Commento di Paolo Pileri al libro curato da Anna Marson.

Per alcune settimane ho avuto tra le mani il libro curato da Anna Marson, “La struttura del paesaggio. Una sperimentazione multidisciplinare per il Piano della Toscana” (Laterza, 2016). L’ho sfogliato e risfogliato. Ho letto alcuni saggi e curiosato in altri. Non è affatto facile recensire un’opera di questa densità e vastità. Come molte raccolte collettanee, inoltre, contiene linguaggi diversi e approfondimenti eterogenei che non è possibile raccogliere sotto un’unica valutazione omologante. Procederò quindi per questioni e a tentoni.

1. La prima cosa che voglio dire al lettore è che non intendo entrare nella polemica tra Francesco Ventura e la stessa Marson che si è aperta in questa rubrica perché credo che il valore di questo libro stia nell’audacia con cui la curatrice ha provato a scardinare uno sguardo alla tutela del territorio che solitamente è oggetto di compromessi-a-prescindere e che invece qui si è tentato di restituire a maggior dignità. Un tentativo raro per cambiare il corso predestinato a cui facilmente tutti ci abituiamo per poi spendere tempo in noiose critiche. La legge urbanistica toscana del 2014 è stata la prima a tentare di deviare davvero il corso delle cose intoccabili dall’urbanistica. Là dentro si è provato a mettere suolo, paesaggio e natura in una posizione dominante rispetto alle canoniche richieste trasformative dell’urbanistica e della politica. Di questa vicenda il libro è testimone ma lo sono ancor più quella legge e il piano paesistico che ne è scaturito.

2. Il libro è il racconto di un piano e quindi, necessariamente, trattiene dentro di sé parti ‘dure‘ che descrivono scientificamente i connotati di un paesaggio, quello toscano, che danno conto dei criteri su cui ci si è basati per interpretarli e pianificarli, che mostrano apparati cartografici e iconografici irrinunciabili per un progetto urbanistico, e via di questo passo. Ed è corretto così, perché il paesaggio, il territorio, il suolo non sono banalizzabili in formulette ipersemplificate. A loro va restituita quella densità che è propria del loro status e dell’importanza degli argomenti.

3. Nel libro il paesaggio è considerato un bene comune, ma per davvero. Dico così perché oggi è diventato di moda dire che suolo acqua paesaggio lavoro scuola etc. sono beni comuni per poi fare in modo che nulla cambi rispetto a prima. L’inflazione di un concetto si porta sempre dietro il rischio di bruciarne il significato. Ma qui la convinzione di chi ha scritto quel libro fa la differenza. Bellissimo quel cenno non casuale alla speranza che Anna Marson fa intitolando (e chiudendo) il suo saggio introduttivo “La pianificazione del paesaggio: qualche speranza per la qualità della vita nel territorio“. Effettivamente oggi dobbiamo davvero sperare che si torni a posare lo sguardo su un territorio innanzitutto per quello che è e non solo per quello che potrebbe diventare. Dedichiamo troppa poca attenzione al patrimonio esistente o quando la dedichiamo lo facciamo con quel tono ingessato e un po’ stucchevole che subito viene percepito come antitetico a ogni modernità e futuro e quindi scartato dai più. E sbagliamo. In questo senso l’esercizio, seppur un po’ tradizionale, fatto nel piano della Toscana, come raccontano gli autori, di fissare l’attenzione su patrimoni, invarianti, morfotipologie, strutture, ambiti, personalmente lo ritengo corretto e quindi giustamente in grado di resistere, se così posso dire. È questa forma di resistenza (che in qualche modo Baldeschi cita nel suo bellissimo saggio) che rappresenta secondo me un’ottima versione della speranza a immaginare un futuro della Toscana (e non solo) che possa durare nel tempo proprio perché ‘seduta‘ su alcune questioni che non siamo disposti a sciogliere nella banalità di nessuna retorica tecnologica o sviluppista. In questo senso il lavoro raccolto in questo libro è un argine alla banalità e va bene così. Questo non vuol dire affatto che i suoi autori (e io con loro) rifiutano il cambiamento: tutt’altro. Tutti noi vogliamo un cambiamento, ma non siamo disposti che avvenga in modo casuale o sospinto dal vento del mercato o dall’interesse dell’imprenditore di turno. Nell’esperienza Toscana torna prepotentemente la mano pubblica, la decisione collettiva, l’interesse comune e questo non è ‘il male‘ come qualcuno vuole far credere, ma una forma possibile del bene.

Se nel passato un pezzo del ‘pubblico‘ ha fatto male, non ha brillato certo il privato e, comunque, non è accettabile buttarlo dalla finestra ma ha senso, semmai, elaborare il lutto degli errori commessi e impostare una strada di possibile riabilitazione.

