A Brugherio (MB) si è parlato del libro «Il suolo sopra tutto. cercasi “terreno comune”: dialogo tra un sindaco e un urbanista» con la testimonianza degli autori Matilde Casa, uno dei pochi sindaci che ha salvato il suo territorio dal cemento, e Paolo Pileri, urbanista e docente al Politecnico di Milano, che ha analizzato le scelte politiche che portano, nella maggior parte dei casi, all’irreversibile consumo di questa preziosissima risorsa

Matilde Casa ha scelto di ridurre l’edificabilità nel comune da lei amministrato. Convinta dell’evidente inutilità di nuove case e dei sicuri effetti negativi per la comunità, ha fatto questa scelta perché la riteneva giusta. Ha subito un processo penale ma è stata assolta. Ora racconta la sua storia in giro per l’Italia e, qualche giorno fa, lo ha fatto anche a Montecitorio. E’ invitata a parlare perché quella scelta è un’eccezione: la realtà comune è purtroppo un’altra. La presentazione dello scorso 20 novembre 2017 che si è svolta a Brugherio è stata un’occasione per ascoltare, o riascoltare, la sua esperienza ma soprattutto per confrontarla con quello che succede nella maggior parte dei casi in cui si decide sul suolo.

L’inganno

E’ nelle sale consiliari come questa che si concretizza il consumo di suolo” così inizia il suo intervento Paolo Pileri. Dopo il racconto di Matilde Casa tocca a lui spiegare i limiti della politica attuale che non comprende l’utilità del suolo e la necessità di preservarlo. Tranne rare eccezioni, come l’intervento che lo ha preceduto, nei sindaci prevale “il braccio che cementifica” rispetto a quello che protegge. Da questo squilibrio hanno inizio i problemi.
L’urbanistica viene interpretata per giustificare gli interventi: si inventano termini (come tessuto urbano consolidato, aree cassaforte, zone di ricucitura) e spiegazioni al limite dell’assurdo: c’è addirittura chi ha cementificato con la motivazione di raddrizzare i confini comunali!
Questo approccio, oltre a guidare le decisioni nel verso sbagliato, “crea una preoccupante distanza”, genera confusione e inganna.
Ne è un esempio la legge lombarda sul contenimento del consumo di suolo (L.R n. 31 del 28 novembre 2014). “Stravolgendo il linguaggio si giunge all’esatto contrario” degli intenti contenuti nell’oggetto stesso della legge. Perchè? “Perchè per la legge un’area agricola lo è solo se lo dice il piano“. Se è agricola ma il piano dice altro, per il calcolo del consumo non vale. Ma la sua perdita avrà gli stessi effetti ambientali della trasformazione di un’area che in più aveva solo una formale etichetta di “area agricola”.
Grazie alle errate definizioni normative, questo consumo diventa “non consumo” e magari elemento di vanto della propria azione politica.
In più le previsioni demografiche dei piani sono spesso correte al rialzo. I dati immobiliari, sottolinea Pileri, dicono che con le case vuote e le aree da recuperare “si possono tranquillamente assorbire le necessità per i prossimi 15 anni”. Eppure 18 regioni su 20 hanno consumato nonostante popolazione non cresca.

Il corpo vivo

Purtroppo sul suolo consumato non si torna indietro, continua il professore, aggiungendo che si deve spiegare e parlare di più del suolo. Perché si ignora che il suolo libero è “corpo vivo” mentre quello cementato non vive più. Un corpo fragile in quanto condizionato da ciò che fa “l’inquilino del piano di sopra”.
Ci sono 15 tonnellate di esseri viventi in ogni ettaro di suolo: è serbatoio per il 30% della biodiversità. Eppure si parla “solo” dei primi 70 cm, in pratica “la polvere sui mobili” rispetto a quello che c’è sotto. Ma per fare 2,5 cm di questo strato ci vogliono 500 anni! “È la risorsa meno rinnovabile che ci sia: l’acqua stessa, la cui fragilità è maggiormente recepita, si rinnova più facilmente del suolo”.
Quello che manca, oltre all’attenzione sul tema, è anche una visione allargata. “Ogni comune si limita al suo piano e alla sua visione. Magari poco più in là c’è quello che serve ma non viene preso in considerazione perchè appena fuori confine”. Ad esempio ci possono essere abitazioni libere o capannoni vuoti a poche centinaia di metri da aree in cui si vuole costruire ancora nuove case e insediamenti produttivi. Servirebbe una pianificazione sovracomunale più forte. Per assurdo vengono mostrate invece immagini di comuni che, senza alcun ritegno, pubblicizzano la vendita di aree edificabili o case vista parco come una qualunque agenzia immobiliare. ”I comuni piccoli sono quelli che consumano di più. Anche per questo serve un piano d’area e di coordinamento”.
A pagare sarà poi il cittadino: un ettaro urbanizzato costa circa 6.500 euro solo per l’assorbimento delle acque e fino a 55.000 euro per tutti i servizi ecosistemici persi. La ridotta permeabilità del suolo causa disagi e danni e il costruito, poi ceduto al comune, costerà in termini di manutenzione. Insomma “smettere di consumare suolo è buona pratica di gestione pubblica!

L’appello finale è quello di riservare particolare attenzione al problema, non solo quando il cemento arriva davanti alle nostre finestre. Monitorare case vuote, aree da recuperare e terreni liberi è importante per dimostrare continuamente che “fino a quando ci sarà una casa libera, consumare non serve”.

Il suolo sopra tutto – cercasi “terreno comune”. Dialogo tra un sindaco e un urbanista

Luca D’Achille  (@LucaDAchille)

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