loro confutazione. Ci limiteremo, pertanto a segnalare soltanto alcuni errori macroscopici, i quali sottendono l’intero tessuto normativo, e rendono chiaro, di primo acchito, che si tratta di un testo che non ha nulla a che vedere con la tutela e la corretta gestione dei “beni comuni”.

Il primo, fondamentale errore è quello di considerare lo Stato come una “Persona giuridica pubblica” e non come una “Comunità politica”, e cioè una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, nella quale la “sovranità” spetta al Popolo. Ne consegue che la ostentata “abolizione” del “Demanio pubblico” venga presentata nel testo come la soppressione di un organo della Pubblica Amministrazione e non di un organo dello Stato comunità, oscurando nella mente del lettore l’idea che si tratta di beni appartenenti al Popolo sovrano, per la cui “privatizzazione” e “svendita” si vogliono porre i presupposti giuridici necessari per attuare procedimenti contabili più agevoli e più semplici.

Un secondo errore è da ravvisare nella mancata citazione dell’art. 42, primo comma, della Costituzione, il quale afferma che “La proprietà è pubblica e privata”, sottintendendosi, come rilevò subito il Giannini, che “proprietà pubblica” significa “proprietà collettiva demaniale”, una proprietà” cioè che appartiene al Popolo a titolo di sovranità. L’errore è foriero di molti altri errori, che sarebbe troppo lungo enumerare. Ci limitiamo pertanto all’esempio, che ci sembra più agevolmente comprensibile, della promozione di un ricorso giurisdizionale. A questo proposito si legge nel testo che “all’esercizio (dell’azione di risarcimento) dei danni arrecati al bene comune è legittimato in via esclusiva lo Stato”, aggiungendo che, per quanto riguarda i beni cosiddetti di “appartenenza pubblica necessaria”, possono agire con “l’azione inibitoria e con l’azione di risarcimento del danno soltanto lo Stato e le (altre) persone giuridiche pubbliche”. Il fatto è estremamente grave: tutto quello che sinora si è detto sull’intervento spontaneo dei cittadini a proposito della tutela, anche giurisdizionale, dei “beni comuni”, in questo schema di disegno di legge, svanisce inesorabilmente.

Il terzo errore che vogliamo ricordare (ma tanti se ne possono ancora rintracciare) è quello di aver tolto ogni forma di “partecipazione” popolare alla “gestione” dei beni comuni. Su questo punto molto si è scritto. E il premio Nobel conferito alla Ostrom riguardava proprio questa materia: la gestione dei beni comuni da parte delle collettività. Ma su questo importante tema, il disegno di legge tace.

Ci sarebbe, come è ovvio, ancora molto da dire, ma quanto scritto sinora porta ad una inconfutabile conclusione: tolto di mezzo il “Popolo sovrano” e la “proprietà collettiva demaniale”, nonché la “partecipazione” dei cittadini alla gestione dei beni comuni, il legislatore diventa pienamente libero di stabilire (prescindendo dal tema dell’appartenenza al Popolo) il regime giuridico dei beni comuni e dei beni pubblici necessari, riservati alla Collettività. L’obiettivo che si voleva raggiungere, è stato raggiunto: infatti, tutto diviene più facilmente perseguibile da parte dei burocrati che intendono costruire una “contabilità pubblica”, di carattere internazionale, e cioè un tipo di contabilità che facilita le “privatizzazioni” e le “svendite” tanto care alla ideologia neoliberista.

Certamente non è questo il disegno di legge di cui ha bisogno il Popolo italiano. Infatti, è fin troppo evidente che “quanto più si privatizza”, “tanto più si sottraggono spazi ai beni comuni”.

