Ma il nucleare è sostenibile? Cosa emerge dai rapporti scientifici dell’Ue

di Luigi Di Marco, Segretariato ASviS.

I comitati scientifici consultati sulla proposta della Commissione d’inserimento del nucleare nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili non esprimono unità di consenso e accordo. Gli Stati membri divisi sulla scelta.  

Il 1° gennaio 2022, un comunicato stampa della Commissione europea ha dato notizia dell’avvio di una consultazione per l’inserimento nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili in alcune attività relative alla produzione di energia nucleare e gas naturale.

Gli esperti designati dagli Stati membri e la piattaforma europea per la finanza sostenibile avranno tempo fino al 12 gennaio per esprimersi in merito. L’obiettivo della Commissione è adottare l’atto in subdelega previsto dal Regolamento europeo per la tassonomia entro gennaio 2022 per poi inviarlo ai colegislatori del Consiglio dell’Ue e Parlamento europeo che avranno tempo quattro mesi per le loro valutazioni. La maggioranza qualificata del Consiglio pari a 20 Stati membri, così come il Parlamento europeo con voto a maggioranza, possono esercitare il diritto di chiederne il ritiro.

L’adozione dell’atto ha degli aspetti di forte criticità politica, che già con forza sono stati espressi negli scorsi mesi. In particolare è la Francia ad aver promosso la costituzione di un’alleanza con altri nove Stati membri (Repubblica Ceca, Bulgaria, Croatia, Finlandia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) per sostenere il nucleare. La posizione della Francia sul nucleare è ancora rilanciata nel programma di Macron per il suo mandato alla Presidenza del Consiglio dell’Ue nel primo semestre 2022.

Mentre Germania, Austria, Lussemburgo, Portogallo e Danimarca, in opposizione, hanno assunto una dichiarazione congiunta per escludere il nucleare dalla tassonomia europea per gli investimenti sostenibili.

Il punto in discussione non è di fatto impedire agli Stati che ritengono opportuno investire nel nucleare (e nel gas naturale) per attuare la propria transizione energetica, ma se considerare o no questi investimenti come “sostenibili” oppure no. E dunque in prospettiva poter beneficiare d’investimenti della finanza privata verde e green bond conformi allo standard europeo, ed eventualmente anche di finanziamenti pubblici dell’Ue.

La criticità politica sul nucleare deriva dalle conoscenze scientifiche sull’argomento. Pur riservandosi la politica dei margini discrezionali di scelta, l’opinione politica e pubblica in generale, si deve basare prima di tutto sulle conoscenze scientifiche.

Le criticità emergono comunque già dal confronto dei pareri espressi dagli stessi comitati scientifici che stanno assistendo la Commissione europea nella definizione delle scelte.

Come reperibile dal sito dedicato alla tassonomia, i soggetti ufficialmente consultati sono tre:

Il Jrc, ha valutato nelle sue conclusioni un sostanziale rispetto del principio Dnsh per l’energia nucleare, se tutte le misure necessarie a prevenire e mitigare gli impatti ambientali potenzialmente dannosi sono posti in essere utilizzando le attuali tecnologie disponibili. Valuta inoltre che gli incidenti gravi sono eventi con probabilità estremamente bassa ma con conseguenze potenzialmente gravi e non possono essere esclusi con certezza al 100%

Lo Scheer con la valutazione dell’analisi del Jrc, evidenzia innanzitutto che il tempo assegnato per l’esame è stato insufficiente, non permettendo di chiedere l’espressione di pareri anche al di fuori del Comitato stesso, così come di prassi avviene. Precisando in particolare la necessità di acquisire pareri sul trattamento a lungo termine dei rifiuti radioattivi. La valutazione generale dell’analisi del Jrc, viene espressa in maniera molto diplomatica, evidenziando comunque con chiara evidenza diverse carenze: ci sono diversi risultati in cui il rapporto è incompleto e richiede di essere rafforzato con ulteriori prove o con considerazioni approfondite.

