Lettera aperta di Gilles Clément a tutti gli ambientalisti e i paesaggisti europei.

(Per gentile concessione di LANDSCAPE FIRST, Direttore Enrico Falqui).

Oggi, non siamo in guerra. Il Covid ci unisce, non ci divide. Non fa distinzione tra ricchi, poveri, bianchi, neri, disoccupati o nullafacenti che passeggiano in strada. Ma si presenta come un pericolo imprevedibile per tutti, un pericolo comune da condividere. Il pericolo imprevedibile – qualunque sia la sua natura – pone il governo in un dovere di controllo assoluto e legittimo con il pretesto di combattere il pericolo in questione.

Quindi il vocabolario guerriero utilizzato, serve per sviluppare una strategia la cui utilità politica è sottomissione. È facile guidare un popolo sottomesso, impossibile fare lo stesso con un popolo libero.È quindi necessario asservire le persone obbligando a indossare le mascherine anche quando non servono a nulla, a imporre distanze normative e a orientare i consumi verso la grande distribuzione: tutti i negozi sono chiusi o sono stati costretti a chiudere in passato, tranne i grandi magazzini e i supermercati. Le multinazionali del Potere hanno tutti i diritti, inclusa la trasmissione involontaria del virus, agiscono in nome della “guerra” contro il nemico, tutto può accadere. Il nemico di questi casi non è un virus invisibile, una pandemia, ma un possibile accesso a un “altro” modello di vita.

La cosa peggiore per loro sarebbe finire nella condizione di un’economia di mercato dentro il quale non vi è possibilità di spesa. Per loro sarebbe un incubo orribile. Tentano di evitarlo a tutti i costi. Il popolo si arrangia anche se cercano di portarci via i miliardi dalle nostre tasche. Ma i soldi in un modo o nell’altro, torneranno. L’importante per loro non è salvare vite ma salvare il modello economico ultra-liberista, responsabile delle distruzioni della vita sul nostro Pianeta; questo lo sanno tutti, e tutto ciò fa star bene anche le banche.

Come conseguenza, deve essere favorita una strategia per aumentare la paura, al fine di ottenere dalla maggior parte degli abitanti del pianeta, una sottomissione allo stile di vita stabilito dal sacro principio di una crescita illimitata.

I media ufficiali sono pieni di appelli ed esortazioni su questo argomento; gli economisti invitati nei club televisivi rafforzano questo argomento: non si tratta di cambiare stili di vita ma di riprendere lo stesso meccanismo di sviluppo con gradualità, ma al tempo stesso con totale fermezza, non appena i provvedimenti di limitazione delle libertà individuali finiranno. Il Presidente della Federazione delle imprese francesi arriva al punto di forzare il ritorno al lavoro che ucciderà ancora prima che la crisi finisca. I responsabili dei mezzi di informazione ci preparano a questa opzione, senza alcuna alternativa ma solo per questa. Il messaggio ai cittadini è chiaro: sì, puoi consumare, consumare, consumare, non preoccuparti, fai ciò che ti viene detto di fare. Quando il popolo obbedisce, noi ci nascondiamo. Dietro questo straccio di fortuna affrontiamo senza discutere le realtà sul terreno, l’abbandono dei servizi pubblici, l’affondamento degli ospedali, la sofferenza degli infermieri, ormai santificati, mentre tre mesi prima li abbiamo mandati senza tutele ad affrontare il virus e la morte. Noi ci affanniamo con docilità a compilare i certificati di deroga alle limitazioni degli spostamenti per poter comprare pane o farina per fare il pane in casa perché ci è stato detto di non uscir di casa … noi eseguiamo con docilità quello che ci viene detto di fare.

Non c’è alcun dubbio che devi passare attraverso questo blocco totale, per cercare di ridurre il “picco” dei contagiati e intravedere un futuro liberato dalla pandemia. Il confinamento rassicura o esaspera, a secondo del caso, ma gioca un ruolo molto singolare nella vita di noi umani consumatori quali siamo divenuti mentre adesso ci stanno obbligando a riscoprire un’autonomia biologica di base: come cucinare, per esempio …
Stiamo riscoprendo i gesti tradizionali della vita domestica ancestrale, propria quasi della cultura contadina.

