La Renault del medico di Oradour sur Glane

di Antonella Tarpino.

Qualcuno è mai stato nel villaggio martire francese del Limousin, Oradour sur Glane, distrutto dai tedeschi nel 1944: 600 abitanti uccisi, bambini e donne nella chiesa data alle fiamme, due soli sopravvissuti?
Lì, tra le rovine del paese – conservate, per decisione dei pochi superstiti, con l’avallo di De Gaulle – in forma di rovina: tra quegli edifici anneriti, quasi sempre senza tetto, in mezzo a desuete macchine da cucire che sbucano oltre vuoti portoni, ho capito il senso del ricordare oggi. La scure che ha segnato, in un prima e in un dopo, il Novecento. Ho percepito, nel corso di quel viaggio, parlo dei primi anni Duemila, che solo la vista dei resti di un passeggino nella chiesa sventrata mi ha davvero fatto capire che cosa sia stata la guerra. Un’immagine “domestica”, nota a tutti, in un contesto però rovesciato, perturbante. Dove la stessa quotidianità, che noi diamo per scontata, finisce sotto assedio, e i bambini, la vita, parte di un gioco di morte. Camminando tra le macerie delle case in pietra e la ferraglia dell’automobile del dottore che fa mostra di sé all’ingresso del villaggio, mi ero convinta che sono proprio i luoghi del quotidiano, non più lo spazio pubblico che si è ritratto, né i testimoni in estinzione, i mediatori del ricordo per chi non ha ricordi. Le case, o i luoghi della socialità nei loro significati universali, sono gli unici tramiti che ci possono connettere al tempo trascorso, in un’era, la nostra, in cui ogni passato, anche quello più prossimo, evapora nel giro di un istante, nel battito di un clik. A Oradour era già in nuce il progetto Memoranda che sta prendendo forma in questi mesi e che si pone un problema rilevante: come ritrovare la memoria di quel Novecento che è insieme vicino e lontanissimo. O meglio come ritornare alle origini da cui è sorto il nostro mondo, in seguito all’esperienza feroce della guerra e della lotta di liberazione. Forse, mi rispondevo, ripartendo da quegli unici ordini dell’esistenza comuni ai vivi di oggi e alle vittime di ieri? Le forme dell’abitare, i luoghi, le case: del resto non abitano forse le immagini della memoria i recessi più profondi della mente? Abitano o, secondo un’espressione più aulica, “dimorano”…

Le case, o in senso lato i luoghi domestici, dunque, pensavo, rileggendo brani del Diario di Ada Gobetti, sono, i contenitori ideali per far parlare ad esempio la memoria dall’”interno”, rivelando in primis quei grumi di forte socialità, che diedero vita (pensavo inizialmente proprio a Torino) all’antifascismo. Casa Gobetti e poi per estensione casa Bobbio, la villa in collina di Barbara Allason dove si ritrovavano gli Antonicelli e gli Agosti, bar come il Caffè Rattazzi, redazioni come la prima Einaudi di via Arcivescovado con Leone Ginzburg e Giulio Einaudi. E poi di lì gli Agosti e i Venturi a casa Bianco a Valdieri, a casa Revelli a Cuneo, a casa Galimberti…..Per poi ricollegarsi alla Valle Belbo, e ai grandi luoghi fenogliani del comandante Nord detto Poli, Piero Balbo col cugino Adriano….

Sarebbe importante costruire una Rete – mi consultavo con amici, studiosi e parenti – Ma come? Utilizzando quale medium, tanto più pensando ai “fruitori” i giovani, gli studenti, quelli per i quali la memoria non ha nemmeno più canali di trasmissione culturale, familiare? Giusto utilizzare un linguaggio consono, predisponendo – ci siamo detti – installazioni telematiche capaci di far parlare le case, i luoghi (quando si può) con la voce di una pagina di diario, immagini, fotografie del tempo. Non certo un museo, tutto il contrario. Da quei luoghi “parlanti” ciò che mi immagino dovrà scaturire è il senso di una scelta, per così dire antropologica: un confronto tra chi, i giovani di allora, cresciuti sotto un regime autoritario e illiberale, che decisero di opporvisi, e i giovani di oggi che per recuperare la memoria dell’antifascismo e di quella scelta sono chiamati, ancor prima, a comprendere che cosa significasse, nella vita quotidiano, vivere in un regime autoritario. Che cosa vuol dire, per assonanze imperfette – le forme della storia non si ripetono – correre il rischio di rinunciare alla libertà senza essere del tutto consapevoli di che cosa significhi il suo contrario.

Non un museo, dunque, o un archivio in progress, ma un “laboratorio” esistenziale in cui riconoscersi almeno a tratti. La memoria può darsi – nell’età della post memoria, della cesura, della trasmissione impossibile – come forma di un riconoscimento che valga per le cose che devono contare, che riveli i pericoli delle trappole dell’indifferenza, del conformarsi, del like…. La memoria, mi piace dire, come scandalo che si rinnova, non tanto come agiografia di eroi e resistenti.

Queste sono le cose da ricordare, “memoranda” sunt, per noi stessi. E memoranda sono anche tutti quei testi, libri di storia, memorie, racconti, che permettono di reintrodurre l’humanitas nei luoghi della vita a costituire una mappa affettivamente attiva dell’arte di ricordare.

Tratto da: https://volerelaluna.it/cultura/2019/06/08/memoranda-un-laboratorio-per-ricordare/

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