D’altro canto, il fallimento del neoliberismo, al quale il disegno della Commissione Rodotà è ispirato, è sotto gli occhi di tutti. Gli eventi hanno inconfutabilmente dimostrato che l’affermazione secondo la quale la ricchezza deve essere nelle mani di pochi, che occorre una “forte competitività” e che lo Stato, cioè il Popolo complessivamente considerato, non deve entrare nell’economia, ha infatti creato un “sistema economico predatorio”, il quale, usando i “meccanismi” della “privatizzazione”, della “delocalizzazione” e delle “svendite” (obliterando completamente il tema delle “nazionalizzazione” di industrie strategiche) ha prodotto effetti “devastanti” per la nostra economia e ha reso l’Italia molto poco influente sul piano mondiale ed europeo. Ed è da sottolineare inoltre che ciò è avvenuto proprio perché non si è tenuto conto delle norme imperative che la Costituzione (art. 42) detta a proposito del concetto di “proprietà pubblica e privata e, a partire dall’assassinio di Aldo Moro in poi, i governi hanno fatto a gara nell’emettere leggi incostituzionali alla cui base c’è la nozione borghese, e ora neoliberista, della proprietà privata”, una nozione (in pieno contrasto con la Costituzione) che esalta il potere del privato, considerando recessivo l’interesse pubblico e favorendo quel “meccanismo” di svendite e privatizzazioni cui poco sopra si è fatto riferimento. Appare allora evidente che, se davvero si vuole dare spazio alla diffusione dei beni comuni, occorre innanzitutto fare il contrario di quanto fa lo schema di legge in questione: occorre subordinare l’interesse del privato all’interesse della Collettività, esattamente come detta la Costituzione, la quale (è necessario ricordarlo) fu emanata quando ancora non era nata l’idea balorda del neoliberismo ed era diffuso tra gli economisti l’idea, di stampo keynesiano, secondo la quale il sistema economico diventa effettivamente “produttivo” se si distribuisce la ricchezza alla base della piramide sociale e se lo Stato, e cioè il Popolo, interviene come “protagonista dell’economia”.

Considerato che dottrina e giurisprudenza sono state abbagliate dall’erronea ideologia neoliberista, senza tener in nessun conto il concetto di “proprietà privata” derivante da una lettura del codice civile eseguita alla luce delle norme costituzionali, si impone che sia trasformata in legge una “interpretazione costituzionalmente orientata” di alcune disposizioni che il codice civile detta in materia di proprietà. Così facendo, rimettendo cioè sotto le norme costituzionali queste poche norme dettate dal codice civile, sarà impossibile procedere a operazioni di “privatizzazioni”, di “delocalizzazioni” e di “svendite”, che hanno drasticamente impoverito il “patrimonio pubblico” italiano, rendendo assai difficile la diffusione e la fruizione del “beni comuni”.

Per essere il più possibile concreti, proporremmo il seguente schema di disegno di legge, da opporre a quello scritto dalla Commissione Rodotà.

Articolo 1.

L’art. 832 del codice civile è sostituito dal seguente:

“Il proprietario ha il diritto di godere della cosa, assicurandone la funzione sociale. La mancata osservanza di questo obbligo estingue il diritto di proprietà e comporta l’acquisizione della cosa, da parte del Comune in cui la cosa si trova, per destinarla a fini sociali.

Il proprietario ha diritto di disporre del bene in modo da non contrastare l’utilità sociale, o recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. In caso di inadempimento di tale obbligo, l’atto di disposizione è nullo e il proprietario è tenuto al risarcimento del danno”.

Articolo 2.

“Il secondo comma dell’articolo 826 del codice civile è soppresso. Le materie in esso elencate rientrano nell’articolo 822 c . c . , relativo al Demanio dello Stato”.

Articolo 3.

Il secondo comma dell’articolo 948 del codice civile è sostituito dal seguente.

“L’azione di rivendicazione non si prescrive, salvi gli effetti dell’acquisto della proprietà da parte di altri per usucapione, e salvi gli effetti del mancato svolgimento, nei termini previsti dai regolamenti comunali, delle attività necessarie per assicurare il perseguimento della funzione sociale del bene”.

Si tratta, come agevolmente si nota, di una “svolta” necessaria e urgente, pena la perdita dell’intero territorio e, quindi, la vanificazione della stessa idea di “beni comuni”.

Per chi desidera approfondire la questione, proponiamo anche questo articolo sulla RICOSTRUZIONE DEL PATRIMONIO DEL POPOLO. LA PROPRIETA’ PUBBLICA.