Tra gli elementi di criticità evidenzia:

  • In molti casi la valutazione degli impatti è stata fatta per comparazione ad altre tecnologie, modalità valutata insufficiente ad assicurare assenza di danni significativi;
  • La dipendenza dall’efficacia di un sistema di regole d’implementazione per non arrecare danno significativo, non è condizione sufficiente per garantire che questi non avvengano, considerato sopratutto che parte della filiera e il carico dei relativi impatti avviene al di fuori dei confini dell’Ue;
  • È valutato semplicistico e in alcuni casi trascurato, il modo in cui il Jrc considera gl’impatti delle radiazioni sull’ambiente;
  • In merito agl’impatti sulla transizione a un’economia circolare evidenzia che chiaramente l’energia nucleare produce maggiori quantità di rifiuti rispetto ad altre tecnologie di produzione di energia, ed è del parere che vi sia una scarsità di prove relative all’economia circolare;
  • In merito all’inquinamento valuta che il numero degli studi richiamati a supporto della valutazione sia inadeguato a comprovare le conclusioni. In particolare la maggior parte dell’inquinamento avviene al di fuori dei confini dell’Ue. Le miniere di uranio sono responsabili del 55% degli inquinamento da gas radioattivi. Per cui, l’onere dell’impatto totale dell’ecotossicità e della tossicità umana dovuto all’estrazione e alla macinazione deve essere riconsiderato;
  • Sugl’impatti sulla salute da radiazioni, chiede un’analisi dell’effetto più deterministica per unità di elettricità generata, rivolta ai lavoratori in loco e al pubblico in generale che vivono nelle vicinanze dell’unità o dei reattori quantificando la risposta dose e effetti cancro/non cancro (numero di casi, incidenza del cancro e altri indicatori, ad esempio per regione geografica);
  • Sul rischio d’incidenti gravi, valuta che gli stessi rimarranno indipendentemente dall’incidenza delle garanzie regolamentari per attuare misure di prevenzionee che i rischi dovuti agli incidenti nucleari permangono indipendentemente dalle misure di mitigazione;
  • Sullo stoccaggio a lungo termine dei rifiuti radioattivi, evidenzia delle contraddizioni in quanto dichiarato ed esprime il suo disaccordo con l’affermazione: il mantenimento della sicurezza dell’impianto di stoccaggio costituirebbe un onere indebito imposto alle generazioni future. E conclude ad ogni modo esprimendo il parere che lo stoccaggio di rifiuti da produzione energetica nucleare resta una questione di ricerca aperta, con notevoli incertezze.

Il parere espresso dal Gruppo di esperti ex art.31 sulle protezioni dalle radiazioni e gestione rifiuti, è sostanzialmente positivo rispetto al lavoro svolto dal Jrc. Mette in evidenza comunque che la valutazione di effetti diretti e indiretti da incidenti gravi non rientra nello scopo della valutazione del Jrc. Sullo stoccaggio dei rifiuti radioattivi sottolinea quanto riportato dal Jrc in merito, ovvero che risulterà necessario mantenere attivo un sistema di attività in ricerca e sviluppo e la trasmissione di conoscenze poichè i compiti di gestione dei rifiuti e delle centrali spente, coinvolgeranno diverse generazioni.

Il parere non è però espresso all’unanimità.

In allegato viene riportato infatti il parere in opposizione espresso dall’esperta tedesca Claudia Engelhardt.

Prima di tutto l’esperta indica che il mandato di valutazione al loro Gruppo è troppo ristretto, non considerando argomenti quali il rispetto del principio chi inquina paga, di non imporre un carico iniquo sulle future generazioni, sui costi, sulla proliferazione e sicurezza nucleare: tutti elementi fondamentali per valutare compiutamente gl’impatti sull’ambiente.

Sul rischio incidenti gravi, valuta come questo aspetto sia solo accennato nel rapporto del Jrc. Esprime in merito l’opinione che l’energia nucleare comporta caratteristiche di sicurezza non comparabili per nessun’altra tecnologia coperta dal Regolamento sulla tassonomia, ed è logico, quindi, che le conseguenze di incidenti gravi potenzialmente causati da fattori umani, eventi naturali, ma anche da attentati terroristici deve essere pienamente inclusi nella valutazione.

L’Engelhardt, richiamando il fatto che i rischi incidono potenzialmente anche sui paesi limitrofi, sottolinea che l’energia nucleare chiaramente non soddisfa il criterio di non procurare danni significativi e la risposta alla domanda se l’energia nucleare sia sostenibile dal punto di vista ambientale è molto chiaramente no.

Evidenzia infine, come i tempi lunghi di stoccaggio geologico dei rifiuti radioattivi lasciano spazio alle incertezzea parte la mancanza di esperienza pratica, le incertezze esistono, tra l’altro, per quanto riguarda i futuri cambiamenti del clima, i futuri sviluppi della società (ad es. intrusione umana nei siti di stoccaggio), comportamento sociale nonché informazioni e conoscenze mantenute a lungo termine. Inoltre, l’attuazione richiede un consenso sociale che deve essere mantenuto per un lungo periodo di tempo.

