di Giuliano Serioli, Rete Ambiente Parma.

L’immagine riporta un tipico taglio raso effettuato nel nostro Appennino.
Come si può facilmente notare, è stato fatto su un versante che supera il 100% di acclività.

Un taglio sconsigliato perché denuda un versante ripido, soggetto a forte corrivazione in caso di piogge intense e quindi soggetto ad asportazione del suolo e denudamento del substrato roccioso. Lì il bosco ha smesso la sua funzione di spugna rispetto all’acqua piovana che scorrerà ancora più velocemente a valle. Se il suolo viene in gran parte asportato dalle piogge è impossibile che il bosco ricresca come prima. Sarà più rado e stentato.
La realtà dei tagli dissennati e dell’asportazione di soprasuolo boschivo è una amara realtà di tutti i bacini imbriferi della nostra provincia. La Regione nega che, dal punto di vista quantitativo, questo sia un problema, affermando che rispetto ai due milioni di metri cubi di accrescimento annuo dei boschi il mezzo milione di metri cubi prelevato coi tagli sia poca cosa.

Anzi, si deve prelevare di più. Ma considera che non tutto è ceduo? Che l’acclività e la difficoltà di arrivare a strade in molte zone rende impossibili i tagli? Che quindi questi avvengono quasi sempre nelle zone boschive più accessibili e più vicine alle strade rotabili?
Che quindi si corre il rischio di denudare in modo massiccio una fascia boschiva ristretta?
La Regione dice che è “necessario attribuire un valore economico ai servizi ecosistemici prodotti dal patrimonio forestale a favore della intera società, a cominciare dalla sua capacità di regolazione del deflusso idrico in funzione dell’immagazzinamento della risorsa per scopi idropotabili, della tenuta dei versanti, ma soprattutto dalla sua funzione di assorbimento della CO2”.

Quello cui assistiamo, invece, è la sempre maggior monetizzazione della legna da ardere e dei suoi derivati, pellet e cippato. Il bosco vede una sola valorizzazzione, quella del mercato della legna da ardere. Con tutte le conseguenze che la combustione della biomassa comporta, non solo per l’incremento della CO2 in atmosfera, ma soprattutto per l’inquinamento da polveri altamente tossiche e cangerogene.
La recente iniziativa della Regione di concedere 420 mila euro a fondo perduto per diradare le pinete della nostra Provincia serve solo ad approvvigionare di cippato le centrali a legna di montagna, che visto che il prezzo della legna da ardere è più del doppio di quello del cippato, sono in seria difficoltà.
Altra spugna che se ne va per esigenze di bottega.

Il problema, col cambiamento climatico in atto e coi 200 mm di pioggia in poche ore dell’ultima alluvione del Baganza, è proprio la montagna che con i suoi boschi smette di trattenere l’acqua.
La cassa di espansione potrebbe servire a contenere gli effetti ma non sana le cause, che sono appunto il calo della capacità di assorbimento dei nostri boschi.
Regione, AIPO ed altre istituzioni pensano che per mettere in sicurezza il territorio la soluzione sia ingegneristica, appunto costruire una cassa d’espansione.

Un buco di 600 metri x 1000 e profondo 15 che trattenga la piena quando arriverà.
Ammesso che sia la soluzione, e non lo crediamo, il problema è a monte, lungo l’alveo del torrente, nella cementificazione, nei boschi tagliati, nei versanti denudati. Il problema è che senza una difesa attiva del territorio la cassa da sola non sarà sufficiente.

E veniamo al dunque della cassa d’espansione.
Basterebbe un progetto di difesa attiva per preservare dalle piene il territorio.
Ad esempio rialzare gli argini a valle di Sala Baganza con sfioratoi in grado di riversare l’acqua in eccesso nella campagna attorno.
Questo previo accordo coi contadini della zona, remunerandoli dei danni alle colture.
Niente scavo e cemento, che abbasserebbe ulteriormente la falda acquifera che provoca mancanza d’acqua nell’alta pianura.

Ma coinvolgimento dei contadini e delle piccole aziende edili della zona agli argini e ad eventuali laghetti in cui contenere l’acqua in eccesso delle piene primaverili.

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