Questo libro è proprio la storia di una riabilitazione possibile che riporta il paesaggio in cima all’agenda dei pensieri di tutti, governati e governanti. E lo fa lavorando nel cuore del paesaggio italiano, la Toscana, per dirci che nulla è lì per caso ma tutto è il risultato di un ecosistema di cure, saperi, storie e tradizioni che non ha pari altrove. In Toscana il paesaggio di alcuni luoghi è talmente forte e indelebile da essere divenuto persino un colore: Terra di Siena bruciata. Non è neppure un caso che, passeggiando per quelle colline, Norberg-Schulz abbia concettualizzato la famosa formula moderna del ‘genius loci‘. Come possiamo, allora, tollerare e immaginare un futuro nel nostro Paese se si stravolge il paesaggio, persino annacquando i piani preposti a prendersene cura? La tutela che si sta sperimentando in Toscana (e di cui, ogni giorno, vogliamo conoscere l’efficacia) non è una battuta di arresto per lo sviluppo, semmai un’interpretazione intelligente di un paradigma di sviluppo. Vorrei dunque ricordare al lettore che in questo esercizio di piano e di libro vi è anche un forte valore simbolico al quale possono appoggiarsi molti di quanti vogliono trovare un efficace riferimento culturale, scientifico e tecnico per proporre a loro volta una pianificazione di paesaggio più robusta e alternativa alle solite pratiche.

4. Ma le rose hanno pur sempre le spine. E anche qui ve ne è qualcuna di appuntita: il linguaggio. Il libro, dobbiamo ammetterlo, è difficile. Non è per tutti. E questa è una dolorosa contraddizione perché se il paesaggio è patrimonio collettivo e bene comune, anche il modo con cui lo racconto, ne fisso le norme e i criteri che uso per tutelarlo, devono essere alla portata di tutti. C’è sempre un modo più semplice per affermare un concetto complesso senza banalizzarlo, ma va ostinatamente progettato e cercato. Non me ne vogliano gli autori, ma mi pare che il libro si porti dietro un linguaggio che è sempre stato ad usum di una circoscritta cerchia di intellettuali urbanisti che, spesso, si parlano e si capiscono tra loro senza rendersi del tutto conto che il mondo là fuori non li capisce del tutto. Questo non lo ritengo giusto. Mai l’ho ritenuto giusto. Men che meno oggi per chi fa leva proprio su concetti come bene comune, patrimonio, tutela condivisa. Se questa vuole essere la strada, anche il linguaggio deve diventare bene comune e comprensibile. Questo libro non è facile. Rischia di non essere letto. Ed è un peccato, perché lo sforzo fatto non arriva a rigare il futuro. Rischia, insomma, di essere messo da parte prima di essere capito. Ed è un doppio peccato. Il codice accademico è ruvido, esclusivo, troppo forbito. Non voglio dire che bisogna rinunciarvi completamente. Ma dico che non può essere questo il solo registro da tenere specie quando si intende parlare di questi temi a un pubblico ampio. Altrimenti il rischio è, paradossalmente, l’incomunicabilità oltre la propria ‘comfort zone‘.

Personalmente sono convinto che se oggi piangiamo alcuni guasti sul territorio è anche per aver ampiamente accettato che le parole dell’urbanistica fossero manomesse fino al punto da renderla incomprensibile ai cittadini o, peggio, da scivolare nell’ambiguità di termini e concetti. Forse per qualcuno non farsi capire è stata una scelta deliberata. Non è certo il caso di questo libro, ma rimane il fatto che prevedibilmente pochi lettori potranno esserne conquistati. Qui dobbiamo cambiare. La comunità degli urbanisti deve sciogliere i linguaggi, farsi capire e lasciarsi interrogare. Che non vuol dire rinunciare a usare parole precise quanto, piuttosto, fare uso solo di quelle il più possibile capibili, assicurandosi che i cittadini possano lasciarsi trascinare nelle narrazioni del progetto, anche lungo nuove vie. È sempre valido il detto secondo il quale, nessuno difende quel che non riesce a conoscere fino in fondo: figuriamoci se non lo comprende neppure!

Se potessi abusare delle energie della collega Anna Marson e del suo gruppo di lavoro, che stimo sinceramente, chiederei loro di costruire una versione non tecnica di questo libro con cui, magari con il supporto di designer e comunicatori, riuscire a traghettare nel conoscibile comune ciò che deve di diritto esserci. Fatelo se potete. Avremo tutti da guadagnarci.

Tratto da: http://www.casadellacultura.it/783/l-urbanistica-deve-parlare-a-tutti

 

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