Una Comunità politica, cioè uno Stato, ha bisogno di un patrimonio pubblico (cioè di un patrimonio in proprietà collettiva del Popolo unitariamente considerato) destinato a soddisfare interessi pubblici e non altro, e di singoli patrimoni privati, con una sola inderogabile regola: il patrimonio privato di un singolo non può superare il patrimonio pubblico dell’intero Popolo. Lo chiarì molto bene Roosevelt in un discorso al congresso del 1938, nel quale affermò: “Una democrazia non è salda se consente a uno dei suoi membri di avere un patrimonio maggiore di quello dello stesso Stato democratico”.

Il dramma economico odierno è dovuto al fatto che, essendo stato consentito, con leggi incostituzionali, di “creare il danaro dal nulla” (cartolarizzazioni, derivati, ecc.), ed essendosi lasciata libera da ogni vincolo la “speculazione finanziaria”, i patrimoni dei privati (in gran parte speculatori finanziari) superano (secondo una rilevazione del 2010) di venti volte il PIL di tutti gli Stati del mondo. Da ciò deriva che il cosiddetto “mercato globale” si impone alla politica e detta ai politici le regole da trasformare in leggi. Come suole dirsi, l’economia prevale sul diritto.

Dietro questo fenomeno c’è un chiaro pensiero economico, il “pensiero neoliberista”, secondo il quale la ricchezza deve essere nelle mani di pochi, questi pochi devono agire nella massima concorrenza, gli Stati, e cioè i Popoli nel loro complesso, non devono intervenire nell’economia. Di conseguenza, i pochi ricchi, possedendo prevalentemente una ricchezza fittizia che, per legge, vale come danaro contante, non hanno difficoltà a trasformare la loro ricchezza in beni reali, comprando a prezzi stracciati (anziché investire in attività produttive e occupazionali) i beni reali già esistenti. Di conseguenza, per quanto ci riguarda, l’intero territorio dello Stato italiano con tutto ciò che contiene, è finito, in gran parte, nelle mani di pochi soggetti (in prevalenza stranieri), lasciando il Popolo senza mezzi di sussistenza. I governi che si sono succeduti dall’assassinio di Aldo Moro in poi, anziché contrastare questa illegittima azione di appropriazione indebita della ricchezza di tutti, hanno seguito anch’essi la tesi neoliberista e, improvvidamente, hanno ritenuto di favorire gli acquisti privati di beni pubblici (cioè appartenenti a tutti) attraverso lo strumento micidiale delle “privatizzazioni”, delle quali si parlerà in seguito. Si è arrivati al punto di rendere “privati” i “demani pubblici”, in modo che al Popolo non restasse nulla e tutto cadesse in mano privata.

Nasce, a questo punto, l’economia del debito. Gli Stati economicamente più forti vendono “a debito” le loro merci agli Stati economicamente più deboli (vedi l’Argentina) fino a costringerli al fallimento. Nel nostro caso, poi, la cosa è aggravata dal fatto che abbiamo ceduto all’Europa la nostra “sovranità monetaria”, per cui abbiamo perso il potere di stampare moneta e prendiamo a prestito l’euro che è proprietà della BCE, e abbiamo l’obbligo di contenere il debito pubblico nei limiti di volta in volta stabiliti dalla Commissione Europea. Per di più siamo stati oggetto di mirate “speculazioni finanziarie”, che hanno alzato gli interessi sui nostri titoli del debito pubblico, aggravando enormemente il nostro debito complessivo.

E’ evidente, a questo punto, che la nostra salvezza sta nel tornare al “sistema economico produttivo” di stampo keynesiano, secondo il quale la ricchezza va distribuita alla base della piramide sociale (poiché sono i lavoratori che vanno ai negozi, sono i negozi che chiedono merci alle imprese e sono le imprese che assumono lavoratori e producono beni reali), mentre lo Stato deve intervenire da “protagonista” nell’economia, in modo da dare impulso agli investimenti che non producano merci da collocare sul mercato (non essendoci, in tempo di crisi, una vera e propria “domanda” di beni), ma soddisfino interessi pubblici (quale, ad esempio, il ristabilimento dell’equilibrio idrogeologico dell’Italia), distribuendo ricchezza tra i lavoratori, i quali soltanto sono in grado di far crescere la “domanda” e dar luogo a quel processo virtuoso, al quale abbiamo testé accennato, che porta alla produzione di beni e alla piena occupazione, quel processo, chiamato “il moltiplicatore del reddito”, sostenuto dal Keynes.