In questo momento, coloro che hanno un giardino sono fortunati. Per loro il confinamento “vacanziero” diventa un’opportunità inaspettata per trasformare lo spazio ornamentale del giardino in uno spazio di emergenza per poterci nutrire; l’una domanda non esclude l’altra: per chi lo possiede, un orto è anche un paesaggio. Qualunque sia la situazione, ci troviamo tutti – passeggeri della Terra – nel dovere di inventare un nuovo modo di vivere: quello di non accettare la dipendenza da un servizio vitale che si espone al rischio di un cortocircuito, per la minima palpitazione di un virus che si diffonde in mezzo a noi.
Per questo motivo, la molteplicità culturale, la varietà diversificata di specie adattate ai diversi suoli e ai diversi climi del mondo, la capacità di ciascuna micro-regione di diventare autonoma dal punto di vista della produzione e distribuzione di alimenti, la diversità delle strutture artigianali in grado di renderle utilizzabili … Tutte queste prospettive si presentano a noi come possibilità tangibili per affrontare il futuro.

Ma tutto ciò presuppone l’abbandono di una visione mondializzata degli scambi in cui il termine “competitività” (una parola che balbetta all’infinito) rimane il vero strumento di guerra; perché la guerra è lì e non unicamente in un confronto con un piccolo essere vivente mal conosciuto, chiamato virus. Da questa assurda e pericolosa competitività è nato un mercato internazionale dagli appetiti irrefrenabili, che fa circolare soia o olio di palma da un’estremità all’altra del pianeta, per ragioni dubbie, sicuramente non essenziali, ma tuttavia, alquanto redditizie. Abbiamo mai calcolato il costo ecologico di una fragola dalla Spagna, o di una rosa dalla Colombia, o di uno strumento, un laser o un pezzo di tessuto venuto dalla Cina … e di tutti quei prodotti che è possibile produrre “a casa nostra” ma che, invece, importiamo da molto lontano?

Questa osservazione di dipendenza assurda e pericolosa rischia ovviamente di essere raccolta da tutti i nazionalisti e sovranisti senza cervello, la cui tendenza è quella di costituire un blocco sociale fondato su un modello comunitario sul territorio che si attiva attraverso pratiche e idee razziste Non si può separare dalla loro nevrosi i pazienti che hanno una visione dell’ “altro” come un nemico. Queste persone non hanno mai capito che siamo nello stretto spazio del Giardino Planetario, questa piccola biosfera, nella quale nuotiamo tutti insieme nella stessa acqua che ci permette di vivere.

Sì, l’acqua che beviamo è già stata bevuta da piante, animali e esseri umani prima di noi. Molte volte. Questa è la nostra condizione di condivisione. Quindi così come non ci stupiamo dell’acqua che beviamo o dell’aria che respiriamo, non dobbiamo sorprenderci se respiriamo o beviamo dei virus. Piuttosto dobbiamo riprendere l’abitudine a fare i conti. Se noi intendiamo aumentare i costi del risanamento dei cicli ecologici, azione cui siamo obbligati per poter sperare di vivere domani, noi dobbiamo anche cambiare urgentemente il nostro stile di vita, vale a dire i nostri meccanismi di consumo, rovesciando il modello di sfruttamento delle risorse.

Dobbiamo capire che è necessario non costringere i “poveri” a desiderare un SUV, o a comprarsi dodici paia di scarpe da ginnastica; mentre dobbiamo conoscere di più il luogo dove viviamo, dobbiamo capire perchè è il canto degli uccelli che genera in noi equilibrio mentale, non quello che proviene dai tubi di scarico degli autoveicoli, costringendo coloro che fanno jogging a respirare forzatamente smog lungo i marciapiedi.
Tutto questo è possibile?
Nulla di tutto ciò è meno certo; tuttavia, se volessimo imparare una lezione dalla tragedia che ci ha colpito attraverso il covid19, essa suggerisce agli uomini e le donne che abitano il Pianeta che un modo “diverso” di consumare, produrre e vivere in comunità coese, è assolutamente possibile.

I potenti di ogni parte del mondo si opporranno violentemente a questa tendenza. Questo è certo. Lo hanno già dimostrato su una scala molto piccola: in Francia, un esercito di poliziotti è stato inviato contro una comunità di agricoltori nel Nord-Est della Francia, denominati gli “zadisti di Notre Dame des Landes” la cui unica colpa non era quella di aver occupato delle terre abbandonate, quanto piuttosto di aver inventato e sviluppato “un’arte di vivere” che utilizza la bio-diversità senza distruggerla attraverso un’economia autosostenibile aldifuori dei circuiti di spesa tradizionale. Questa esperienza era divenuta un modello e, per questo motivo, questo incendio ha dovuto essere spento a tutti i costi.

Ma il fuoco non è spento. Sta covando sotto la cenere. E per quanto piccolo, può abbracciare i continenti nel prossimo futuro. Per salvarli dalla distruzione del mercato e immergerli nella dinamica di una “Ri-Creazione“: quella di imparare nuovamente a vivere.

Dovremo mai ringraziare i microrganismi per averci fatto aprire gli occhi?

Gilles Clément