Locate di Triulzi (MI): la questione-outlet passa in Provincia tra le polemiche

Lo scorso lunedì 22 ottobre il Direttivo del Parco Sud, presso la Provincia di Milano, si è pronunciato a favore del progetto per la realizzazione di un grande outlet sul territorio di Locate di Triulzi (provincia sud di Milano).

Il progetto interessa in parte un’ex area industriale, i terreni dove fino a qualche anno fa sorgevano gli stabilimenti di Saiwa e Siva, ma in larga parte  inciderà sul Parco Agricolo Sud Milano.

Proprio per questo motivo il direttivo è stato chiamato ad esprimersi. Sul tavolo c’erano, infatti, la valutazione delle varianti viabilistiche proposte e dell’impatto ambientale.

La questione-outlet a Locate di Triulzi è da tempo oggetto di discussione. Il progetto, fortissimamente voluto dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Severino Preli (PD) e affidato alla Promos di Carlo Maffioli (lo stesso costruttore che ha realizzato il Palmanova Village), promette di portare a compimento uno degli outlet più grandi d’Europa. Tuttavia sono sorte diverse obiezioni sull’opera, con particolare riferimento alla sua collocazione. Come avevamo già trattato in un precedente articolo, il “polo dei distretti produttivi” – questo il nome che il sindaco Preli ha scelto di dare al progetto, forse per farlo sembrare qualcosa di diverso da quello che promette di essere – dovrebbe sorgere su un’area distante almeno 10 Km dal casello autostradale più vicino. Mentre tutte le mega-strutture commerciali cui si ispira (da Serravalle a Fidenza, da Vicolungo allo stesso Palmanova Village) si trovano a ridosso di svincoli autostradali, proprio per evitare il congestionamento del traffico su strade statali, provinciali e centri abitati.

Non a caso Ettore Fusco, in qualità sia di membro del Direttivo Parco Sud che di sindaco di Opera, comune confinante con Locate, dice: “Non è sicuramente il posto giusto per aver pensato un outlet; può portare delle migliorie dal punto di vista della viabilità, ma certamente va a compromettere l’ambiente e il comparto agricolo di quell’area”. I lavori di adeguamento della viabilità, a carico del proponente, prevedono l’allargamento di un tratto della SS412 della Val Tidone, lo spostamento dello svincolo di collegamento con la SP164 Locate-San Giuliano dalla rotonda di Via Aldo Moro alla nuova rotonda sulla SP412, all’altezza della ex Cascina Albaredo (al suo posto, oggi, sta sorgendo un hotel) e la realizzazione di un altro tratto stradale parallelo alla via Luxembourg. Quest’ultimo tuttavia finirebbe col confluire sulla stessa SP412, senza costituire una valida via alternativa. Resterebbe irrisolto, invece, il problema della SP28, dove non sono previsti, oltre ad essere difficilmente realizzabili, interventi di ampliamento della carreggiata. La SP28 attraversa, infatti, le frazioni Moro Basso (Locate) e Dosso Cavallino (Opera), con abitazioni che sorgono proprio a ridosso dei margini di una strada piuttosto trafficata.

Il grosso del traffico da e verso l’outlet avrebbe, in sostanza, nella SS412 la principale via di fuga. Strada, questa, già quotidianamente interessata da problemi di congestionamento del traffico. Difficilmente allargarne un tratto può compensare l’impatto dell’incremento di traffico dovuto a una mega-struttura commerciale come quella prevista. Il progetto prevede, infatti, circa tremila posti auto, oltre all’inevitabile andirivieni di mezzi per il trasporto-merci.

L’altro aspetto significativo è quello del consumo di suolo.

Il sindaco di Locate ha sempre sostenuto che si tratta quasi esclusivamente del recupero d’aree ex-industriali e che l’impatto sul parco sud sarebbe minimo. Gli fa eco l’assessore provinciale Fabio Altitonante, che dice: “qui c’è solo il recupero di un’area dismessa (ex SAIWA) e nessun cambio di destinazione d’uso”. Le cifre però dicono altro. Su un’area complessiva di 305.700 metri quadrati, solo 172.000 appartengono alle ex-aree industriali.

I restanti 133.550 sono invece terreno che verrebbe inesorabilmente sottratto al parco sud.

Giovanni Gottardi, rappresentante delle associazioni ambientaliste in seno al Direttivo dice: “Qui non si parla di piccole superfici, ma di un’area agricola produttiva che si trasforma in qualcos’altro. Quest’area è già oberata da diverse infrastrutture: le tangenziali con i loro svincoli, tra cui l’innesto con la Val Tidone. C’è inoltre la questione traffico, che è di primaria importanza: traffico di coloro che usano queste strutture e traffico di mezzi pesanti che implica rumore, inquinamento, polveri… Oltre alla quantità di rifiuti che saranno prodotti e il cui smaltimento graverà ulteriormente sull’ambiente. Bisognerebbe pensare non solo all’operatore che deve trarre profitto ma anche alla qualità della vita dei cittadini, al traffico, all’aria che respiriamo”.