Lo sforzo da compiere, dunque, è quello di tornare al “sistema economico produttivo di stampo keynesiano”. Tutto questo è certamente possibile, ma occorre compiere dei passi ben calibrati, considerato che, improvvidamente, abbiamo svenduto il “patrimonio pubblico” e abbiamo, con molta poca lungimiranza, accettato di far parte della “moneta unica”, perdendo la nostra “sovranità monetaria”, il cui esercizio è davvero risolutivo per la questione che trattiamo.

Ma andiamo con ordine. Propedeutico a qualsiasi discorso è, a nostro avviso, ridefinire il concetto di “proprietà privata” quale risulta dall’art. 832 del codice civile (secondo il quale “il proprietario (privato) ha il diritto di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo”), in modo conforme agli articoli 41 e 42 della Costituzione, considerato che siamo stati spogliati della nostra ricchezza nazionale in virtù di quella nozione civilistica tutt’altro che conforme al dettato costituzionale. In sostanza, si è continuato a leggere il codice civile come se la Costituzione non fosse intervenuta sull’argomento, addirittura con norme precettive, e come se l’azione del proprietario privato non potesse avere effetti negativi per l’intera Collettività. Questo modo di pensare, ovviamente, è proprio dell’ideologia borghese e, ora, neoliberista, e, probabilmente nel 1942 (quando fu emanato il codice) era difficile pensare che (a parte la questione dei latifondi) nella generalità dei casi la “circolazione della proprietà privata” non avesse la forza di influenzare negativamente l’interesse generale. Ma ora, con la globalizzazione dell’economia e della finanza, la situazione è di certo completamente cambiata. Di fronte a patrimoni privati che superano quelli degli Stati democratici e che, come si diceva , hanno una tale potenza da influenzare la politica e il diritto, il problema che trattiamo non può porsi senza tener presente l’effetto che l’accumulo della proprietà privata ha sull’intera economia nazionale. Provvide appaiono, quindi, le disposizioni dei citati articoli 41 e 42 della Costituzione, i quali pongono come limiti insuperabili, rispettivamente, quello “dell’utilità sociale” e quello “della funzione sociale” della proprietà. E’, dunque, importante ricordare che l’art. 41 Cost., dopo aver sancito che “L’iniziativa economica privata è libera”, si affretta a precisare che essa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”, mentre l’art. 42 Cost., non solo afferma nettamente (al primo comma, primo alinea) che la “proprietà è pubblica o privata”, ma precisa altresì che quest’ultima (secondo comma), in tanto è “riconosciuta e garantita dalla legge”, in quanto “assicura la funzione sociale”, assicura cioè la tutela degli interessi pubblici che pure gravano sulla cosa in appartenenza individuale. Con l’ovvia conseguenza che se il proprietario non persegue la “funzione sociale” della cosa che gli appartiene, egli perde ogni diritto su di essa, la quale torna là da dove era venuta (così insegna la storia), e cioè nella “proprietà pubblica”, che il Giannini, nel secolo scorso, definiva “proprietà collettiva demaniale”, a titolo di sovranità. E’ il caso, sempre più frequente dei cosiddetti “beni immobili abbandonati”.

In sostanza, si tratta di affermare una summa divisio tra i beni che sono idonei a soddisfare (per qualità e quantità) i bisogni strettamente individuali e familiari, e quei beni che offrono utilità consistentemente maggiori, come una industria, un grande immobile, oppure quei beni naturali che da sempre sono stati definiti pubblici, come il mare, l’acqua corrente, l’aria, i lidi del mare e così via dicendo. Insomma, quello che è importante porre in rilievo è che la Costituzione protegge, prima dell’interesse privato, l’interesse pubblico che la collettività ha nei confronti di quei beni che offrono utilità di grande rilievo, o classificandoli come “beni pubblici”, o obbligando il proprietario privato (beninteso relativamente ai beni economici e cioè commerciabili che egli possiede) ad assicurare l’attuazione della “funzione sociale” della cosa di cui dispone.

