di Roberto Mazza.

Mantenere la Palmaria in ordine, ma senza case e casette e alberghi significa lasciarle, come dire, il “sapore”, e tramandarlo dopo di noi.
Non sarebbe mai più la stessa cosa. Un danno irreparabile.
Della politica, in campo edilizio, non ci si può fidare. In mancanza di idee e creatività per uno sviluppo adeguato si pensa alla “crescita” demenziale, quella facile, porticcioli, darsene, case, navi di turisti, di cui qui non c’è alcun bisogno. E non c’è mai un lieve impatto sulle cose quando si lavora col cemento.

Palmaria è rimasta piuttosto immacolata per una serie di eventi fortunati, e va preservata. L’edilizia va aiutata spostando l’obiettivo sulla ristrutturazione, non più intaccando la verginità del territorio, soprattutto quello ligure di costa, martoriato (come scriveva Settis).

Il brano che riporto di Cesare Brandi riguarda l’isola d’Elba, sono gli anni 50: la Palmaria è rimasta così.

“Il turismo non l’aveva scoperta, e solo poca gente l’estate, ed era intatta, coi suoi grandi promontori (…). Il verde era magnifico e denso, ma appunto fitto (…), fatto di macchia mediterranea, odoroso, dunque, di mortella e di ramerino. Il lentischio non profuma, ma è verde e tenace come se le sue piccole foglie fossero ritagliate nella latta, e il ramerino cresce e diviene quasi arboreo. Di sotto dal mare, quando il sole l’ha dardeggiato bene, vengono queste onde di profumo come uno sciame d’insetti; ma non è così noioso, anzi dolcissimo, anzi così casalingo in mezzo al mare; un profumo che è un sapore. Il mare è teneramente viola, per certi banchi d’alghe, e dove non è viola è azzurro, di un azzurro tenue che però non è mai celeste.”

Cesare Brandi: Viaggi e scritti letterari, Bompiani.

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