In fatto di valutazione dell’impatto ambientale, il Direttivo – nella sua relazione tecnica in merito al progetto outlet – ha riconosciuto che nel Nuovo Piano Territoriale Regionale l’area è classificata come “fascia della bassa pianura”, appartenente cioè a quei paesaggi che “vanno tutelati rispettandone la straordinaria tessitura storica e la condizione agricola altamente produttiva. Sempre secondo il PTR, “in queste aree bisogna evitare i processi di deruralizzazione o sottoutilizzazione provocati da attese in merito a previsioni insediative ma anche prevedere localizzazioni e dimensionamenti delle espansioni urbane che evitino lo spreco di territori che per loro natura sono preziosi per l’agricoltura. Nella relazione tecnica si cita anche il Santuario di Santa Maria alla Fontana, compreso nell’area interessata all’intervento e classificato tra gli “Insediamenti rurali d’interesse paesistico”, cioè quegli insediamenti che per posizione, caratteristiche morfologiche e tipologiche, presenza di elementi architettonici di rilevo o per valori paesistici sono ritenuti meritevoli di tutela. Per farla breve, si riconosce il territorio come ricco di elementi da tutelare e valorizzare e al contempo si ammette l’impatto pesante che una struttura come l’outlet avrebbe su tutto questo.

Ma nonostante ciò si esprime un parere favorevole all’opera, a patto di compiere “interventi di mitigazione da realizzarsi utilizzando specie arboree ed arbustive autoctone del Parco”.

Come dire che disseminando alberi e vegetazione tra il parcheggio e i capannoni dell’outlet, si tutelerebbe in qualche modo la natura rurale dell’area. Un’assurdità che ha generato polemiche in seno al Direttivo stesso, spaccando il fronte in due.

Non a caso la votazione s’è conclusa con 5 voti favorevoli (il presidente della Provincia Podestà, Javier Miera e Bruna Brembilla del PD, Antonio Falletta del PDL e Camilla Musciacco del Gruppo Misto) e 4 contrari (Roberto Magagna in rappresentanza delle Associazioni Agricoltori e Rosario Pantaleo del PD, oltre ai già citati Gottardi e Fusco), creando una spaccatura anche all’interno di uno stesso movimento politico (PD).

Non finisce qui, in ogni caso. La discussione dovrà tornare sui tavoli della Regione Lombardia e nel frattempo Associazione Parco Sud e WWF promettono battaglia.

Paola Brambilla, presidente di WWF Lombardia, sostiene che il direttivo non avrebbe dovuto esprimersi così frettolosamente in merito. Mancano ancora degli elementi per valutare concretamente la compatibilità ambientale del progetto, tanto che la procedura di V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) presso Regione Lombardia risulta ancora aperta. “Ancor più grave, questo parere, così immotivato e precoce, potrebbe indebitamente influenzare la procedura di V.I.A. in Regione” – denuncia la Brambilla.

Resta, in effetti, l’impressione di una valutazione che non ha messo l’impatto ambientale al centro della discussione, privilegiando piuttosto l’urgenza di esprimersi a riguardo (il verbale stesso del consiglio direttivo parlava di “provvedimento con carattere d’urgenza”) e obbedendo a logiche di carattere politico.

E infatti nei giorni seguenti è ripreso il balletto delle cifre sul numero di posti di lavoro che si verrebbero a creare. Dai 300 di cui si parlava tempo fa, adesso si è arrivati a 500. Su quali basi, difficile dirlo. Soprattutto se si pensa che i più grandi e noti marchi commerciali potrebbero avere più convenienza a spostare personale da altre sedi piuttosto che procedere a nuove assunzioni. In un’area come quella milanese, già intasata di centri commerciali, la stessa insegna che apre da una parte potrebbe essere costretta a chiudere da un’altra. Senza considerare che negli ultimi tempi gli stessi cittadini di Locate hanno visto numerose attività inaugurare e chiudere i battenti nel giro di pochi mesi.

Quante sono le attività, già fiaccate dalla crisi, destinate a soccombere dinanzi a una concorrenza così forte? Forse varrebbe la pena di tenere in considerazione anche questo quando si tira in ballo l’argomento occupazionale.

Guardandola da un punto di vista strettamente ambientale, invece, è difficile pensare che un’opera del genere non stravolgerebbe l’area, compromettendone la vivibilità e l’equilibrio.

Si tratterebbe di un duro colpo, l’ennesimo, inferto al Parco Agricolo Sud Milano. Quello stesso bene che tutti gli amministratori locali concordano nel dire di voler tutelare e valorizzare, ma che nei fatti viene calpestato in nome di altri interessi.

Roberto Caravaggi

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