di Paolo Pileri.

Mi sono preso il tempo di riascoltare tutti i discorsi dei senatori che sono intervenuti in aula il 19 gennaio 2021 per dire la loro sulla crisi e sul governo facendo la propria dichiarazione di voto. Dieci ore circa di ascolto con un obiettivo partigiano e preciso: capire se in quei discorsi trovavo traccia della questione ambientale, dell’ecologia, del cambiamento climatico. Di ciò di cui il “Recovery Plan”, su cui hanno fatto scivolare il governo, deve occuparsi destinando almeno il 37% degli investimenti per la transizione ecologica. Queste sono le cose che ho sentito.

Tutti, ovviamente, di pandemia, di scuola e di economia: i tre macro temi più battuti. E in parte ci sta, sebbene si noti subito l’assenza tra questi dell’ambiente. Scendendo di dettaglio, ho sentito citare la richiesta di investire sull’autostrada A22, di fare il Ponte sullo Stretto (qualcuno lo dice per far funzionare l’Ilva di Taranto), di monarchia, di sblocca cantieri (sempre con grande trasporto emotivo), di gilet gialli, di concorrenza, di attacchi aerei inglesi (boh!), di partite Iva, di Pil (non può mancare), di playmobil e di Brachetti, di superbonus che dà ossigeno all’edilizia (ma l’ossigeno da dove viene?), di reti transeuropee, di patrimoniale, di nona bolgia dell’inferno, di jazz, di vanità, di reddito di cittadinanza, di Monte dei Paschi di Siena, di flat tax, di Brexit e del fatto che questa danneggerà l’Erasmus, di G20, di Mes, di tecnologia, dei Malavoglia, di infrastrutture, eccetera.

Alcune cose ci stanno, ma altre poco o nulla, ma in ogni caso in questo elenco fatto di dettagli, le “cose” dell’ecologia non ci sono. Nessuno ha ricordato che questa pandemia è figlia di una violenza ecologica e di un deterioramento del rapporto tra noi, le nostre politiche, il nostro pensare la società e l’ambiente, l’ecologia, il paesaggio. Dei 57 interventi, uno solo ha citato en-passant i green jobs (ma dentro un discorso high tech), un paio la montagna (ma in termini vaghi) e solo uno ha davvero parlato con pienezza di clima, di periferie, di ecologia, di “Laudato sì”, di etica e responsabilità, di cambiare il modello di sviluppo, di non voler tornare alla normalità di prima. Uno solo. Anzi una sola, visto che si tratta della senatrice Loredana De Petris (che non conosco). Quindi il risultato è da sconfitta tipo partita di basket: 1 a 57. Mi pare chiaro a che cosa siamo davanti. La questione ecologica non fa parte del dibattito.

Una cosa come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite non è parte del discorso. Cambiare il modello di sviluppo? Non se ne parla. La sostenibilità? Assente. Biodiversità: non pervenuta. Le morti per inquinamento? Il dissesto idrogeologico? I fiumi, i rifiuti, l’agricoltura biologica, il clima, la mobilità sostenibile, il suolo e il suo consumo? Tutte cose che -dobbiamo prenderne atto- non sono dirimenti per la fiducia a un governo e neppure per immaginare il futuro di un Paese piegato da tempo su se stesso e che, nei momenti più delicati della sua storia parlamentare, con caparbia illusione si affida al riscatto di quei discorsi che non hanno nulla di ecologico. Non dobbiamo stupirci se il Piano di ripresa e resilienza è privo di visione e zoppica sulla parte ecologica pasticciata, spezzettata al punto che sembrano pezze messa un po’ qua un po’ là. Probabilmente l’assenza di visione di quel Piano rispecchia l’insensibilità ecologica della classe politica e la sua convinzione, non detta, che l’ambiente non ha posto nell’agenda del governo di un Paese come il nostro. Allora il problema sta qua: nel trovare mille modi per riuscire a far diventare la questione ecologica una questione di strategica politica nazionale. Anzi: di cultura politica, per tutta la filiera, dal sindaco al presidente della Repubblica. Sta nel far capire che ambiente non è una materia di nicchia per fissati o per un manipolo di Verdi, ma una questione strategica per la buona società e pure per l’economia.

Non me la sento di dire ai miei studenti di ascoltare quel flusso di discorsi. Onestamente sono spaesato, indignato, scosso. Ho solo concluso di aver più chiaro che chi mi rappresenta non è interessato a nulla di ecologico e che nei momenti che contano, dove vedi davvero da che parte sta, continua a essere preso da sé e non dal futuro delle prossime generazioni. Forse tutta questa incapacità di vedere oltre il naso e di non fare lo sforzo di tradurre le questioni ambientali in un discorso politico visionario è un messaggio che ci viene lanciato per dirci che la classe politica è diventata cieca. Le manca l’Abc per capire che la questione ecologica ha implicazioni nell’economia, nel benessere, nella felicità, nel futuro di cittadini e delle imprese e nella tenuta sociale del Paese. Questo è il vulnus più grande del Piano di ripresa e resilienza: investire in progetti “green” con una classe politica zoppa che dovrà governare la fase delicata di messa a terra di quei progetti, ma che continua a non capirne il senso. Questo potrebbe significare che, in prospettiva, buona parte di quegli investimenti saranno buttati, non creeranno sviluppo, non faranno crescere né i politici né i cittadini, non cambieranno il Paese e serviranno solo per far “girare” un po’ di risorse, cosa che piace sempre a molti, ma che non interessa alle prossime generazioni.

Tratto da: https://altreconomia.it/crisi-di-governo-la-questione-ecologica-non-ha-avuto-la-fiducia/