di Michele Sacerdoti.

Avviata una iniziativa con cui si richiede un aiuto per la copertura delle elevate spese legali del ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia contro il Programma Integrato di Intervento MIND per l’area – di un milione di metri quadrati – dove si è svolta l’Expo nel 2015 al confine nord-ovest di Milano.

Il Programma, approvato dalla Giunta Comunale all’inizio del 2020, prevede un incredibile consumo di suolo, che prima dell’Expo era in gran parte agricolo (vedi foto al fondo), coprendone il 60% con edifici molto alti, fino a 250 metri di altezza nella parte a sud del Decumano, e destinando a verde solo il 20 % dell’area.

Non sono rispettati il vincolo a parco tematico del 56% dell’area previsto dall’Accordo di Programma approvato dal consiglio comunale nel 2011 insieme a una mozione che chiedeva un’area verde unitaria e il referendum del 2011 che chiedeva di destinare gran parte dell’area a parco agricolo-alimentare come eredità di Expo.

L’Accordo di Programma prevedeva inoltre di destinare il 60% della superficie totale a verde e il 65% a superficie permeabile, obiettivi violati dal P.I.I.

Al posto di un parco verde viene previsto un parco scientifico-tecnologico costituito dagli edifici dell’Ospedale Galeazzi, dello Human Technopole e della Università Statale di Milano con poche aree verdi.

Si costruirà un’area densissima con grattacieli molto alti destinata ad ospitare ogni giorno più di 60.000 persone tra impiegati, ricercatori, personale medico, docenti e studenti.

Il verde è limitato a quello strettissimo lungo il canale perimetrale, ai campi sportivi della Statale, all’area intorno alla Cascina Triulza, all’orto botanico, al verde lungo i viali e tra gli edifici.

Non vi è traccia del grande parco che doveva completare la cintura verde intorno a Milano e non viene dato un contributo al progetto ForestaMI di forestazione di Milano e della sua area metropolitana con 3 milioni di alberi piantati entro il 2030.

In caso di future epidemie come quella attuale del coronavirus il P.I.I. creerà un’area ad alto rischio, con la convivenza di un numero elevato di personale ospedaliero, impiegati, ricercatori e studenti in uno spazio ristretto che condividerebbero servizi e trasporti quotidiani affollati come il treno, la metro e la Circle Line, con difficoltà di raggiungerlo a piedi o in bicicletta data la lontananza dal resto della città. Al primo focolaio andrebbe completamente chiusa.

L’accoglimento del ricorso consentirà di riprogettare l’area dell’Expo diminuendo fortemente la quantità di cemento e rinunciando allo spostamento della Università Statale da Città Studi a Expo, dedicando l’area da essa occupata a parco al servizio delle altre attività.

La scadenza della presentazione del ricorso è l’inizio di giugno 2020.

Il ricorso viene proposto dall’associazione ambientalista Verdi Ambiente e Società rappresentata dall’ avv. Veronica Dini, specializzata in questo tipo di azione legale.

Il ricorso è sostenuto dall’Assemblea Città Studi, costituita da residenti del quartiere, studenti, lavoratori, docenti e studenti della Statale, ricercatori delle Università, CNR e altri centri di ricerca, che si batte da anni contro lo spostamento della Università Statale nell’area Expo e la dequalificazione del quartiere di Città Studi.

L’importo raccolto, anche se non dovesse raggiungere i 10.000 euro, sarà da me versato all’avv. Dini per le spese del ricorso.

Qui trovate tutte le indicazioni per sostenere il ricorso.

Foto aerea dell’area nel 1998
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