di Fabrizio Aimar.

Intervistiamo il climatologo Luca Mercalli al termine della presentazione del Rapporto Montagne Italia 2017, tenutosi presso il Circolo dei Lettori di Torino. Mercalli ha studiato Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Torino, con indirizzo “Uso e difesa dei suoli” e agrometeorologia, approfondendo la preparazione in climatologia e glaciologia in Francia, dove si è laureato in Geografia e Scienze della Montagna. E’ Presidente della Società Meteorologica Italiana Onlus e, dal 1993, dirige la rivista Nimbus. Volto noto di trasmissioni televisive come “Ambiente Italia” di Rai 3 e, dal 2003, di “Che tempo che fa”, con lui ragioniamo di cambiamenti climatici, di consumo di suolo e dell’importanza della divulgazione scientifica.

Jared Diamond, in “Collasso”, indica, tra le cause di declino e scomparsa di una civiltà, quella dell’Ecocidio. Tra le 8 categorie che individua vi è la sbagliata gestione del suolo. In Italia, ISPRA rileva come il consumo di suolo sia in continua crescita, attestandosi al 7,64% nel giugno 2016 contro il 2,70% del 1956. Qual è la sua posizione, anche alla luce di tali dati?

La mia posizione è di allarme. E’ da anni che io, insieme a tanti colleghi, porto avanti una battaglia per il rispetto del suolo, che è un bene non rinnovabile. Il suolo, quando è cementificato, è perso per sempre! Di questo dobbiamo renderci conto. Non è un bene di consumo, di cui si può disporre e su cui si possono fare degli errori che, poi, qualcun altro potrà riparare. Questi errori non verranno mai più riparati. Perdiamo un bene prezioso, prima di tutto per la produzione alimentare, perché con il suolo si mangia. Perdiamo un bene per i servizi ecosistemici, ma anche un bene estetico che, per un Paese come il nostro, ovviamente, è un patrimonio per il turismo, per la fruibilità del nostro territorio. Quindi, il rispetto del suolo porta con sé una quantità enorme o di conseguenze, se non viene tenuto in considerazione, o di opportunità. Soprattutto opportunità per le nostre generazioni future, i nostri figli e i nipoti, che potranno, invece, rischiare di avere una bassa vivibilità nel loro futuro se noi avremo consumato troppo suolo. Il problema è che, spesso, di questo 7% di suolo nazionale che ormai è cementificato, noi stiamo perdendo la parte migliore. Non è un 7% qualunque, il suolo cementificato in Italia. E’ il suolo migliore: il suolo agricolo. E’ quello irriguo, è quello ovviamente delle pianure fertili vicino alle grandi città che, non a caso, sono grandi città perché, in passato, si sono sviluppate nei luoghi che potevano nutrirle. Ma oggi, con la globalizzazione, si è rotto questo legame tra la produzione alimentare locale e l’arrivo di merci da tutto il mondo. Questo fa sì che non ci sia più la percezione della ricchezza del suolo fertile vicino le città come un anello fondamentale che ti tiene vivo, che ti dà le possibilità di sopravvivere su un lungo periodo. Oggi si va al supermercato e si comprano generi che arrivano da tutto il mondo. Finché va, finché si può, finché è possibile pagarseli, finché gli altri te li daranno. Ma dobbiamo anche pensare che la difesa del suolo nazionale ha anche un valore di assicurazione sul futuro.”

Come mai tanta difficoltà nel riconoscere nell’azione umana il motivo del cambiamento climatico in atto e nell’applicare misure pratiche volte a limitarlo? Eppure, dal “Rapporto sui limiti dello sviluppo” del 1972, molti studi autorevoli presentati all’opinione pubblica esortano al cambiamento, da Tim Jackson a Johan Rockström fino a Micheal E. Mann…

Sono veramente molteplici quelle figure, sia 40 anni fa, ma sia anche oggi, che portano alla nostra attenzione l’allarme sui problemi ambientali di cui il cambiamento climatico è solo uno dei più pressanti. Il problema è che vi sono anche delle barriere psicologiche, prima di tutto. Quando parliamo di grandi problemi, che sono frutto anche delle responsabilità individuali, ma nello stesso tempo dove l’azione individuale difficilmente dà un effetto immediato, c’è un senso di impotenza. Dall’altro lato, i problemi maggiori non sono visibili immediatamente ma sono stemperati in un tempo futuro, nel quale è più difficile assumere un impegno. E’ un qualcosa che non si vede ancora. Io la chiamo la “sindrome del fumatore”: ci si prende il piacere oggi fumando, si sa che farà male, ma tanto questo sarà tra 10, 20 anni… Poi tanto, quando arriva il cancro ai polmoni, è tardi per fare marcia indietro. E questa asimmetria, tra il momento nel quale viene annunciato un danno e quello nel quale si verifica, è un altro grosso problema. Poi ci sono tutta un’altra serie di ostacoli economici. Poiché le scelte che dobbiamo fare per limitare i cambiamenti climatici portano ad un cambiamento degli stili di vita, ma anche dell’economia, e soprattutto di un’economia particolarmente consolidata come quella dei prodotti petroliferi, è ovvio che questo, a sua volta, crea nuovi ostacoli da parte di chi ha interessi economici. Le due cose vanno in sinergia. Chi vuole creare ostacoli, perché ha degli interessi economici, trova terreno fertile nella psicologia delle masse che sono pronte ad accettare un messaggio rassicurante, che dice che non ci sono problemi, che sono tutte balle e che, in qualche modo, porta alla perdita di responsabilità immediata nel risolvere i problemi.