A questo punto, come è ovvio, non si può più prescindere da una “interpretazione costituzionalmente orientata” del diritto di “proprietà privata” (opportuna sarebbe una legge di interpretazione autentica dell’art. 832 del codice civile), tenendo presente che, essendo cambiato l’ordinamento giuridico con l’avvento della Costituzione, si pone ora la necessità di interpretare la “proprietà privata” a nuovo ordinamento costituzionale, il quale pone al centro dell’ordinamento stesso il valore della “persona umana” e il “progresso spirituale e materiale della società” (art. 3 e 4 Cost.).

E’ per questo che, nel rispetto assoluto delle altrui opinioni, ci sentiamo di proporre la seguente “interpretazione costituzionalmente orientata” dell’art. 832 del codice civile: “La proprietà privata consiste nel diritto di godere della cosa, assicurandone la funzione sociale, e di disporre della cosa stessa, in modo da non contrastare l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà, la dignità umana”.

E’ evidente che alla stregua di questa definizione sarebbe finalmente e realmente difesa la “il patrimonio pubblico”, restando alla teoria dei beni comuni, della quale tanto si parla, senza che si riesca ad arrivare a una definizione logicamente afferrabile, soltanto la soluzione dei problemi relativi alla migliore “gestione” dei beni che soddisfano interessi pubblici.

Precisato il concetto di “proprietà privata” nei termini sopra descritti, è possibile fare un altro passo verso la ricostituzione del sistema economico produttivo di stampo keynesiano. Innanzitutto, è da sottolineare la piena contrarietà alla Costituzione delle cosiddette, micidiali, “privatizzazioni”, l’operazione cioè che “trasforma” gli “Enti pubblici” che gestiscono “interessi pubblici” in “società per azioni. Far questo è assolutamente illogico. E significa, in sostanza, trasformare, con un espediente giuridico, un “bene pubblico” in un “bene privato”, mutandone altresì la “funzione sociale”. Il che fa pensare a una “mascherata truffa” ai danni del Popolo Italiano, fatto che è evidentemente vietato, quanto meno, dall’art. 42 della Costituzione. Deve poi osservarsi che chiunque, anche una società straniera, può scalare la SPA e diventare proprietario della società stessa, il cui rendimento economico può essere sottratto all’economia italiana e portato altrove. Ed è da rimarcare, poi, che è ovviamente assurdo ritenere che un soggetto che agisce nell’individuale interesse di una società privata, in virtù di un contratto (peraltro da ritenere nullo per mancanza di oggetto e perché in contrasto con le norme imperative della Costituzione (art. 1418 C.C.), possa invece conseguire un interesse pubblico. E l’esperienza dimostra ampiamente (si pensi al crollo del ponte di Genova), quanto ciò corrisponda a verità.

Altrettanto deve dirsi delle rovinose “delocalizzazioni” di imprese fuori dei confini nazionali. Delocalizzare” significa innanzitutto “licenziare gli operai” e aumentare la disoccupazione. E ciò è apertamente in contrasto con la “funzione sociale” della proprietà, di cui all’art. 42 Cost. Significa inoltre arrecare un danno rilevantissimo agli interessi economici nazionali, poiché una “fonte di ricchezza”, qual è l’impresa, viene tolta all’economia italiana e viene a far parte di una economia straniera. Se le “privatizzazioni” colpiscono il “patrimonio pubblico” italiano in modo mascherato, le “delocalizzazioni” lo colpiscono in modo diretto e chiaramente visibile.

Quanto alle “svendite” di immobili pubblici e di demani, c’è poco da aggiungere: è la forma più sfacciata di alienazione della “proprietà pubblica” del Popolo italiano, e cioè di “fonti di produzione di ricchezza nazionale”. E a tutto ciò sono da aggiungere i “danni” e la conseguente “perdita di ricchezza” causati dalla devastazione sistematica del nostro “territorio” mediante costruzioni abusive o inutili, come certamente lo sono le cosiddette “grandi opere”, come la TAV o la TAP, il cui effetto è solo la distruzione dell’ambiente, il cui valore, come tutti sanno, è economicamente inestimabile.

