Brevi riflessioni di Paolo Moscogiuri (Architetto e autore di “La città fragile”, ed. ilmiolibro) su auto private e mobilità pubblica, sostenibilità e occupazione dello spazio urbano…

In questi giorni si dibatte molto sul tema dell’inquinamento globale, grazie anche a una precoce adolescente svedese. Ma lei la voglio lasciare da parte, per il momento, e non la nomino nemmeno, perché non ho ancora deciso quanto sia giusto sovraccaricare un bambino o un adolescente di problematiche che sì, riguardano soprattutto il loro futuro, ma fin’ora questo compito è stato dell’adulto, che ha come sua missione quello di proteggere le nuove generazioni. È pur vero però, che gli adulti stanno dimostrando più egoismo che altruismo. Lascio pertanto al tempo il compito di giudicare meglio, e riprendo il discorso dell’inquinamento da adulto e da tecnico.

Sui media, sto ascoltando e leggendo vari interventi sulle auto elettriche come panacea di ogni inquinamento e, dai pochi scettici, qualche dubbio sul corretto smaltimento delle batterie. Personalmente condivido la preoccupazione di quest’ultimi, ma credo che sia solo una parte di un problema ben più grande, e al contempo, la risoluzione più vicina di quello che si crede: basterebbe volerla, scrollandosi di dosso proprio quell’egoismo che contraddistingue noi adulti, e che costringe bambini e adolescenti a prendere il nostro posto.

Quali sono allora gli altri problemi oltre quello delle batterie? Provo ad illustrarli: facciamo un grande un atto di “fede”, immaginiamo che le batterie verrebbero tutte riciclate o smaltite correttamente, dobbiamo però pensare che queste devono essere anche prodotte, con depredamento dei paesi in possesso dei minerali necessari, e ragioniamo anche sul fatto che se tutte le auto oggi in circolazione dovessero essere sostituite con quelle elettriche, sarebbe anche necessario costruire decine se non centinaia di centrali in più alle attuali, per fare fronte alla grande e continua richiesta di energia, e magari si tornerebbe a parlare di quelle nucleari.

Nulla si crea e nulla si distrugge, diceva il buon “Lavoisier” già alla fine del 1700, e questo vuol dire che non si toglie l’inquinamento sostituendo una fonte di energia con un’altra, ma che semplicemente lo si sposta dall’auto alla centrale elettrica: da Roma a Civitavecchia, per fare un esempio di localizzazione, e con l’aggiunta della produzione e dello smaltimento di milioni di batterie. Ma siamo ancora a metà dei problemi da affrontare, perché con il dilagare del mezzo privato, è anche enormemente aumentato il problema dell’occupazione/privatizzazione dello spazio pubblico. Si pensi solo al fatto che oggi in Italia ci sono circa 40 milioni di auto (escludo altri mezzi per semplificare), e sapendo che lo spazio minimo di ingombro di un parcheggio è di circa 10 metri quadrati (4,50×2,30), abbiamo come sommatoria la spaventosa cifra di 400 chilometri quadrati di suolo occupato da auto per lo più ferme, cioè una città come Venezia. Infatti le auto sono parcheggiate per il 90 per cento del tempo, e solo per il restante 10 per cento stanno in movimento.

Chi vive nelle grandi città, crede che il problema dell’inquinamento riguardi essenzialmente la saluta fisica, ma quello delle auto dappertutto: lungo e sopra i marciapiedi, nei cortili, nelle piazze, attorno ai monumenti, ecc. ecc., riguarda anche quella psichica, e la dignità delle persone più fragili. Mi riferisco al fatto che le auto costituiscono la prima causa delle cosiddette “barriere architettoniche“, che non permettono a una persona con disabilità che si muove a piedi o in carrozzina, di essere autonoma e di godere degli stessi diritti di tutti, ma questo vale anche per bambini e anziani.

La risoluzione, allora, non può essere solo sulla tipologia del “carburante”, nel senso ampliato del termine, ma sull’uso dell’auto privata. Se vogliamo che il “Futuro” sia migliore del presente, è sul trasporto pubblico che bisogna puntare, e arrivare invece alla quasi abolizione di quello privato. Così come sta avvenendo a Copenaghen e altre città nel mondo. A loro volta i mezzi pubblici dovranno muoversi sì elettricamente, ma senza batterie, come fanno i filobus e i tram. Questo però (cosa strana) avveniva già fino agli anni Sessanta. Cos’è successo nell’intermezzo? Cos’è che ci ha fatto credere che il togliere i binari dalla città, l’avrebbe resa più “moderna”? E il progresso è dato solo da un oggetto o mezzo stilisticamente in linea con i tempi o dal fatto che il suo uso ci rende la vita migliore? Poi, è vero, dobbiamo anche metterci d’accordo su cos’è una vita migliore. E su questo ultimo punto il potere economico, ha sicuramente la meglio, perché non ci vuole molto a farci credere che una bella auto, un telefono nuovo, una TV di ultima generazione, un capo firmato, fanno la “differenza”.

Solo che li acquisteremo in cambio del nostro prezioso tempo-lavoro che la vita ci ha consegnato in quantità limitata.

Auguriamoci perciò un sano “Ritorno al Futuro”. Futuro che non dobbiamo più lasciare nelle mani delle multinazionali dell’auto, perché a loro poco importa se queste saranno mosse da un motore a benzina o elettrico, basta lasciagli il tempo di trasformare la produzione, e poi tanto meglio, perché ogni rinnovamento vuol dire anche un aumento di costi e guadagni. Vuol dire nuove opportunità di arrivare primi sulla concorrenza, e di conquistare altre di fette di mercato.

E l’inquinamento globale?

Bè, fin’ora lo abbiamo in parte “esportato”: ma “questa pacchia” (salvinianamente parlando) è davvero finita, e ci sta tornando indietro con gli interessi.

Tratto da: https://comune-info.net/2019/03/lossessione-delle-auto-elettriche/