Molti effetti dovuti al cambiamento climatico in atto già affliggono le nostre città, dalle isole di calore ai rischi di natura idrogeologica. Se lei avesse modo di influire sull’agenda dei prossimi candidati alle elezioni politiche, quali azioni suggerirebbe loro di metterebbe subito in campo per revertire “il malpasso dell’umanità” a livello urbano?

La prima azione che farei è proprio la consapevolezza. Investirei in informazione. Far capire alle persone che non stiamo giocando, che la posta in gioco è alta. Capire che i problemi la scienza li ha individuati e che prospettano un futuro difficile, soprattutto se non faremo niente per prevenirlo. Credo che questo sia il primo passaggio. Qualsiasi azione di una cittadinanza, in un Paese democratico, passa attraverso la consapevolezza, l’istruzione, la capacità di cogliere la realtà dei fatti. Oggi, invece, siamo preda delle ‘chiacchiere da bar’, siamo immersi in una tempesta di ‘fake news’. Teniamo anche presente che gli Stati possono fare molto in termini di autorevolezza nel diffondere certe informazioni. Questo non è ciò che avviene in Italia, dove il problema ambientale è considerato marginale dalle istituzioni. E’ più un fastidio che una priorità, più un problema a cui venire a patti con compromessi che una visione di futuro. Ecco, una volta che si siano ben consolidate, diffuse tra il pubblico i dati, le informazioni che dicono quali sono anche i rischi che ogni persona corre, soprattutto i più giovani che soffriranno molto in futuro se oggi vengono fatti troppi errori, ecco che allora passerei alla realizzazione di tutte una serie di pratiche che conosciamo già benissimo. Esse si chiamano sviluppo sostenibile, green economy, ma che continuiamo purtroppo ad annunciare mantenendole sempre nell’ambito della nicchia. Non sono mai una priorità o una visione corale dove un intero Governo, un intero Stato e un’intera cittadinanza vanno. Sono qualcosa di decorativo, di ornamentale: ci sono, bene, così accontentiamo tutti, ma possono convivere con l’economia tradizionale. Purtroppo non è più così. L’economia tradizionale non più andare avanti così, è in forte contraddizione con la conservazione di un territorio vivibile. Quindi, noi dobbiamo cambiare l’intero paradigma e portare alla luce le strategie ambientali come ago della bussola per il futuro.

Trump sembrerebbe aprire al rientro degli USA nell’accordo sul clima di Parigi, ma solo “a condizioni loro vantaggiose”. Secondo la The World Bank, nel 2014 gli USA erano responsabili di quasi il 14,5% delle emissioni di CO2 totali, circa la metà di quelle complessive cinesi. Di fronte a tali dati, lei è fiducioso si possa veramente rimanere al di sotto dei 2°C indicati quale soglia massima?

“Non sono per nulla fiducioso! Anzi, moltissimi miei colleghi in campo climatologico hanno già detto che i 2°C sono una pia illusione. Quindi, è fortemente improbabile che riusciremo a mantenere i 2°C e cerchiamo almeno di lottare per non superare i 3°C.”

L’ambientalista britannico Norman Myers, nel 1997, affermò che i rifugiati climatici sarebbero cresciuti fino ad arrivare a circa 200 milioni nel 2050. Rispetto ai rifugiati bellici, ai primi tale status non viene ancora riconosciuto seppure casi del genere già esistono. Tra utopia e distopia, è reale pensare al trasferimento controllato di fette di popolazione da aree a rischio?

“E’ una domanda alla quale io non ho assolutamente risposta. Posso soltanto dire che i numeri che abbiamo davanti hanno proporzioni minacciose, soprattutto i movimenti di massa che emergeranno a fronte dell’aumento del livello dei mari e, quindi, la sommersione di aree densamente abitate. Penso a Shanghai, città da 20 milioni di abitanti, penso al Bangladesh, penso alla stessa Florida, all’Italia con Venezia. Si tratta di numeri che riguardano milioni, o decine o centinaia, di persone. Certo, in un tempo diluito in alcuni decenni, ma che purtroppo ci sarà e con il quale dovremo venire a patti, anche se oggi lo status di rifugiato climatico non è ancora stato riconosciuto. Questo credo per un motivo molto semplice, perché nel momento in cui venisse riconosciuto … apriamo a torrenti di persone che comincerebbero a muoversi. Non dimentichiamo che anche chi soffre una carestia, una penuria alimentare, e fuggirebbe da certi Paesi, lo deve già a problemi di cambiamento climatico locale. La siccità mette in ginocchio un’economia locale debole come quelle africane, per esempio, portando quindi alla necessità di una vera e propria diaspora. La Siria abbiamo visto in che avventura è finita proprio a causa di una siccità che, prima del 2010, ha messo in crisi le produzioni alimentari interne di questo Paese, sollecitando le migrazioni che poi hanno portato all’instabilità politica e militare che abbiamo visto. Quindi, io temo che tra poco ci sfuggirà di mano questo problema, e non mi sembra che, ancora una volta, vengano prese delle misure di contenimento, ma anche uno sforzo di riflessione per trovare delle soluzioni che forse, adesso, non ci sono. Ma se non investiamo in pensiero, in approfondimento, non ci saranno mai. Saremo semplicemente sopraffatti dagli eventi.”

Per ulteriori approfondimenti, si consiglia la consultazione del sito web del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Intervista pubblicata su http://www.ingegneri.info/news/interviste/il-problema-ambientale-e-considerato-marginale-dalle-istituzioni-parla-luca-mercalli/ per gentile concessione dell’Autore e della testata.

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