Di fronte al rovinoso quadro fin qui descritto, appare indispensabile, non solo abbandonare questa insensata politica di svendita del patrimonio nazionale, in atto ormai di decenni, ma si dovrebbe fare il contrario: e cioè “nazionalizzare”, nei limiti del possibile, quanto si è perso e quanto è in pericolo di perdita per l’economia italiana.

E si tenga presente che una indicazione molto precisa in proposito ci viene data dall’art. 43 della Costituzione, secondo il quale dovrebbero appartenere “allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazione di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

A questo riguardo sarebbe molto opportuno ripescare l’idea della Golden Share, individuata dai governo Monti e tradottasi del decreto legge 15 marzo 2012, n. 21, convertito nella legge 11 maggio 2012, n.56, (invero mai tradottasi in una sua reale applicazione, anche a causa della sua abnorme complessità), in base alla quale vennero conferiti “poteri speciali” al Governo per controllare che le società per azioni derivanti dalla “privatizzazione” di Enti pubblici economici rispondessero anche a esigenze di interesse pubblico. Tale idea, tuttavia, andrebbe rovesciata rispetto a quanto voleva il governo Monti e questa “regola d’oro” dovrebbe servire al Governo, non solo per controllare le SPA derivanti dalle privatizzazioni di Enti pubblici (che ancora non possono essere ritrasformate in Enti o Aziende pubblici), ma per evitare che in Italia si continui, nell’illusione di pareggiare i bilanci, a “privatizzare”, “delocalizzare” e “svendere”, in pieno contrasto, come si è visto, con i principi e le norme costituzionali, il “patrimonio pubblico italiano“.

E’ da osservare, a questo punto, che un limite forte alle “nazionalizzazioni” è dato dall’enorme debito pubblico che ci è stato messo sulle spalle dal mercato globale, dopo che il Ministro Andreatta (anticipando in ciò gli effetti della moneta unica e facendoci perdere in anticipo la “sovranità monetaria”), con una lettera del 12 febbraio 1981, sollevò la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare i buoni del tesoro rimasti invenduti (ovviamente sostituendoli con moneta stampata). Da allora ci siamo dovuti rivolgere al mercato globale e questo ha fatto lievitare i tassi di interesse fino al 25 per cento, aggravando notevolmente il nostro debito.

Tuttavia, la questione del “debito”, a ben vedere, non è senza via d’uscita. Quello che conta, infatti è il rapporto tra debito e PIL, e se si riesce ad avere uno “sviluppo” del PIL che superi il debito, resteranno ovviamente gli interessi passivi da pagare, ma non sarà in gioco l’equilibrio contabile generale del nostro bilancio. C’è poi chi ha sostenuto (Paolo Ferrero, nel suo libro “La truffa del debito”) che oltre la metà del nostro debito pubblico è costituito da “interessi passivi” derivanti da speculazioni, le quali, lo si tenga presente, non sono un valido titolo giuridico per vantare dei crediti sul piano giuridico. Si potrebbe ancora aggiungere che il nostro debito, essendosi verificato un cambio del “sistema economico”, il quale da “produttivo” si è trasformato in un “sistema predatorio”, è diventato un debito “ingiusto, detestabile o odioso”, (come affermano alcuni Autori) e, quindi, non più rimborsabile, poiché è venuta meno la stessa possibilità materiale di farlo, si è realizzata, in altri termini, una “prestazione impossibile”, come recita l’art. 1218 del nostro codice civile. Comunque, quello che certamente si può e si deve fare è una “revisione” del debito, poiché è assolutamente incontestabile che nessun Paese può essere tenuto a pagare i debiti derivanti da speculazioni finanziarie, che sono atti di “guerra economica” e non possono costituire titolo giuridico valido, come poco sopra si diceva, per vantare diritti di credito. Si tratta, è vero, di una operazione molto difficile, che richiede intelligenza e grande professionalità, ma che non può non essere tentata, proprio per evitare che l’Italia sia sottoposta dall’Europa a una procedura per debito eccessivo.