La bozza di atto in subdelega che la Commissione europea ha fatto circolare, pone per gl’investimenti per gas naturale e nucleare la condizione che gli stessi siano considerati di transizione e che quindi si differenzino comunque dagli altri investimenti definiti sostenibili, valutando che le energie rinnovabili che rispettano la soglia appropriata non sono ancora disponibili in commercio su scala sufficiente e che gli stessi investimenti, con particolare riferimento al nucleare, vanno posti in essere in assenza di un’alternativa tecnologicamente ed economicamente fattibile a basse emissioni di carbonio su scala sufficiente a coprire la domanda di energia in modo continuo e affidabile.

Aggiunge inoltre che è necessario fornire un elevato grado di trasparenza agli investitori per quanto riguarda le attività relative al gas fossile e all’energia nucleare per le quali devono essere stabiliti criteri di vaglio tecnico.

La bozza di atto così come presentata, resta comunque non rassicurante per alcuni Stati e alcune forze politiche europee, anche all’interno degli stessi Stati membri.

L’Austria in particolare, ha rilanciato la minaccia di portare la Commissione europea dinanzi alla Corte di giustizia se intende proseguire nel progetto d’inclusione del nucleare nella tassonomia. Come riportato da Euractiv in una news del 3 gennaio, la ministra austriaca del clima Leonora Gewessler ha definito la mossa un’operazione di cappa e spada e ha sottolineato che per l’Austria né l’energia nucleare né il gas dovrebbero essere inclusi nella tassonomia, poiché sono dannosi per l’ambiente e distruggono il futuro dei nostri figli.

Il gruppo dei Greens al Parlamento europeo con il lancio di una petizione contro l’inclusione nella tassonomia del nucleare e del gas, definisce la stessa un operazione di greenwashing da parte della Commissione.

La situazione è divenuta incerta infine anche per l’Italia, con la posizione da ultimo assunta dal Segretario del Pd Enrico Letta nel suo tweet del 5 gennaio non ci piace la bozza di #tassonomia verde che la Commissione Ue sta facendo circolare, nonostante la proposta di mozione di alcuni parlamentari per impegnare il governo al non inserimento di gas e nucleare nella tassonomia sia stata bocciata alla Camera lo scorso 15 dicembre.

In conclusione, l’incertezza scientifica sull’argomento, supporta l’applicazione del principio di precauzione indicato all’art.191 del Trattato di funzionamento dell’Unione europea che riflette il principio 15 della Dichiarazione di Rio del 1992, ed è richiamato dallo stesso Regolamento Ue sulla tassonomia. La definizione ufficiale di questo principio è molto chiara: il principio di precauzione è un approccio alla gestione del rischio in cui, se è possibile che una determinata politica o azione possa arrecare danno al pubblico o all’ambiente e se non vi è ancora un accordo scientifico sulla questione, la politica o l’azione in questione dovrebbe non essere effettuata.

La valutazione effettuata dai comitati scientifici dell’Ue riapre dunqueil vaso di pandora sulla questione, non solo in merito all’inserimento del nucleare nella tassonomia europea, ma sull’uso futuro della stessa come fonte di produzione di energia nell’Ue e nel mondo.

La scelta dei paesi che hanno programmi ambiziosi di decarboinizzazione (includendo anche la dismissione del nucleare come nel caso della Germania), stanno dimostrando con la loro pianificazione che conseguire gli obiettivi climatici è possibile anche senza il ricorso alla produzione di energia nucleare.

Il punto di partenza su di un discorso politico razionale e costruttivo nell’ottica di sviluppo sostenibile, prima ancora d’indicare il come vogliamo produrre l’energia – dovrebbe indicare – di quanta energia abbiamo bisogno e per farci cosa.

Il cosa implica una riflessione seria sul cambio del nostro modello di sviluppo ed è comunque necessaria per poter fare una valutazione preventiva dei fabbisogni, quale base imprescindibile per ogni pianificazione. La stessa scelta dicomeprodurre l’energiae con quale tecnologia, anche aldilà degli aspetti relativi agli impatti ambientali e alla sicurezza, non è socialmente neutra, e deve essere affrontata con ottica sistemica. Andrebbe valutato dunque, se meglio privilegiare ancora un modello di produzione centralizzato rispetto a un modello di generazione distribuita e incentivante del risparmio e dell’efficienza energetica per riequilibrare la domanda con l’offerta. Fattori determinanti nelle scelte sarebbero anche la resilienza di sistema, e i benefici sociali e redistributivi degli oneri e dei proventi.

Tratto da: https://asvis.it/approfondimenti/22-10974/ma-il-nucleare-e-sostenibile-cosa-emerge-dai-rapporti-scientifici-dellue#