Un ostacolo ben maggiore per la ricostituzione del “patrimonio pubblico” italiano è costituito, tuttavia, dalla nostra appartenenza all’area dell’euro. Infatti, proprio a causa dell’appartenenza alla “moneta unica” siamo stati sottoposti a un regime di austerità, che ci ha impedito un vero e proprio “sviluppo economico”, cancellando addirittura la nostra “politica economica”, che si è trasformata nella ricerca spasmodica dei mezzi finanziari necessari a rispettare l’obbligo di “pareggio del bilancio”, introdotto in Costituzione dal governo Monti in ossequio alle detestabili idee neoliberiste. Con questa insensata politica ci siamo posti, come suol dirsi, con la testa sotto la tagliola e ora liberarcene è estremamente difficile. Infatti, è facile prevedere che una uscita dall’euro comporterebbe la immediata reazione dei mercati, i quali porterebbero lo spread alle stelle e vanificherebbero tutti i nostri sforzi.

Per ora, i rimedi sono soltanto quelli sopra enunciati: ricostituzione, per quanto possibile, del “patrimonio pubblico” italiano, attraverso il “blocco” delle “privatizzazioni”, delle “delocalizzazioni” e delle “svendite”, l’attuazione più ampia possibile delle “nazionalizzazioni”, degli “investimenti pubblici” idonei ad alimentare la domanda di beni e, quindi, a favorire l’occupazione, e infine la “revisione” del debito nei sensi sopra illustrati. Il tutto non apparendo ancora possibile poter riconquistare la nostra “sovranità monetaria”, e cioè il vero strumento capace di risolvere alla radice i nostri problemi economici.

Tuttavia una nuova speranza si è accesa nei nostri animi. La gente si sta rendendo conto che l’attuale politica europea ci sta portando alla miseria e alla morte (importante quanto sta avvenendo in Francia contro la politica di Macron) e, intanto, le elezioni del Parlamento europeo sono vicine. Se in Italia si riuscisse a sensibilizzare il Popolo sulla impellente necessità di seguire una linea politica come quella sopra indicata, una linea cioè rispettosa degli impegni che finora abbiamo preso con l’Unione Europea, e si cominciasse a ritenere che, per quanto riguarda l’Europa, la scelta non si pone, come finora hanno fatto ritenere i mass media, tra chi vuole confermare questa Europa (i cosiddetti conservatori alla Macron) e chi è decisamente contrario all’Unione Europea (i cosiddetti “sovranisti” o “populisti”), ma che c’è una terza via da seguire, e cioè quella di costruire una Europa davvero “federale”, che tratti tutti gli Stati membri “in condizioni di parità” (come afferma l’art. 11 della nostra Costituzione repubblicana), si potrebbe davvero cominciare a sperare di portare nel Parlamento Europeo delle persone che, operando dall’interno, riescano, un po’ per volta, a far breccia sugli altri parlamentari e a far loro capire che l’idea del “neoliberismo” (visti i disastri che ha prodotto) deve dirsi finalmente superata, mentre al suo posto deve avere sempre maggior forza una idea che, partendo dagli schemi keynesiani, metta al centro dell’attenzione l’uomo e l’ambiente, prospettando un modo di vivere non più concorrenziale e consumista, ma legato ai valori che “madre Terra” esprime e richiede. Qualcuno (Latouche) ha parlato di “decrescita”, e presto questa frase è stata contestata dal neoliberismo imperante, ma, se davvero si vuole, come vogliono i Trattati Europei, la giustizia e la pace, effettivamente non c’è altra via che quella di viaggiare verso una meta di valore egualitario, una meta cioè che ponga come principio fondamentale l’eguaglianza, distribuendo a tutti il necessario per vivere e ponendo l’accento del rapporto tra uomo e ambiente come “un rapporto tra la parte e il tutto”, essendo unica per tutti gli esseri viventi, piante comprese, la vita che ci circonda.

L’invio dei documenti sopra pubblicati è stato approvato dal Consiglio direttivo dell’Associazione Attuare la Costituzione, nella seduta del 4 gennaio 2019.

 

Un commento

  1. Molti, forse troppi, i temi trattati, talvolta genarando confusione tra gl obiettivi. Sono noti da tempo, inoltre, i dubbi degli economisti sul concetto stesso di “commons“ e sulla loro gestione, soprattutto in considerazione dell’estensione dei benefici

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